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Vaticano

L’abate seriale

L’11 maggio la Cassazione potrebbe mettere la parola fine sul caso di don Bertagna. Nel 2006 confessò abusi e violenze su 38 bambini e adolescenti

Federico Tulli

La capacità di guadagnarsi la fiducia della vittima e sostituirsi gradualmente alle sue ideali figure di riferimento, prima di passare all’azione e violentarla, è un segno tipico nell’identikit di qualsiasi pedofilo. Altrettanto ricorrente nel suo “profilo” è la lucida razionalità mediante la quale il “cacciatore” di bambini si organizza la vita in funzione del proprio scopo. Non di rado la cronaca racconta dell’arresto di un istruttore sportivo, di un maestro elementare, di un parente o un amico di famiglia con l’hobby del baby sitter che «era tanto affettuoso e sembrava una brava persona». Questi “vincoli” affettivi costruiti a tavolino rendono quasi impossibile per la piccola vittima riuscire a denunciare il proprio carnefice. In ogni caso, l’elaborazione della devastazione psico-fisica subita può richiedere decenni, ma la legge parla chiaro: in Italia il reato cade in prescrizione dopo dieci anni. E poi ci sono i preti. Per loro la sorta di garanzia d’impunità che vale per qualsiasi pedofilo è resa praticamente certa dal fatto che la Chiesa cattolica, ponendosi al di sopra delle leggi degli Stati, consideri ancora oggi la pedofilia un peccato e non un crimine. Questo spiega perché a fronte della tanto propagandata “tolleranza zero” di Benedetto XVI, si contino sulle dita di una mano i vescovi che nel mondo hanno denunciato all’autorità giudiziaria “civile” un pastore di anime sospettato di abusi. Quando un prete finisce alla sbarra è solo perché una vittima o i suoi familiari sono riusciti a fare breccia nell’impenetrabile cortina che le gerarchie ecclesiastiche e le leggi vaticane alzano intorno al pedofilo. Se lo scudo protettivo cade, oltre alla mostruosità del contesto appena descritto non di rado emerge la serialità con cui è stato compiuto il crimine. A quanto detto combacia perfettamente tutta la storia di don Pierangelo Bertagna l’ex parroco dell’abazia di Farneta (nel comune di Cortona in Toscana) reo confesso di abusi su 38 vittime, alcune delle quali non avevano nemmeno 10 anni. Giuridicamente parlando la vicenda – che left segue sin dal n.16 del 2006 -, volgerà definitivamente al termine l’11 maggio prossimo. Giorno in cui si riunisce la III sezione della Corte di Cassazione per valutare il ricorso dei suoi difensori dopo la condanna in appello a 8 anni di reclusione inflitta dai giudici di Firenze nel 2010, che a sua volta avevano confermato quella del gup di Arezzo comminata nel 2006. In attesa che sia messa la parola fine e la sentenza passi in giudicato, e nella “speranza” che chi di dovere (non solo il Vaticano) ricavi dalla vicenda Bertagna gli elementi per rimodulare l’approccio e quindi l’opera di prevenzione dei crimini pedofili, ripercorriamo brevemente alcune tappe significative.

Il caso dell’ex abate è scoppiato nell’estate del 2005, quando i genitori di un tredicenne lo denunciarono ai carabinieri. Dopo una prima ribellione da parte della comunità locale che considerava l’abate un santo, l’apertura delle indagini produsse in poco tempo una sorta di effetto domino, con una catena di esposti presentati dalle famiglie di altri 15 bambini tutti appartenenti alla stessa parrocchia di Farneta, a lui affidati a vario titolo. Le indagini, condotte dal pm di Arezzo Ersilia Spena, portarono quindi all’arresto del religioso che nel corso dei diversi interrogatori arrivò a confessare altri 22 abusi compiuti prima di diventare sacerdote all’età di 39 anni. Crimini, questi, avvenuti in seminario, e presso le comunità che aveva frequentato nel nord Italia. Un violentatore seriale che, si legge nella sentenza di primo grado, «non cercava mai rapporti paritetici, ma si approcciava sempre a soggetti in stato di inferiorità (fisica, di età, di condizione) cercando di possedere e dominare l’oggetto» delle sue “attenzioni”. Occasioni che Bertagna, oggi cinquantenne, si procurava con «lucidità », «creando le situazioni in cui rimaneva solo con i minori, in genere a lui affidati da ignari genitori». «In definitiva – cita ancora il testo – è risultato essere sempre lucidissimo nell’esecuzione dei crimini, dimostrando con ciò di saper bene controllare i suoi impulsi parafilici quando le circostanze sconsigliavano di agire. E tale lucidità è comprovata da diversi episodi». C’è poco altro da aggiungere, se non che in seguito alla sospensione a divinis avvenuta nel 2006 dopo le prime confessioni, era stato annunciato nei confronti di Bertagna anche il processo penale amministrativo «secondo le disposizione ecclesiastiche ». Ma questo è decaduto dopo la concessione della dispensa dal sacerdozio ottenuta da Benedetto XVI. Dove sia oggi Pierangelo Bertagna non è certo. “Voci” non verificate lo davano agli arresti domiciliari in un convento o in un’abbazia del centro Italia, a meditare in vista della sentenza definitiva.

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Il vaticano alla sbarra

Negli anni Sessanta, la Santa Sede approvò il trasferimento dall’Irlanda a Chicago e poi a Portland di un sacerdote pedofilo, Andrew Ronan, rendendosi in questo modo corresponsabile dei suoi crimini. Per questo motivo Jeff Anderson, avvocato di una vittima, nel 2010 ha citato in giudizio il Vaticano presso il tribunale di Portland nell’Oregon. La scorsa settimana, decidendo di non esprimersi sull’istanza e rimettendo la palla in mano al tribunale di Portland, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato il nulla osta all’eventualità di un processo contro la Santa Sede. Non è questo l’unico caso di spicco che oppone il Vaticano ad Anderson (che a gennaio ha aperto anche uno studio a Londra per tutelare le vittime britanniche). Nei giorni scorsi, il testo di una denuncia contro papa Benedetto XVI e i cardinali Angelo Sodano e Tarcisio Bertone, a nome di un uomo che dice di essere stato vittima di un prete pedofilo, è stato consegnato al Vaticano attraverso i canali diplomatici ufficiali. Lo sostiene Andreson, legale dell’uomo, secondo cui un precedente tentativo dello stesso tipo era andato a vuoto, dato che l’assessore per gli affari generali del Segretariato di Stato, monsignor Brian Wells, aveva respinto al mittente la busta consegnatagli da un corriere, definendola «indesiderata». L’uomo che ha sporto denuncia, Terry Kohut, di Chicago, è una delle vittime in Wisconsin di padre Lawrence Murphy, reo confesso di oltre 200 crimini pedofili in un collegio per sordomuti di Milwaukee negli anni Settanta. Anderson sostiene che Joseph Ratzinger e i cardinali Sodano e Bertone (all’epoca ai vertici della Congregazione per la dottrina della fede), devono essere considerati legalmente responsabili per le molestie, poiché il Vaticano non prese a suo tempo le misure necessarie per neutralizzare i preti pedofili.

left 17/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
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Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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