//
you're reading...
Società

Il cacciatore di bambini vive nella porta accanto

È giovane, ha una famiglia ed è incensurato. L’identikit del pedofilo on line tracciato nel nuovo report di Telefono Arcobaleno a conclusione di uno studio durato 9 anni

Federico Tulli

Il pedofilo “online” è maschio, incensurato, ha meno di 40 anni, vive in famiglia ed è ben integrato nella società. È il profilo del cacciatore di bambini che naviga nel web per procurarsi le vittime, tracciato nel rapporto di febbraio pubblicato dall’Osservatorio internazionale di Telefono Arcobaleno. Persone insospettabili, questi criminali contribuiscono ad alimentare ogni anno i turpi mercati della tratta e della riduzione in schiavitù di bambini il cui numero, secondo l’Onu, è di oltre due milioni in tutto il mondo. Traffici che a loro volta sono la fonte primaria di un altro mercato in costante crescita ed evoluzione, quello appunto della pedopornografia su internet. Un fenomeno agghiacciante che ci riguarda molto da vicino poiché l’Italia, come rileva l’osservatorio, continua a essere il quinto Paese del pianeta per consumo di materiale pedopornografico e la “domanda” è in costante crescita alimentando un giro d’affari valutato lo scorso gennaio dal ministro dell’Interno Roberto Maroni, nell’ordine di tre miliardi di euro. «Riuscire a fare oscurare i siti pedopornografici non basta», ha avvertito Giovanni Arena, presidente dell’organizzazione nel commentare i dati. «C’è ancora molto da fare sul fronte dell’identificazione dei bambini vittime degli abusi e sfruttati per la produzione delle immagini. Ciò che sappiamo – ha concluso – è che sono maggiormente a rischio le bambine di età compresa tra i 6 e i 9 anni e che solo l’uno per cento delle vittime riesce a essere identificato e liberato».

Nel nuovo report mensile reso pubblico ieri, Telefono Arcobaleno ha segnalato 5.728 siti pedofili, localizzati prevalentemente in Europa (53 per cento), con un incremento del 6 per cento rispetto al mese di febbraio del 2010. Lo studio si sofferma poi sui risultati di un’analisi dei dati relativi a tutti i soggetti (circa un migliaio), residenti in Italia, indagati per i reati di produzione, detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico dal Nucleo investigativo telematico della Procura della Repubblica di Siracusa, su segnalazione di Telefono Arcobaleno, nel periodo compreso tra il 2001 e il 2009. Il primo dato rilevante è che tutti i soggetti considerati sono di genere maschile. In secondo luogo, la pedofilia on line si presenta nel nostro Paese come un fenomeno trasversale a tutte le categorie professionali. «I soggetti indagati per i reati considerati – si legge nel rapporto – appartengono a diversi livelli socio-economici e di istruzione. Maggiormente rappresentati sono i colletti bianchi (dirigenti, imprenditori, professionisti, tecnici e impiegati) ma appare rilevante anche la percentuale di soggetti appartenenti alla classe operaia». Gli esperti ipotizzano che tale composizione sia connessa a una maggiore facilità di accesso a internet da parte di chi utilizza abitualmente il personal computer come strumento di lavoro rispetto a chi è in condizione non professionale (studenti, pensionati e disoccupati). «Tali informazioni – conclude telefono Azzurro – evidenziano come il pedofilio on line sia generalmente, una persona ben inserita e integrata nel contesto familiare e sociale, confermando, quindi, la scarsa visibilità sociale di tale patologia». Dallo studio di Telefono Arcobaleno, in «base ai dati disponibili emerge, infine, che l’85 per cento dei consumatori di pedofilia in rete viveva all’interno del nucleo familiare, con i genitori o con un partner».

Terra, il primo quotidiano ecologista

Annunci

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

Aggiornamenti Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: