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Chiesa e pedofilia

Chiesa e pedofilia, quando l’Italia si ribellava

La manifestazione di Londra “Protest the pope” (18 settembre 2010)

Un saggio di Pier Luigi Ferro ricostruisce gli scandali che hanno fatto tremare la Santa Sede nel primo Novecento

Federico Tulli

Tra il 1904 e il 1907 una serie di scandali travolge la Chiesa cattolica in Italia. Il collegio dei Marianisti di Pallanza sul Lago Maggiore, una scuola di Trani in Puglia, il collegio Greco-Milanese, l’Asilo della Consolata di Milano, l’educatorio di Alassio e il collegio dei Salesiani di Varazze in Liguria. Sevizie, maltrattamenti, abusi su decine di adolescenti, fanciulle e bambini. Le accuse nei confronti di sacerdoti e, nel caso di Trani e Alassio anche di suore, sono pesantissime. Il collegio dei Marianisti sarà costretto a chiudere. Lo sdegno dell’opinione pubblica è notevole e la vulgata anticlericale si diffonde a Roma, Milano, Firenze dove si registrano aggressioni fisiche a diversi ecclesiastici. Mentre a La Spezia bruciano chiese. Sono soprattutto le vicende liguri a trovare notevole spazio sui media dell’epoca. Solo per citarne alcuni: “Atti nefandi in un asilo di pseudomonache – cinque donne e un prete arrestati”, titola il Corriere della Sera del 20 luglio 1907; “Gli scandali nell’educatorio di Alassio” (Corriere della Sera, 28 luglio); “Scoperta di fatti scandalosi nel collegio salesiano di Varazze”, rilancia Il Caffaro del 31 luglio, fino a “I brutti scandali di Varazze” (Il Secolo XIX). È il primo agosto 1907. Quattro giorni dopo la Chiesa replica con un comunicato, accusando la massoneria francese di aver finanziato con «circa 150.000 lire» i moti anticlericali. «Giova rammentare – si legge nella nota – che i Besson, fabbricanti del fantastico romanzo di Varazze, sono francesi». Ben presto anche la stampa cattolica si getta nella mischia senza risparmiare colpi. S’intitola Marci, Porci, Catoni un corrosivo corsivo apparso sul periodico salesiano della diocesi di Savona che così recita: «Ma bravi giornalisti!/ Che fate i moralisti/ scrivendo sul giornale/ porcherie d’animale!/ Dell’Asino scolari/ così fate danari/ e d’onestà salvate lo stendardo/ sia pur con le calunnie di un bastardo!». Il “bastardo” è Alessandro Besson, uno studente di 14 anni che in un diario (“il romanzo”) descrive messe nere e riti orgiastici tra monache, preti e giovani convittori del collegio di Varazze. Grazie al rocambolesco ritrovamento del diario, per la prima volta l’intera vicenda che ha messo in crisi i rapporti tra il governo Giolitti e la Santa Sede, è raccontata e minuziosamente documentata nell’avvincente saggio di Pier Luigi Ferro Messe nere sulla Riviera (Utet).

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Appuntamenti

C’è chi dice no

Dopo il successo dell’iniziativa mondiale del 31 ottobre 2010, proseguono le proposte di incontri pubblici organizzati dalle associazioni di vittime che hanno subito violenza “sessuale” da parte di consacrati della Chiesa cattolica o di altre Chiese. Il 21 maggio 2011 a Roma in via di Torre Argentina nella sede del Partito radicale, un evento organizzato da La Colpa. Il 25 giugno a Washington si riuniscono gli associati di Survivors voice. È la prima “uscita” dopo la nascita a Londra, il 26 marzo scorso, della sua costola europea Survivors voice Europe. Sempre a Washington, 8-10 luglio, si terrà la conferenza nazionale di Snap network. Infine a Londra è fissata per il 17 settembre 2011 la seconda edizione della marcia per un’Europa “umanista e laica “Protest the pope” indetta da una coalizione di associazioni coordinate da Marco Tranchino di Central London humanists.

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La manifestazione di Londra “Protest the pope” (18 settembre 2010). In basso, cattedrale di St. Patrick, sede della diocesi di New York

Il potere della verità

Intervista a Mary Caplan, responsabile per l’area di New York dell’associazione di vittime Snap

Franca Marini e Federico Tulli

Con dieci anni di ritardo rispetto all’impressionante sequela di abusi “sessuali” venuti alla luce negli Stati Uniti, a luglio 2010, con mezza Europa scossa dalla nuova ondata di crimini, il Vaticano ha varato le nuove norme che regolano le indagini e il processo canonico contro i sacerdoti pedofili. Qual è il giudizio di Snap (Survivors network of those abused by priests) sulla risposta della Chiesa cattolica a questi scandali?

La tiepida ammissione di responsabilità è troppo poco e soprattutto è avvenuta troppo in ritardo. Il comportamento del papa che si riduce in pratica nel non fare niente per punire o fermare gli abusi da parte dei preti è il vero oltraggio. Le parole sono vuote perché i fatti devono ancora seguire. Un fatto è che Benedetto XVI ha invocato l’immunità di capo di Stato per evitare di comparire in un processo in Texas. Molti in America hanno letto e sentito così tante storie su preti predatori e vescovi complici che oramai sono in qualche modo assuefatti. Quindi, tristemente, non c’è indignazione per il fatto che la figura religiosa più potente al mondo cerchi di eludere la responsabilità in questo come per decine di migliaia di devastanti crimini sessuali contro bambini e per l’insabbiamento degli stessi attraverso cavilli legali. Noi pensiamo che se il papa si sentisse onestamente innocente, coglierebbe l’opportunità di avere il suo “giorno in tribunale” per difendere il proprio operato. Invece, il fatto che lui e i suoi avvocati siano disposti a sfruttare scappatoie legali anziché affrontare direttamente le accuse contro, la dice lunga sulla complicità del papa in questi terribili crimini.

Dopo i grandi scandali del 2001-2006, il Vaticano ha annunciato che negli Stati Uniti il problema della pedofilia è stato risolto. È davvero così?

Gli abusi e, più importante, l’occultamento delle prove e dei sacerdoti colpevoli, proseguono come dimostrano eventi recenti. Cito il nostro sito (snapnetwork. org) per ricordare che a febbraio alcuni giurati popolari imparziali hanno constatato che in Pennsylvania l’arcidiocesi «continua a intraprendere pratiche che ingannano le vittime, che violano la loro fiducia, che ostacolano l’azione penale contro gli abusatori e che lasciano nell’ufficio sacerdotale un ampio numero di preti credibilmente accusati». In sintesi, «non è cambiato molto dopo un caustico rapporto del 2005 di un altro Gran jurì» e la stessa arcidiocesi, osservano i giurati, «ha tradito ancora una volta» le vittime.

A gennaio l’arcidiocesi di Milwaukee in Wisconsin ha dichiarato fallimento. Qual è oggi il livello di credibilità della Chiesa cattolica statunitense?

La Chiesa ha perso credibilità, eccezion fatta tra coloro che ancora seguono ciecamente i dettami delle gerarchie. Tra le persone pensanti ci sono ancora molte domande che fino a ora non hanno trovato risposte. Molti ritengono che i gerarchi della Chiesa abbiano “nascosto” del denaro nel mercato immobiliare e in altri conti. Spesso, alla vigilia del risarcimento delle vittime, la Chiesa presenta istanza di fallimento come è accaduto per la diocesi di Milwaukee (prima guidata da Timothy Dolan che oggi è arcivescovo di New York) dove, all’inizio di febbraio, la Corte ha investigato su 75 milioni di dollari scomparsi improvvisamente nel nulla. Le vittime di abusi sono spesso lasciate sole a combattere contro la propaganda del Vaticano per ottenere giustizia.

Qual è il ruolo di Snap in questi casi?

Possiamo fornire supporto, informazioni e l’esempio di coloro che hanno accettato la sfida di parlare e vi sono riusciti. Quando la persona abusata si rende conto di non essere sola, può superare l’erronea vergogna e la paura che l’ha trattenuta dal parlare. Come si è espressa una delle vittime, la Chiesa può avere il potere e i soldi dalla sua parte ma noi abbiamo la verità che alla fine sarà più forte.

 left 15/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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