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Ricerca scientifica

«Il sapere è open source»

La biologa Ilaria Capua

Parla Ilaria Capua, la ricercatrice che ha ideato il sistema di condivisione pubblica dei dati genetici dei virus. È l’arma in più contro la diffusione di pandemie

Federico Tulli

Tsunami ambientali, politici, sociali, nuove malattie, rischi di pandemie, migrazioni umane. E ancora, scoperte scientifiche, crisi energetiche ed economiche indicano che non è più possibile affrontare separatamente la salute dell’ambiente, degli animali e dell’uomo e che devono mutare le categorie di interpretazione. Sta iniziando un nuovo modo di pensare il mondo fondato sul principio di interdipendenza e di responsabilità? Come si deve organizzare la comunità scientifica di fronte alle nuove sfide? Left lo chiede a Ilaria Capua, biologa e direttrice del dipartimento Ricerca e sviluppo dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie, che il 27 maggio approfondisce questi temi nell’incontro con lo storico giornalista Paolo Mieli, alla Festa dell’Inquietudine (27-29 maggio Borgo Finale Ligure). Si deve alla banca dati open source voluta nel 2006 dalla virologa italiana se nel 2009 la sequenza genetica virus dell’influenza suina è stata decifrata in poche ore. Il database è attivo dal 2008 dopo che la Capua aveva lanciato sulle maggiori riviste scientifiche internazionali l’appello a condividere i dati in un’unica banca pubblica, sostituendo in questo modo quella ad accesso riservato utilizzato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). La banca Gisaid (Global initiative for sharing avian influenza data) contiene migliaia di sequenze genetiche di virus dell’influenza animali e umani. Si tratta di un archivio unico al mondo.

Prof. Capua, lei oggi collabora con le principali agenzie internazionali nella gestione della crisi da virus H5N1 e su altre malattie infettive emergenti. Inoltre è stata premiata più volte per la sua idea di condividere pubblicamente le informazioni scientifiche. È questo il modello da seguire per affrontare future “crisi” sanitarie globali?

In piena emergenza aviaria, nel nostro laboratorio avevamo dei virus molto importanti dal punto di vista epidemiologico. E io ho semplicemente pensato che non avesse senso metterli in un database ad accesso limitato. Se la ricerca deve muoversi, noi scienziati dobbiamo muoverci tutti insieme. Specie se si tratta di minacce alla salute pubblica e di virus. Per propagarsi il virus non aspetta mica che noi decidiamo chi mettere a conoscenza della sua sequenza genetica. Le mie informazioni sono generate da ricerche finanziate con fondi pubblici e di altri organismi internazionali, per cui considero naturale inserire i miei risultati in un database non riservato.

La “sua” banca dati ha permesso risultati importanti, come testimoniano i tempi rapidi di soluzione della sequenza genetica dell’H1N1 nel 2009.

Si tratta di semplice logica. Per affrontare i virus pandemici umani che arrivano dal mondo animale bisogna studiare gli animali. Pertanto chi si occupa di aspetti virologici dei virus umani, deve potersi confrontare con chi lavora sugli stessi virus che oggi sono negli animali e che domani potrebbero aggredire l’uomo. Dopo quattro anni di discussioni, la mia idea di trasparenza dei dati genetici dei virus influenzali è stata definita dalla stessa Oms «una svolta epocale».

Per dare forza a questa svolta occorre la spinta dell’opinione pubblica sia globale che dei singoli Paesi. Come giudica la qualità dell’informazione scientifica, ad esempio in Italia?

Ritengo che sia disarmonica. Ad esempio, si pone spesso l’attenzione sulla notizia eclatante che però poi manca di “sostanza”. Oppure, come nel caso di temi che riguardano la salute, c’è poco equilibrio, scarsa proporzione tra i rischi reali e la diffusione di notizie. Pensiamo all’influenza aviaria e al disastro nucleare di Fukushima. Della prima si è parlato troppo, del secondo se ne legge pochissimo. L’aviaria è stata una minaccia reale – e lo è anche oggi, ad esempio in Egitto – ma per informare correttamente il pubblico bisogna trovare toni e parole giusti.

left 21/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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