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Ricerca scientifica

«Non respingo lo straniero»

Vittime dei trafficanti. Poi del razzismo. Ecco come la psichiatria può aiutare i migranti. Intervista al professor Alfredo Ancora

Federico Tulli

C’è chi ha fatto richiesta di asilo politico, e c’è chi gode già dello status di rifugiato. C’è poi chi è un “semplice” migrante in cerca di lavoro partito dal Sud del mondo e c’è la vittima della tratta di esseri umani, la “schiava del terzo millennio”. Insieme compongono la popolazione di stranieri arrivati in Italia chi con la forza chi per una scelta forzata, provenienti dai contesti culturali più disparati. Lo shock dell’incontro con una “civiltà” diversa è inevitabile, specie nell’Italia attuale. Il Paese dei respingimenti «a colpi di cannone», il Paese della legge Bossi-Fini che ha istituzionalizzato la discriminazione, il Paese che ha ricevuto un sonoro ceffone dalla Corte di giustizia europea per aver criminalizzato il concetto stesso di immigrazione introducendo il reato di “clandestinità”. Ai traumi vissuti prima di arrivare da noi, si sommano quelli causati dalle barriere culturali innalzate dal Belpaese. La richiesta di aiuto a specialisti è quasi inevitabile. Il 3 maggio di un anno fa si è svolta a Roma la III Giornata di studio di psichiatria transculturale nei servizi territoriali e ospedalieri. L’incontro (vedi left n.17/2010) fu coordinato dal professor Alfredo Ancora, psichiatra della Asl RmB e docente di Psichiatria transculturale all’università di Siena. Oggi Ancora firma insieme al collega Alberto Sbardella la cura degli atti, dal titolo L’approccio transculturale nei servizi psichiatrici. Un confronto tra gli operatori, appena arrivato in libreria per Franco Angeli.

Il saggio contiene contributi di specialisti in diverse discipline. Non solo psichiatri e psicologi, ma anche di infermieri e operatori di centri d’accoglienza. Perché?

Parlando di psichiatria transculturale, intesa come «passaggio attraverso le culture, modi e mondi altri» intendiamo offrire all’operatore dei servizi psichiatrici delle griglie osservative, prima che di intervento. Raccontando cosa avviene nell’incontro con lo “straniero”, non solo nei centri di salute mentale ma anche nei centri d’accoglienza e consultori. Non parliamo di nuove tecniche di approccio con l’“altro” che oggettivizzano i potenziali pazienti, distinguendoli in migranti, rifugiati, clandestini, donne vittime di tratta e così via. Sono persone. Purtroppo, non è superfluo sottolinearlo. Chi fino a oggi veniva definito “oggetto della ricerca” è diventato “soggetto” e arriva con un bagaglio di sofferenza e anche di concezioni sulla malattia e sulla cura. L’incontro quindi è tra un sistema di cura e un’aspettativa di cura che non si conoscono. Che non hanno mai dialogato.

Lei scrive che l’incontro con queste persone non è specificatamente legato a un contesto di cura.

Nei nostri servizi territoriali arriva una serie di problematiche legate non solo alla sofferenza psichica. Ad esempio, non è certamente patologico l’iniziale disorientamento temporale e spaziale che vive chi arriva dall’Africa subsahariana dopo mesi di peripezie. Come non lo è lo shock culturale che scatta all’impatto con una cultura nuova. Prima di una eventuale diagnosi, lo specialista deve sapersi mettere in rapporto con una persona che “irrompe” nella nostra cultura. E quindi l’importanza della formazione di chi deve affrontare le nuove problematiche che entrano in ambulatorio insieme allo “straniero”.

Questo libro va nella direzione opposta dei “respingimenti” praticati alle frontiere dal governo italiano.

Prima che geopolitici i respingimenti sono di natura mentale, finalizzati a rinforzare i confini della nostra “civiltà” che consideriamo superiore alle altre. Al di là dei problemi pratici, da operatore che da tanti anni lavora nei servizi pubblici la prima cosa che mi preoccupa è questa chiusura culturale. Siamo in presenza di persone in cerca di una nuova identità sociale, aggredite in un momento delicatissimo della loro vita. Non sanno qual è il loro futuro, soffrono di sindrome da sradicamento, vanno in cerca di punti di riferimento. La cultura d’accoglienza dovrebbe essere uno di questi punti di riferimento. E invece.

left 18/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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