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Società

Se il disabile diventa un business

L’Ente nazionale sordomuti in odore di conflitto d’interessi. Un’interrogazione dei Radicali solleva il caso dei criteri di assegnazione dei fondi pubblici alle Onlus assistenziali

Federico Tulli

Assistenza non sempre fa rima con trasparenza. Nella galassia di Onlus che si occupano della gestione e della redistribuzione dei fondi pubblici per il sostegno e/o la cura di persone disabili o affette da gravi malattie, c’è sempre il rischio fisiologico che si annidi qualche stella cadente. Ma il pericolo aumenta ogni qualvolta la tensione politica raggiunge livelli di guardia. Quando un governo è in bilico oppure in Parlamento una maggioranza non si ritrova più tale, per riportare l’ago del consenso dalla propria parte può infatti essere sufficiente “ungere” gli ingranaggi giusti con apposite elargizioni stabilite ex lege, e il gioco è fatto. Per questo motivo, per ridurre al minimo il rischio di combine e quindi di una “selezione” innaturale dei malati e dei disabili che possono beneficiare di fondi pubblici, le organizzazioni che si occupano dei servizi di assistenza devono essere apartitiche e aconfessionali.

È guardando a questo principio che la deputata Radicale Maria Antonietta Farina Coscioni, tra i capolista alle amministrative di Milano nella Lista Bovino-Pannella, ha presentato un’interrogazione urgente al ministro delle Politiche sociali, Maurizio Sacconi. Oggetto dell’istanza è una delicata situazione che si è venuta a creare al vertice dell’Ente nazionale sordomuti (Ens),l’organismo preposto alla tutela e assistenza delle persone sorde, in seguito alla elezione di Ida Collu, presidente della Ens Onlus, a segretario nazionale del movimento politico “La Discussione”.

L’interrogazione – spiega a leftla co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica ha l’obiettivo di “capire come vengono tutelati i diritti delle persone portatrici di disabilità nel nome della politica della trasparenza che noi Radicali richiediamo a tutti i livelli”. Il quesito verte su tre punti: “Ho chiesto al ministro che siano assunte le opportune iniziative normative per stabilire quali condizioni per l’accesso a contributi pubblici, l’apoliticità e l’aconfessionalità delle associazioni che svolgono attività sociali; inoltre, che si introducano gli strumenti di verifica affinché tali principi siano concretamente attuati; infine nel documento chiedo se, nell’ambito delle verifiche previste dalle linee guida, non si intenda porre particolare attenzione al fatto che le attività finanziate e svolte dalle associazioni siano esclusivamente destinati agli scopi statutari”.  In sostanza ciò a cui dovrebbe rispondere Sacconi è: “Si può essere alla guida di una formazione politica e al tempo stesso presiedere un’associazione assistenziale Onlus che nel suo

Maria Antonietta Farina Coscioni

statuto prevede espressamente la assoluta apartiticità e aconfessionalità?”. Nel caso dell’Ens entrambi questi criteri rischiano di venir meno perché La Discussione ha tutta l’aria di non essere un movimento politico “‘aconfessionale”. Basta vedere come il 27 marzo scorso è stata salutata sul sito del partito l’elezione della Collu: “Fino a ieri la vasta area moderata e riformista, d’impronta cristiana, era riuscita ad avere un ruolo purtroppo marginale nel dibattito della politica. Con l’irrompere sulla scena del movimento politico La Discussione, però, le ragioni della gente potranno avere un riferimento concreto che si rifà alla storia, alla lungimiranza e alla testimonianza politica di Alcide De Gasperi”. Giova ricordare che il presidente di questo “movimento” è il deputato Giampiero Catone, già Pdl, poi Fli, infine iscritto al gruppo di Iniziativa responsabile.

In attesa di una replica istituzionale crescono sia il disagio all’interno dell’Ens (nei giorni scorsi 19 consiglieri regionali della Onlus hanno presentato una mozione di sfiducia nei confronti della Collu, votata da 20 componenti), sia lo sdegno nel mondo dell’associazionismo cui fanno riferimento le persone sordomute. “Ci sono diverse associazioni di sordi autonome e non riconosciute dallo Stato che rispettano i principi d’indipendenza ma non ricevono un centesimo di denaro pubblico.  Spesso sono composte da persone molto emarginate che hanno grandi difficoltà e quindi conoscono poco le leggi”, denuncia un ex allievo dell’Istituto per sordi A. Provolo di Verona che chiede di rimanere anonimo. “Tra queste – aggiunge – c’è ad esempio la Fiadda, l’associazione famiglie italiane per la difesa dei diritti degli audiolesi, molto più impegnata dell’Ens nel campo del sostegno alla ricerca medico-scientifica”. La nostra fonte osserva infine, sconsolato, che la sezione Ens di Verona ha sempre taciuto sull’agghiacciante vicenda degli abusi pedofili compiuti all’interno del Provolo, gestito dalla curia locale (vedi left n. 42/2010). “Gli ultimi saranno i primi”è lo slogan scelto dagli spin doctor de La Discussione. L’importante è che alcuni non siano più “primi” di altri.

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Il linguaggio fuori legge

Sono circa 70mila in Italia le persone sordomute. Da anni molte di loro chiedono una legge che riconosca la validità della Lis, la lingua italiana dei segni per i sordi, che usano per comunicare tra di loro. Un primo sostanziale passo in questa direzione è stato compiuto in Senato il 16 marzo scorso con l’approvazione, all’unanimità, del disegno di legge da parte della commissione Affari costituzionali. Ma c’è chi esprime scetticismo sulle nuove norme. Il ddl, che unifica diversi provvedimenti, stabilisce che «la Repubblica riconosce la Lingua italiana dei segni (Lis) come lingua non territoriale propria della comunità dei non udenti», in applicazione dell’articolo 3 della Costituzione che sancisce l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge senza alcuna distinzione; e dell’articolo 6 che riguarda la difesa delle minoranze linguistiche e in applicazione della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, adottata dal Consiglio d’Europa il 5 novembre 1992. Il ddl prevede inoltre che il governo entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge, dopo aver sentito l’Ens detti un regolamento per l’uso della Lis. «Dato lo scarso controllo, con l’approvazione della Lis c’è il rischio che molte persone udenti ottengano attestati d’abilitazione, oppure che siano privilegiati non udenti appartenenti ad alcune associazioni piuttosto che ad altre, che quindi, come prevederà il nuovo regolamento, hanno la possibilità di essere assunte come interpreti in posti di rilievo, ad esempio nei tribunali. Lasciando mestieri minori agli altri», osserva l’ex alunno del Provolo (vedi articolo). Che quindi conclude: «Più efficace del Lis è il metodo orale sperimentato dall’associazione Fiadda. È questo lo strumento più avanzato per l’integrazione dei sordi nel mondo del lavoro».

left 16/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

Un pensiero su “Se il disabile diventa un business

  1. Ben detto solo che nessuno si è posto quale sia ilvero problema e ve lo dico io……… Sapete che l’ENS per ora controlla, senza un’autorità alcuna, chi potrà fare i corsi per la LIS, Lingua Italiana Segni e ci sono persone che pur di non perdere il lavoro, sono costrette a leccare il …. alla presidente per poter lavorare e se la LIS verrà approvata, sarà un businnes per l’ENS, per la Collu presidente sfiduciaa, e chiederà ed otterrà altri contributi poer gestire i corsi di LIS che ne vorrà avere lei il dominio….. Soldi, denaro, soldi e denaro…..questa è la LIS. Ma a chi servirà la LIS. Agli udenti? Ai sordi? All’ENS per incassare altro denaro. Meditate gente, mediate.

    Pubblicato da gennaro | 1 maggio 2011, 6:34 pm

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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