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Ricerca scientifica

Una firma contro Roberto De Mattei al Cnr

Roberto De Mattei, vice presidente del Consiglio nazionale delle ricerche

«Le grandi catastrofi sono una voce paterna della bontà di Dio, che ci richiama al fine ultimo della nostra vita… Le catastrofi sono i giusti castighi di Dio». Così Roberto De Mattei, vicepresidente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), ha commentato lo tsunami in Giappone ai microfoni di Radio Maria durante la sua trasmissione “Radici cristiane”. Lo sdegno suscitato presso la comunità scientifica, e non solo, si è concretizzato nella petizione on line per chiedere le sue dimissioni dalla poltrona che occupa al più prestigioso ente di ricerca nazionale. Il nostro settimanale segue le gesta di De Mattei, di professione storico, sin da quando si è insediato al Cnr nei primi anni Duemila.
Detto “il crociato”, il professore è l’ideatore della Fondazione Lepanto che da 29 anni si impegna in «campagne pubbliche al servizio della Chiesa e della Civiltà cristiana». Un esempio? A inizio 2009 organizzò un convegno a spese del contribuente dal titolo: “La morte cerebrale è ancora vita?” La risposta degli esperti in estrema sintesi fu: «Sì». Era il battesimo della corrente psudoculturale che due mesi dopo ha “ideato” il ddl Calabrò sul testamento biologico ora in discussione alla Camera. Creazionista integerrimo, c’è lui dietro il tentativo del ministro Letizia Moratti di eliminare dalla scuola pubblica l’insegnamento della teoria di Darwin. A tal proposito, ecco un paio di perle. L’evoluzionismo non è che «una tipica forma di letteratura fantastica», e «la Terra esiste al massimo da 15-20 milioni di anni» dice il nostro durante un dibattito (questa volta, fortunatamente, non ospitato nei locali di un edificio pubblico) con il matematico Piergiorgio Odifreddi.

(Info: http://www.cronachelaiche.it)

Federico Tulli * left 12/2011*

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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