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Salute

Aborto, il papa contro chi applica la legge 194

Benedetto XVI

Benedetto XVI alla Pontificia accademia per la vita: l’interruzione volontaria di gravidanza non è mai terapeutica, i medici non ingannino le donne. La replica di  Elisabetta Canitano, ginecologa e presidente dell’associazione Vita di donna: ipotesi del genere sono gravemente offensive per la nostra categoria

Federico Tulli * Terra, il primo quotidiano ecologista

Prima è toccato al testamento biologico e alla pillola anticoncezionale del giorno dopo, ora è la volta dell’aborto. Con il governo e la maggioranza in grave difficoltà nel tenere insieme la corposa componente cattolica a causa dei “bunga bunga” di Arcore, sale ogni giorno il prezzo della moneta di scambio con il Vaticano. Ecco dunque che per recuperare la faccia nei confronti dell’influente vicino non passa giorno senza che, in osservanza dell’“etica” cattolica, non spunti fuori un intervento finalizzato a sacrificare il diritto costituzionale dei cittadini italiani all’autodeterminazione. Ieri è stato addirittura Benedetto XVI in persona a dettare la linea. Attaccando frontalmente, seppure senza nominarla, la legge 194/78 sull’aborto.

I medici, ha detto il papa all’assemblea plenaria della Pontificia accademia per la vita, «non possono venire meno al grave compito di difendere dall’inganno la coscienza di molte donne che pensano di trovare nell’aborto la soluzione a difficoltà familiari, economiche, sociali, o a problemi di salute del loro bambino. Specialmente in quest’ultima situazione, la donna viene spesso convinta, a volte dagli stessi medici, che l’aborto rappresenta non solo una scelta moralmente lecita, ma persino un doveroso atto terapeutico per evitare sofferenze al bambino e alla sua famiglia». L’aborto non è mai terapeutico, i medici non ingannino le donne dice Ratzinger. Parole chiare, inequivocabili che puntano il dito contro un passaggio chiave della legge 194, l’articolo 6: “L’interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni, può essere praticata: quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna”. Ecco il parere di Elisabetta Canitano, ginecologa e presidente dell’associazione Vita di donna: «La dolorosissima vicenda di un feto gravemente ammalato e della coppia di genitori che lo porta è strettamente materia che riguarda la relazione fra la coppia o la madre e il medico o l’equipe, a cui si affidano. Mi auguro che l’Ordine dei medici di fronte a questo attacco alla categoria intervenga prontamente, come ha fatto in altre occasioni. I medici sono da sempre orgogliosamente testimoni rispettosi della volontà dei loro pazienti. E, al contrario, qualcuno vuole trasformarli in portatori di ideologie. Se la coppia o la madre decide di accogliere un feto malformato nessuno fa loro pressione. Fare questa ipotesi – conclude Canitano – è gravemente offensivo per tutta la categoria».

Il 7 marzo prossimo sarà in discussione alla Camera il disegno di legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, definito dal senatore Pd Ignazio Marino (presidente della commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale) e dal Comitato laico nazionale una «norma “contro” il testamento biologico» perché impedisce di scegliere se essere sottoposti ad accanimento terapeutico o meno. Il 24 febbraio scorso sull’ara sacrificale dei sedicenti difensori della “vita” è finita la pillola del giorno dopo con il parere del Comitato nazionale per la bioetica, organo di consulenza della presidenza del Consiglio dei ministri, che ha detto sì alla possibilità per i farmacisti di appellarsi al diritto all’obiezione di coscienza per non vendere questo anticoncezionale. Al momento non esiste alcuna legge a cui i farmacisti obiettori possano appellarsi. Sarà la prossima?

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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