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Società

Una corsia per la camorra

I boss si fingono matti per ottenere i benefici di giustizia. E ci riescono, grazie a diagnosi a volte compiacenti, spesso sbagliate. La denuncia di Corrado De Rosa nel suo nuovo libro

Federico Tulli

C’è chi dà del matto ai magistrati e forte del proprio ruolo istituzionale fa emanare leggi per “contenerli”, e c’è chi si finge matto. Strumentalizzare la malattia mentale per sottrarsi alla giustizia è un “trucco” che in Italia viene usato  spesso (non solo da Silvio Berlusconi, l’unico titolare del copyright), ma mai prima d’oggi era stata messa nero su bianco la storia che ne svela punto per punto i meccanismi. Una storia inquietante. Perché evidenzia notevoli falle sia nella giurisprudenza che nella psichiatria (in particolare quella che si affida unicamente ai manuali per fare una diagnosi), dentro le quali si inserisce la criminalità organizzata, avvalendosi – va detto – del “sostegno” di medici e altri professionisti compiacenti. Ma andiamo per ordine. La denuncia, chiara, limpida, circostanziata è dello psichiatra Corrado De Rosa (Università di Napoli SUN), nel suo saggio appena uscito per Castelvecchi, I medici e la camorra. Non certamente il “solito” libro sui clan che vuole sfruttare la scia dei successi di Saviano e del suo inimitabile Gomorra. Ma un agghiacciante focus sulle vicende della criminalità organizzata che ha devastato il tessuto sociale campano nell’ultimo quarto del secolo scorso, imperniato sull’“interesse” che dagli anni ’80 in poi una nutrita schiera di affiliati ha cominciato a dimostrare nei confronti delle patologie mentali e delle loro dinamiche. Grazie al meticoloso lavoro di ricostruzione dell’autore si scopre così che la storia criminale della camorra è piena di boss che utilizzano la pazzia per ottenere benefici di giustizia, spesso riuscendoci. La cronaca racconta di capi e affiliati che usano a proprio favore le perizie psichiatriche ottenendo diagnosi false per continuare a gestire i propri affari nelle strutture sanitarie in cui sono trasferiti, che dimostrano di conoscere i sintomi della malattia e le regole del processo penale meglio di psichiatri, avvocati e magistrati o che, scarcerati per motivi di salute (chi fingendosi cieco, chi anoressico, chi completamente matto), dopo poche ore spariscono o ammazzano. Altre volte, come se non bastasse, chi deve delegittimare i collaboratori di giustizia e rendere inattendibili dichiarazioni sconvenienti, fa appello ai loro pretesi disturbi psichiatrici.

Ciò che più impressiona non sono solo i singoli casi di medici psichiatri che abdicano dalla loro professione per soddisfare gli interessi di spietati killer, quanto l’immagine che scorre sullo sfondo e che parla di una dottrina psichiatrica deteriorata. Una teoria e una prassi medica (che fa riferimento ai comandamenti del Dsm, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, la bibbia degli organicisti) che presta il fianco alle furbizie degli avvocati dei boss perché inequivocabilmente debole nelle fondamenta. Non siamo quindi in presenza di psichiatri “cattivi”, come direbbero i seguaci di Basaglia, ma di una cattiva psichiatria che, in quanto tale, si ritrova complice della criminalità organizzata. Senza abbozzare, colpevolmente, una reazione di sorta. Lo si legge, nemmeno tanto tra le righe, nell’introduzione al libro firmata dal professor Mario Maj, presidente della Società mondiale di psichiatria. Scrive Maj: «Nonostante l’importanza della relazione tra criminalità organizzata e disturbi mentali sia conosciuta ormai da alcuni anni, gli studi psicologici e psichiatrici condotti in tale ambito nel nostro Paese sono pochi e non sempre rigorosi. Eppure il tema appare di estrema attualità e di importanza pratica, non soltanto per i clinici e i periti, ma anche per chi si occupa di giurisprudenza in ambito penalistico, non ché di interesse generale per l’opinione pubblica». Infine l’affondo, nel quale Maj indica una via d’uscita: «È fondamentale che gli psichiatri che si occupano di psichiatria forense non perdano di vista la conoscenza della clinica psichiatrica e della psicopatologia, per poter essere in grado di riconoscere e distinguere i sintomi reali da quelli simulati. Il volume dimostra che la psichiatria può svolgere un ruolo importante nella lotta alla criminalità, attraverso la corretta diagnosi e diagnosi differenziale dei disturbi mentali e il riconoscimento della simulazione». Siamo di fronte, spiegano a loro volta i magistrati Raffaele Cantone e Franco Roberti che hanno curato prefazione e postfazione, a una forma atipica e pericolosissima di «mafia dei colletti bianchi» che è entrata vischiosamente nelle procedure giudiziarie « mettendo in discussione le modalità con le quali viene amministrata la giustizia». Le cronache di questi giorni, pensando a chi ha ideato la riforma del sistema giudiziario, dicono che forse il peggio deve ancora venire.

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L’inchiesta sugli Opg

Tutto tranne che ospedali

Lezzo di urina, tanfo e sporcizia ovunque. Pazienti legati con corde a letti di contenzione, un foro sul materasso e un altro sulla rete per lasciare gli escrementi scivolare giù, nel bagno alla turca sottostante. Ed è lì che si trovano nei mesi più caldi le bottiglie d’acqua, con la speranza che, pur nel lerciume, si freddino almeno un po’. Ma anche strategia per  evitare la risalita dei topi. Non siamo nel carcere iracheno di Abu Ghraib ma nella civilissima Italia, negli ospedali  psichiatrici giudiziari presenti sul territorio. Immagini da brivido, da terzo mondo, quelle proiettate mercoledì 16 marzo al Senato, riprese durante i blitz della Commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale di Palazzo  Madama negli Ospedali psichiatrici giudiziari della Penisola. Oltre i cancelli di queste strutture, sei su tutto il territorio, inizia un viaggio che riporta indietro di 80 anni, ai «tempi del Codice Rocco che istituì i manicomi e, dunque, gli Opg»,  ha ricordato il senatore Pd Ignazio Marino, presidente della Commissione, in prima linea da quasi un anno in questa «battaglia di dignità». La malattia mentale resta uno stigma, una ferita da nascondere alla società tanto più se ha portato con sé aggressioni o, peggio, omicidi. Ma dietro i cancelli di ciascuno degli Opg non si trovano solo autori di crimini efferati: c’è chi si è vestito da donna ed è andato davanti a una scuola 25 anni fa, chi nel ’92 ha fatto una rapina  da settemila lire in un’edicola fingendo di avere una pistola in tasca. Molti di loro hanno commesso un reato punibile con pochi mesi di prigione, come l’ingiuria. Senza immaginare di finire in un vero e proprio film dell’orrore purtroppo  reale, e trovarsi a scontare un vero e proprio ergastolo bianco. Così si finisce negli Opg, e si rischia di non uscire più da un luogo in cui la cura non è che un pallido concetto. Spesso sconosciuto.

left 11/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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