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Salute

Te la do io la pillola

Contraccettivo d’emergenza secondo la comunità medica mondiale, il levonorgestrel diventa farmaco abortivo in Italia. Ecco l’escamotage del governo per aprire la strada all’obiezione di coscienza dei farmacisti, in ossequio al Vaticano. I pareri dei ginecologi Canitano, Flamigni e Parachini

Federico Tulli

Eluana Englaro e testamento biologico, legge 194 sull’aborto, fecondazione assistita, pillola abortiva Ru486. Nel Paese convertito dal sadismo delle destre clericali in laboratorio permanente di sfregi all’identità femminile, l’ennesimo attacco ideologico contro il diritto all’autodeterminazione delle donne non poteva che essere sferrato nella settimana dell’8 marzo. Definita contraccettivo d’emergenza dall’Organizzazione mondiale della sanità e da uno studio del Karolinska Institutet di Stoccolma che ha fatto scuola (e mai fino a oggi smentito da altre ricerche), la pillola del giorno dopo (pgd) è diventata improvvisamente in Italia un farmaco abortivo. A certificare la miracolosa mutazione è stato il Comitato nazionale per la bioetica con un parere favorevole sulla possibilità per i farmacisti di esercitare l’obiezione di coscienza per non venderla. Come ha spiegato il vicepresidente del Cnb Lorenzo D’Avack, si tratta di una risposta «sollecitata dalla deputata dell’Udc Luisa Santolini» in relazione alla vendita di «prodotti farmaceutici per i quali non si può escludere la possibilità di un meccanismo di azione che porti all’eliminazione dell’embrione». Da un lato le evidenze scientifiche, dall’altro la “convinzione” della Santolini che si rifà a una dicitura del bugiardino della pgd. In mezzo, a fronteggiarsi, la «possibilità» di interrompere un pubblico servizio da parte dei farmacisti che per legge hanno l’obbligo di vendere la pillola e il diritto a ottenerla di chi la richiede con tanto di ricetta. Sullo sfondo, l’agenda bioetica di governo varata a fine estate 2010 che al primo punto, seguendo il solco antiscientifico tracciato in Vaticano dalle gerarchie ecclesiastiche, si pone l’obiettivo di spostare il momento dell’inizio della vita umana alla fase embrionale. Un progetto che accelera improvvisamente ogni volta che Silvio Berlusconi si trova a dover recuperare il consenso e la benedizione dell’influente vicino. Il parere del Cnb, organo di consulenza e di nomina della presidenza del consiglio, arriva dunque con un tempismo perfetto. Già oggi ottenere la pgd è un calvario (lo abbiamo raccontato anche su queste pagine), facile prevedere quali siano le ricadute su chi d’ora in poi chiederà un contraccettivo d’emergenza. left ha sottoposto la questione ad alcuni esperti.

«C’è un problema di fondo molto semplice» spiega il ginecologo Carlo Flamigni, che del Cnb fa parte ma ha abbandonato la seduta denunciandone il «disprezzo per la scienza». I farmacisti, come la Santolini e il Cnb del resto, «fanno riferimento alla dicitura del foglietto illustrativo secondo cui il levonorgestrel potrebbe impedire l’impianto dell’embrione. Ma questo non vuol dire “abortire”, almeno secondo la prevalente definizione di gravidanza e di aborto». Il rilievo dello scienziato è stato ignorato dai colleghi del Comitato, esperti in discipline diverse dalla sua, così come è stato ritenuto irrilevante l’intervento del farmacologo Silvio Garattini. «In estrema sintesi – racconta Flamigni – è emerso come il bugiardino sia un documento che bada più a tutelare gli interessi dell’industria farmaceutica che alla verità scientifica. Tanto più in questo caso, dato che sia Oms che Karolinska Institutet affermano che questa pillola non impedisce l’impianto». Sul punto è concorde Elisabetta Canitano, ginecologa e presidente dell’associazione Vita di donna (www.vitadidonna.it) che offre un servizio di Sos-pillola del giorno dopo per ottenere una ricetta h24: «Sul foglietto illustrativo c’è scritto che teoricamente è possibile che il farmaco impedisca l’annidamento, cioè che lo spermatozoo fecondi l’ovulo. Ma questa cosa non è vera, perché il levonorgestrel blocca l’ovulazione».

Come si esce da questo imbuto? Secondo il parere (non vincolante) del Cnb va garantito, in ogni caso, il diritto della donna a ottenere il farmaco richiesto. Flamigni osserva che chi vuole fare obiezione deve mettere il suo servizio nelle condizioni di funzionare, ad esempio «provvedendo ad assumere un collega non obiettore che interviene quando il titolare è colto da mal di pancia morale». Mal di pancia, però, piuttosto sospetto. Sia Flamigni che Mirella Parachini, ginecologa e presidente della Fiapac (Federazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione) rilevano come quello che si vuole attribuire alla pgd non vale per altri farmaci che abortivi lo possono diventare per davvero. L’elenco è lungo. Ci sono gli estrogeni, i progestinici, la mini pillola, le prostaglandine somministrate soprattutto alle nuove cittadine straniere. Medicinali che presi in grande quantità fanno abortire e fanno pure male. Tante donne, ignare, finiscono all’ospedale, senza che mai nessun farmacista abbia denunciato «i medici che fanno ricette di sostanze abortive fingendo di darle per guarire il mal di stomaco». Tanto meno si trova traccia di pareri richiesti al Cnb. Il caso più clamoroso riguarda la spirale, ricorda Parachini: «È il contraccettivo d’emergenza più efficace e funziona anche quando si è già annidato l’embrione. E questo si chiama abortire. Ma la spirale ha il difetto, o il pregio a seconda dei punti di vista, di costare 160 euro. L’alternativa (di guadagno per i farmacisti e di spesa per le donne, quasi sempre delle ragazzine) sono i pochi euro di una pillola del giorno dopo». Per risolvere la questione Parachini propone una soluzione che da anni rientra nelle battaglie di civiltà dei Radicali italiani: «L’obbligo di ricetta per la pgd è un “codice bianco” che specie nei week end intasa i prontosoccorso. Io penso che ogni problema sarebbe risolto, anche quello del farmacista con la coscienza a pezzi, se divenisse un farmaco da banco come è nella maggioranza dei Paesi europei. Francia, Germania e Inghilterra in testa».

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La religione della doppia morale

Maurizio Mori, presidente della Consulta di bioetica onlus e ordinario di bioetica (Università di Torino)

Oltre al disegno di legge sul fine-vita che, dopo alcuni slittamenti, sembra (ahimè, anzi: ahinoi) vada in discussione alla Camera il 7 marzo, una certa risonanza ha avuto sia il documento del Comitato Nazionale per la Bioetica che, a maggioranza, riconosce anche al farmacista il diritto all’obiezione di coscienza per la vendita di farmaci «contro la vita» (25 febbraio) sia il discorso di Benedetto XVI alla Pontificia accademia per la vita (26 febbraio) in cui ha ribadito che l’aborto è una «ferita gravissima» per la coscienza morale. Sarà per la loro vicinanza temporale, ma i due eventi hanno riproposto il tema dell’aborto. La stampa ha sottolineato come Benedetto XVI abbia insistito sul fatto che i medici hanno il «grave compito di difendere dall’inganno la coscienza di molte donne che pensano di trovare nell’aborto la soluzione a difficoltà» di vario tipo e che anche l’aborto “terapeutico” è sempre illecito.

Questa tesi, però, non è nuova e forse è stata ripetuta per chiudere definitivamente la polemica sulla scomunica dei medici che nel marzo 2009 avevano consigliato l’aborto della bambina brasiliana, vicenda che agli inizi dello scorso anno ha portato ad una crisi la stessa Pontificia accademia per la vita. Più nuova, invece, è la presa d’atto che nel mondo contemporaneo sia diffuso «uno sfondo culturale in cui si è molto attenuata la comune percezione della gravità morale dell’aborto e di altre forme di attentati contro la vita umana», cosicché «si richiede ai medici una speciale fortezza per continuare ad affermare che l’aborto non risolve nulla» ed anzi è negativo.

Questa constatazione ci fornisce il bandolo che collega il discorso di Benedetto XVI al parere del Cnb, che serve per far approvare una nuova legge sull’obiezione di coscienza anche ai farmacisti, rinsaldando così il patto tra il governo Berlusconi ed i vertici della chiesa cattolica romana. Questi ultimi, infatti, credono che il nuovo clima culturale sia frutto di una stagione, e che si possa invertire o modificare la tendenza. In questo senso con tenacia insistono nel tenere ferma la barra e pretendere di avere il monopolio dell’etica. Così, ad esempio, ripetono che contro la crisi ci vuole maggiore moralità (la loro). Non si rendono conto che è vero il contrario: che il disastro in cui stiamo cadendo o siamo già caduti è frutto della “doppia morale” proposta proprio dal cattolicesimo, che la corruzione dilagante dipende dalle “assoluzioni facili”. Per il nuovo risorgimento italiano c’è bisogno di una robusta etica laica, anche se noi laici siamo poco propensi a proporla, credendo che basti il diritto a regolare la società. Così facendo, però, si dimentica che gli atteggiamenti comportamentali cambiano con lentezza, e che c’è il concreto pericolo che senza una robusta legittimazione etica i nuovi modi di fare e di sentire entrino in crisi e, dopo una stagione, si affievoliscano. In un senso, è quel che sta capitando col controllo della riproduzione, ambito in cui le libertà della donna si vengono a restringere sul piano pubblico. Per evitare il riflusso o il ritorno all’antico c’è bisogno di legittimare eticamente le conquiste fatte, di dire forte che il controllo della riproduzione non solo è un diritto garantito dalla legge, ma è anche una crescita di civiltà: una conquista morale e non una pratica vergognosa da fare di nascosto.

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La denuncia

Medioevo in corsia

La legge sul testamento biologico che sta per approdare in Aula alla Camera «è un passo indietro per il Paese. Era certamente meglio niente di questa legge». Lo spiega Giuseppe Gristina, coordinatore gruppo di studio Bioetica della Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (Siaarti), sottolineando come non si sia tenuto conto del fatto che «la scienza medica di questo Paese si era dichiarata contro questa legge» e che «è stato prodotto un corpo scientifico solidissimo che questa legge ignora». Quella che sta per essere discussa «è una legge dal sapore medievale che riporta indietro di 50 anni la qualità del rapporto medico-paziente» e «genera un vero e proprio danno». Senza possibilità di dichiarazioni vincolanti «tutto è lasciato in mano al medico» venendo meno al concetto di «alleanza terapeutica che ha alla base l’idea di decisioni condivise». Perché, si chiede Gristina, «se uno è cosciente può rifiutare di mangiare e bere, mentre se lo ha dichiarato prima e poi non è più cosciente non può farlo? È un’aberrazione». C’era bisogno «semmai, di una legge cornice che indirizzasse le scelte, non di un codice rigido adatto più alla santa inquisizione».

left 9/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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