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Ricerca scientifica

Umani per caso

L’epistemologo Telmo Pievani anticipa a left il suo intervento al festival “Dialoghi sull’uomo” e parla del suo nuovo saggio sull’evoluzionismo. «Siamo il risultato di sequenze di eventi casuali. Talora la storia avrebbe potuto prendere un’altra direzione»

Federico Tulli

«L’evoluzione “è un corpo a corpo tra leggi e dettagli contingenti, un match continuo tra leggi generali ed eventi singoli”, scriveva Charles Darwin in una delle sue lettere a metà del XVIII secolo. E questo corpo a corpo fa sì che l’evoluzione sia a priori imprevedibile. Ma dopo che si è verificata si possono benissimo ricostruire tutti i passaggi che l’hanno determinata. È un problema epistemologico, non abbiamo gli strumenti per rendere il percorso conoscibile a priori e mai li avremo perché la “libertà” delle variabili è totalmente ingestibile, però possiamo capire cosa è successo». Telmo Pievani, docente di filosofia della Scienza all’Università Milano-Bicocca, ha appena mandato in libreria il suo ultimo saggio dal titolo La vita inaspettata. Il fascino di un’evoluzione che non ci aveva previsto (Raffaello Cortina). A left Pievani anticipa alcuni dei temi più significativi, che approfondirà all’incontro “Corpi in evoluzione. Un’avvincente esplorazione di possibilità”, nel corso di Pistoia-Dialoghi sull’uomo (27-29 maggio http://www.dialoghisulluomo.it). «Al libro – dice – stavo lavorando da tempo. Poi ho accelerato perché i dati scientifici emersi negli ultimi due anni riguardo l’evoluzione umana, confermano il peso della contingenza nel processo evolutivo e il fatto che questo procede esplorando tante possibilità diverse senza privilegiare vie maestre. Questo mi porta a criticare le cosiddette filosofie del nonostante. Quegli approcci cioè che prevedono una finalità intrinseca all’evoluzione e che basano questa idea sulla negazione dei dati a nostra disposizione». Attenzione però «la spiegazione evoluzionistica non è un lancio di dadi». Essa è imprevedibile a priori, spiega Pievani, «contiene cioè degli elementi di casualità (le mutazioni genetiche, la deriva dei continenti, le catastrofi ambientali) ma conserva fattori di regolarità. Leggi e meccanismi che si ripetono (come la selezione naturale) e che a posteriori spiegano il percorso storico». Come sosteneva uno dei più grandi eredi di Darwin, Stephen Jay Gould, «il fatto di essere “figli” della contingenza, di non essere necessari, non implica certo che la storia dell’umanità perda di senso. Siamo il risultato di una sequenza di eventi casuali per cui in tantissime occasioni la storia avrebbe potuto prendere un’altra direzione. Ciò significa che la nostra presenza qui è preziosa e vale la pena di giocarcela nel migliore modo possibile. E questo ha un valore etico». Oggi il dna umano è centrale nello studio dell’evoluzione e il tema del corpo è anche il filo conduttore della seconda edizione di Pistoia-Dialoghi sull’uomo. «Io racconto come nell’evoluzione umana il corpo sia stato un terreno di sperimentazione evolutiva ricchissimo. Caduta l’immagine di noi che diveniamo un miglioramento progressivo dei piani corporei (scimmieschi, erectus, neanderthal e così via) quello che oggi si vede è che nel cespuglio delle tantissime forme ominine che ci sono state nella nostra famiglia – nelle prossime settimane sarà “battezzata” la 26esima specie – ciascuna è un mix unico di caratteri. Noi veniamo fuori come un ultimo ritrovato, a nostra volta unico in mezzo a una pletora di altre forme viventi umane, dall’omino di Flores al neanderthal». Restano i grandi punti di domanda sul perché poi siamo rimasti da soli. «Non abbiamo ancora capito perché la nostra soluzione adattativa è stata quella prevalente. Non è più così ovvio sostenere che abbiamo estinto noi le altre specie». E il futuro cosa ci riserva? «Stiamo entrando nell’era in cui l’evoluzione sarà sempre più debolmente indirizzata dai meccanismi evolutivi classici. L’evoluzione biologica non si è fermata. Un recente paper sostiene che qualche mutazione genetica si sta ancora spostando nel nostro dna per selezione naturale. Però se ci sarà evoluzione verrà del tutto mediata dall’ingegneria genetica, dalla nostra organizzazione sociale, dalle diagnosi prenatali. Sarà un’evoluzione mediata culturalmente. Un inedito assoluto. Perché è la prima volta che una specie inventa delle tecniche che poi retroagiscono sulla sua biologia».

left 21/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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