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Bioetica

«Il Partito democratico prenda una posizione sul testamento biologico»

Il deputato Antonio Palagiano, responsabile Sanità dell'Idv

Breve colloquio con il responsabile sanità dell’Italia dei valori, Antonio Palagiano. Portano la sua firma la pregiudiziale di costituzionalità e la relazione di minoranza contro il ddl sulle dichiarazioni anticipate di trattamento

Federico Tulli

Italia dei valori vorrebbe una legge sul testamento biologico che allo stesso tempo garantisca sia chi per proprie convinzioni religiose sceglie di essere sottoposto a trattamenti medici fino all’ultimo secondo di vita, sia chi la pensa nella maniera opposta e tramite le dichiarazioni anticipate di trattamento manifesti la volontà di non ricevere più cure oltre una certa soglia, in caso di malattia terminale irreversibile». Antonio Palagiano, deputato e medico, è il responsabile Sanità dell’Idv. A lui spetta il compito di rappresentare le istanze del partito nella discussione sul disegno di legge sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat) che è entrato alla Camera questa settimana e che dovrebbe essere votato nel mese di aprile. Istanze che si sono materializzate in una relazione di minoranza e una pregiudiziale di costituzionalità che faranno molto discutere. Non solo tra le file della centro destra che sostiene il ddl. L’Idv, spiega a Terra Palagiano, intende da un lato riportare la legge al suo significato originario: «Oggi in Italia vige ancora la discrezionalità dell’azione medica. Serve una norma che dia completezza alle decisioni del malato»; e dall’altro, denunciare con un atto formale «il carattere illiberale» del testo arrivato a Montecitorio a due anni di distanza dall’approvazione in Senato.

Lei ha detto che la relazione di minoranza serve a evidenziare tutte le contraddizioni della legge sul biotestamento. Quali sono queste contraddizioni?
Sono numerose, le indico quelle più eclatanti. Parlando di inviolabilità e indisponibilità della vita, la norma parte subito male. Per giustificare questo approccio i suoi sostenitori chiamano eutanasia ciò che non lo è. Io da medico posso ben dire che per eutanasia si intende la somministrazione di un farmaco o di un veleno che porta alla morte il paziente. Il rifiuto della terapia, di cui si dovrebbe occupare una legge sulle Dat, è tutt’altro. Peraltro se io oggi non voglio un antibiotico, nessuno me lo può imporre. E la mia scelta può essere fatale al pari di quella di una persona che rifiuta la dialisi. Quindi sostituire surrettiziamente il rifiuto della terapia con l’eutanasia è un falso, come lo è sostenere che la vita sia indisponibile. La vita è nella disponibilità di ciascuno di noi.

Un altro passaggio delicato riguarda la nutrizione e l’idratazione forzosa per gli stati vegetativi permanenti. Nel testo sono considerate sostegni vitali prioritari.
Ma di cosa parlano? Il sostegno vitale primario è l’aria. Senza ossigeno si muore in pochi secondi. Per cui, prima ancora dell’idratazione avrebbero dovuto indicare la ventilazione. Ma non l’hanno fatto. È il punto chiave della legge ed è privo delle premesse scientifiche necessarie per portare avanti un confronto accettabile. Inoltre denota mancanza di buon senso, di rispetto della persona e della Costituzione.

Guardando all’opposizione, il Partito democratico appare lontano dalle vostre posizioni. L’Idv presenta una pregiudiziale di costituzionalità, il resto del centro sinistra risponde con la libertà di coscienza.
Un atteggiamento incomprensibile. Il testo viola almeno 4 articoli della Carta. C’è l’articolo 32 che vieta la terapia obbligatoria, ma questa legge impone idratazione e nutrizione. C’è l’articolo 3 che dice che i cittadini sono tutti uguali e hanno pari dignità, ma questa norma dice che valgono solo le dichiarazioni rese da chi è cosciente. Allora io chiedo, se in ballo c’è il rispetto della Costituzione, che senso ha parlare di libertà di coscienza? Noi vorremmo che tutti gettassero la maschera esprimendo un parere sulla incostituzionalità. Chi oggi ci dice che sarebbe meglio ritirarla vuole solo celare i problemi “interni”. E mi riferisco alla maggioranza, al Partito democratico e pure al Terzo polo.

Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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