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Società

La democrazia sostenibile

Un mondo che sa produrre nuova economia e generare occupazione. Firenze ospita l’ottava edizione di Terra Futura e diventa la capitale delle buone pratiche ambientali, produttive e sociali

Federico Tulli

Chi può stabilire quali uomini e quali popoli possano godere più di altri delle risorse della Terra? Chi può decretare dove e cosa produrre? La gestione democratica della natura e dell’ambiente – e dei loro tesori – richiede un radicale cambiamento di dialogo e di rapporto tra i pochi attori che di questi tesori godono i frutti. Lasciando ai molti, quando va bene, briciole di cibo, qualche goccia d’acqua e nessun beneficio socioeconomico. Di fronte a questo squilibrio è la società civile del “Nord del pianeta” che deve assumersi la responsabilità di pungolare le istituzioni per costringerle a imboccare la direzione che porta verso «un mondo migliore, più sostenibile e solidale». L’edizione 2011 di Terra Futura si pone un obiettivo ambizioso: “La cura dei beni comuni”. È questo il tema scelto per l’ottava mostra convegno di Firenze. Un obiettivo ambizioso ma obbligato, se si pensa che nel 2010, secondo il Global Footprint Network che promuove la sostenibilità tramite il calcolo dell’“Impronta ecologica”), si è varcata la soglia critica oltre la quale il consumo globale delle risorse ha superato il tasso con cui la natura le rigenera. Non solo. L’uccisione di Osama Bin Laden chiude un decennio che si era aperto con l’attacco alle Twin towers di New York e che ci lascia in eredità due guerre sanguinose e il trionfo della cultura dell’unilateralismo e dello scontro di civiltà che proprio sui popoli delle nazioni a guida islamica ha scaricato i lutti maggiori. In questo contesto (che comprende la drammatica situazione in cui versa l’Africa sub-sahariana) pace, diritti umani, legalità si rivelano i beni comuni primari più minacciati. Con ricadute inevitabili su tutti gli altri, da quelli ambientali a quelli sociali e culturali. È intorno a questa triade di beni comuni e ai condizionamenti che porta con sé che si svolge la discussione a Terra Futura. Condizionamenti che si materializzano nella crisi economico-finanziaria globale, nel disastro nucleare di Fukushima, nel depauperamento delle falde idriche e delle risorse agricole, nell’approvvigionamento scellerato di risorse energetiche, nell’inquinamento provocato dalle spietate politiche produttive imposte da un sistema che evidentemente ha fallito. Come si esce da questo loop? Come si può superare il paradigma del modello occidentale di crescita e sfruttamento strumentale della natura, e raggiungere il traguardo di un’equa distribuzione dei “beni comuni”? La risposta è nel mosaico di interventi dei massimi esperti in buone pratiche applicate a economia, finanza, gestione delle risorse energetiche, idriche, alimentari che partecipano alla tre giorni di Firenze (tra gli altri: Mario Agostinelli, portavoce Contratto mondiale per l’energia e il clima, Gianfranco Bologna, direttore scientifico Wwf, Gianni Silvestrini, direttore scientifico Kyoto club, la sociologa Amita Baviksar, l’economista Susan George e la scienziata Vandana Shiva). Ed è riassunta in una frase del documento condiviso che esplica la visione politica dei partner e dei promotori di Terra Futura (Fondazione culturale Responsabilità etica Onlus per il sistema Banca Etica, Regione Toscana e Adescoop-Agenzia dell’economia sociale): «Chiediamo un nuovo contratto sociale “a responsabilità collettiva”». Per ottenerlo, occorre trovare l’anello di congiunzione tra ecologia e giustizia sociale.

Il saggio Futuro sostenibile. Le risposte eco-sociali alla crisi in Europa che esce in libreria l’8 giugno per Edizioni Ambiente è tra le vie più efficaci da seguire. Si tratta del secondo studio di un progetto ventennale condotto da un’équipe del Wuppertal Institut e di alcune università tedesche coordinata dal sociologo Wolfgang Sachs. Il volume adattato in un’ottica europea, guardando in particolare al nostro Paese, viene presentato in anteprima a Firenze. In esso come racconta a left il curatore dell’edizioneitaliana, Marco Morosini, analista ambientale al Politecnico federale di Zurigo, Sachs e i suoi collaboratori dimostrano come «non ci possa essere “ecologia” senza giustizia sociale, e che non ci può essere equità senza il rispetto della natura». Una tesi che ovviamente incontra notevoli difficoltà di applicazione «perché non tutti sono d’accordo su una futura distribuzione equa delle risorse naturali e dello spazio ambientale». Il motivo è noto.Chi usufruisce di molto più spazio ambientale rispetto a quello che gli spetterebbe se fosse distribuito equamente, non intende cederlo ritenendosi legittimato a godere di questo privilegio. «L’argomentazione più tipica è che i Paesi più ricchi progrediti tecnologicamente, producono beni materiali e know how che mettono a disposizione di tutta l’umanità. Cosa che in parte è anche vera, ma è un’argomentazione che viene anche sfruttata per difendere dei privilegi che invece non meritano ». Può sembrare una situazione senza vie di sbocco. Ma Sachs, che di Terra Futura è presidente del Comitato consultivo, mostra un cauto ottimismo portando l’esempio italiano. «Il futuro sostenibile è un cantiere aperto» scrive insieme a Karl-Ludwig Schibel, anche lui componente del Comitato consultivo. Guardando ai prossimi referendum sull’acqua pubblica e il nucleare, «l’edizione 2011 di Terra Futura cade in un periodo di forti indicazioni che la cura dei beni comuni non è più una causa di pochi ma un desiderio di molti, forse di una maggioranza della società italiana. Fino a che punto la difesa dei vecchi diritti ai beni comuni e la spinta per una nuova società capace di futuro è anche un merito di questa iniziativa di buone pratiche di vita, di governo e d’impresa non si può sapere. Non è neanche importante» osservano Sachs e Schibel. «Le forti resistenze che incontrano, da parte dei vecchi poteri, le azioni per la salvaguardia del clima terrestre, per gestire in modo democratico ed equo l’accesso all’acqua e all’energia pulita, per far valere i diritti umani sono segnali incoraggianti di essere sulla strada giusta».

L’evento

Tre giorni alla Fortezza

Un nuovo progetto di società e di economia per il benessere dell’uomo e del Pianeta. Questo fine da sempre ispira Terra Futura, mostra-convegno internazionale delle buone pratiche di sostenibilità ambientale, economica e sociale, dal 20 al 22 maggio 2011 a Firenze, alla Fortezza da Basso. Tema dell’ottava edizione è “La cura dei beni comuni”. Nella vasta rassegna espositiva, articolata in diverse sezioni tematiche, sono numerose “buone pratiche” rappresentate: tutela dell’ambiente, energie alternative, finanza etica, commercio equo, agricoltura biologica, edilizia e mobilità sostenibili, turismo responsabile; e ancora consumo critico, welfare, impegno per la pace, solidarietà sociale cittadinanza attiva e partecipazione. L’evento propone anche un programma culturale fitto, fra seminari, dibattiti e convegni con esperti e testimoni dei diversi ambiti, italiani e stranieri; e ancora, numerosi workshop e laboratori, per sperimentare dal vivo come declinare la sostenibilità nella vita quotidiana.

(Per informazioni sul programma: http://www.terrafutura.it)

left 20/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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