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Salute

Viaggio al centro della depressione

Dal 15 al 19 febbraio 2011 si è tenuto a Roma il XV congresso della Società italiana di psicopatologia (Sopsi). “Vulnerabilità, esordi, intervento precoce” il tema delle giornate di studio. In particolare la ricerca si è volta verso i disturbi affettivi con un’attenzione alla depressione e ai suoi prodromi per cercare, anche in questo ambito, come si sta già facendo per la schizofrenia, la possibilità di una individuazione e intervento precoci. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, sulla base dei dati del 2004, la depressione è la terza causa nel provocare la perdita di anni in buona salute per disabilità o morte prematura, la prima nei paesi ad alto reddito. I ricercatori stimano che per l’anno 2020 la depressione unipolare sarà tra le malattie più frequentemente associate a disabilità, seconda solo alla cardiopatia ischemica.

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È l’adolescenza l’età più critica. Il 90 per cento dei giovani morti suicidi era affetto dalla “malinconia”. L’importanza di saper riconoscere e trattare tempestivamente la malattia nelle fasi più precoci, quando ancora non è evidente

Francesca Fagioli, psichiatra

“Non so il perché della mia tristezza;
essa mi stanca; e, a quel che dite, stanca anche voi;
ma ho ancora da sapere come l’ho presa, trovata, assorbita,
di che sostanza sia e donde sia nata;
La malinconia mi rende un tale stupido,
che stento a riconoscere me stesso”
(Il mercante di Venezia, W. Shakespeare)

La depressione viene definita come un disturbo mentale che si presenta con umore caratterizzato da sentimenti di tristezza e sensazione di vuoto interiore, perdita di interesse e piacere, sensi di colpa e autosvalutazione, disturbi del sonno e dell’appetito, astenia e scarsa capacità di concentrazione, rallentamento psicomotorio. Questi problemi possono diventare cronici o ricorrenti e possono condurre a una sostanziale compromissione della capacità di prendersi cura di sé e della propria vita quotidiana. Nelle sue manifestazioni estreme la depressione può portare al suicidio.
Di fondamentale importanza è il riconoscimento e il trattamento tempestivi della depressione nelle fasi più precoci quando ancora la patologia non è evidente, ma solo segni e sintomi sfumati cominciano a manifestarsi. Il target di ricerca e intervento diviene quindi il mondo adolescenziale. Una review pubblicata dal National adolescent health information center (University of California, Stati Uniti) evidenzia come il disturbo mentale più frequente in adolescenza sia la depressione, con oltre il 25 per cento di soggetti affetti. Questi adolescenti incorrono più spesso in comportamenti a rischio rispetto ai loro coetanei, quali i disturbi del comportamento alimentare, della sfera sessuale e abuso di sostanze e sono giovani a più alto rischio di suicidio: diversi studi indicano infatti che il 90 per cento degli adolescenti morti per suicidio erano affetti da depressione. In adolescenza la depressione può essere confusa con una crisi fisiologica o con alterazioni transitorie dell’umore dovute a cambiamenti ormonali, per cui diventa fondamentale la diagnosi.
Pensiamo alla sottile differenza che c’è e va studiata approfonditamente, tra tristezza e depressione. Forse il lavoro più importante di noi psichiatri per dare una risposta, che sia una possibilità di cura, è cercare di distinguere la vera patologia depressiva che può arrivare fino al rallentamento, allo stupor depressivo, al delirio di rovina, dalle varie forme di depressione dove un certo rapporto con la realtà e integrità dell’Io sono conservati. La depressione ha vari aspetti, tanto che si può, in certi momenti, adoperare la parola tristezza e, credo che nessuno sappia precisamente quando si deve usare la parola tristezza e quando si deve usare la parola depressione. Certo è che, forse, possiamo ipotizzare, la tristezza per quanto profonda, “stanca”e a volte senza motivo, ci lascia una possibilità, una speranza; la “malinconia” al contrario, non ha una via d’uscita, resta aggrovigliata a noi stessi. Una depressione, considerata nella mentalità comune come nevrotica, viene comunque percepita dal soggetto come curabile; un’altra depressione, quella che la poesia e la letteratura ci raccontano come “melanconia” viene vissuta come non curabile, magari perché considerata genetica, ereditata, non modificabile. Forse nella tristezza il ritiro dal mondo e dagli altri non rompe quel legame con il proprio pensiero e con gli altri esseri umani che viene spezzato inesorabilmente nella depressione. L’adolescenza, momento di transizione tra l’infanzia e l’età adulta, è l’età del cambiamento, del contrasto, della contraddizione ma anche dell’emergenza di un’identità sessuale fisica e psicologica. L’adolescente può cambiare modo di essere, di comportarsi, di gestire i suoi rapporti con gli altri sia nel senso di una chiusura in se stesso, sia nel senso di voler provare ogni sorta di esperienza. E questo quadro di “crisi” può durare un tempo determinato, mesi, un paio d’anni, in cui il ragazzo fa i conti con questo cambiamento che si mantiene nei limiti fisiologici per poi proseguire il suo sviluppo. Oppure può vivere il cambiamento in senso peggiorativo e lentamente abbiamo una transizione verso uno stato depressivo in cui si mantiene un’integrità dell’Io, ma si ha un progressivo abbassamento del tono dell’umore perché la propria immagine, quell’immagine del corpo che l’adolescente scopre dopo la pubertà, magari non corrisponde all’immagine ideale che pensava di avere e la mente resta sola ad affrontare la malattia.

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Donna che stira, Pablo Picasso

La cura possibile

Investire nella ricerca, migliorare gli strumenti di prevenzione. La “tristezza” patologica sotto la lente degli esperti intervenuti al congresso di Roma

Federico Tulli

Prevenire per curare meglio. È questa la parola d’ordine che si sono dati i ricercatori e i clinici giunti da tutto il mondo alla cinque giorni del XV congresso della Società italiana di psicopatologia (Sopsi). Investire nella ricerca in psichiatria e approfondire la conoscenza degli “strumenti” di prevenzione è difatti fondamentale per dare un’adeguata formazione ai medici che si trovano a intervenire quando ancora la malattia mentale non è conclamata e dunque è più semplice da affrontare. Al momento in cui una persona con un disturbo mentale arriva all’osservazione dello psichiatra, una parte considerevole dell’evoluzione della sua patologia si è però spesso già compiuta. Inoltre, fare una diagnosi esatta basandosi sui prodromi, sui quei lievi segnali cioè che “annunciano” il rischio di ammalarsi, è forse il compito più difficile per il medico “della mente”. Ma se pensiamo che, ad esempio, la depressione nel mondo colpisce un giovane su quattro e che entro il 2020 sarà causa di disabilità in misura inferiore solo alle cardiopatie, ecco che diventa indispensabile fare presto, sia nel trovare la giusta direzione teorica e di prassi di cura, sia nell’opera di sensibilizzazione delle istituzioni pubbliche al dramma sociale che si profila all’orizzonte. In questo senso è forte e chiaro l’allarme lanciato dal professor Mario Maj, presidente della Società mondiale di psichiatria e della Sopsi: «Al momento non abbiamo un’idea chiara su come stabilire una soglia per la diagnosi di alcuni disturbi mentali (in particolare per quelli ad elevata prevalenza, come i disturbi dell’ansia e dell’umore) e su come differenziarli dalle reazioni omeostatiche a eventi di vita avversi. Dobbiamo prendere in seria considerazione la questione prima che danneggi la credibilità della psichiatria».

Il congresso della Sopsi ha peraltro dimostrato che in ambito medico e clinico c’è grosso fermento culturale, forse come non mai da 20 anni a questa parte. Notevole risalto è stato dato al tema della prevenzione e cura della depressione, malattia di cui tutti sentiamo parlare ma sulla quale ancora si fa troppa confusione. Non solo tra i non addetti ai lavori. Ecco allora il parere di alcuni esperti, che si aggiunge agli altri raccolti in queste pagine. «Come diceva Aristotele – spiega a left il professor Giovanni Stanghellini, psichiatra (Università di Chieti “Gabriele d’Annunzio”) – con la parola depressione si intendono molte cose diverse tra loro. Nel linguaggio comune sta a significare una condizione di scoramento, di abbattimento, di riduzione della voglia di fare le cose. In psicopatologia indica un sintomo che è a sua volta ambiguo, perché comprende due stati d’animo distanti tra loro, vale a dire la tristezza e l’incapacità di sentire emozioni. E indica poi una sindrome, la sindrome depressiva, al cui interno ci sono sia elementi più attenuati – come il momento di tristezza relativo a una perdita, a un lutto -, sia quella che noi chiamiamo più propriamente melanconia che è invece un delirio caratterizzato dall’incapacità di “sentire”, di provare qualsiasi emozione. Quindi è bene restringere l’uso della parola depressione a quest’ultima categoria. Oppure qualificarla con un aggettivo». Il professor Paolo Fiori Nastro, psichiatra (Università di Roma “La Sapienza”), pone l’accento su un’altra questione di vitale importanza: «L’80 per cento dei malati mentali non viene intercettato dal sistema sanitario specificatamente psichiatrico. C’è dunque una grossa quota parte di questi pazienti curati da medici di base che finiscono per prescrivere farmaci per malattie o situazioni emotive che non sono necessariamente riconducibili alla depressione. Da un lato c’è un abuso di psicofarmaci e dall’altro c’è la necessità di diagnosticare con esattezza la malattia molto presto, mentre di solito ci sono dei ritardi anche di anni. Per questo – conclude Fiori Nastro – è estremamente positivo che si cominci a parlare in maniera approfondita di prevenzione. Dietro c’è l’idea di una possibilità di cura».

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Intervista/1

Massimo Biondi, psichiatra (Università di Roma La Sapienza)

«Il cardine è la diagnosi»

Professore, come si riconosce la depressione?

La prima cosa che si nota è un improvviso cambiamento. Nel depresso si verifica una riduzione di spinta vitale, che non dura un giorno o due ma qualche settimana. I sintomi sono una tristezza sproporzionata, perdita di piacere e di interesse, perdita di energia, angoscia, rabbia. Non sono sintomi comuni. La depressione non va confusa con l’infelicità. Certi stati d’animo come l’essere scontenti fanno parte di una condizione di vita legata a stress, fatica.

Qual è il momento in cui il medico deve intervenire?

Spesso i sintomi sono talmente “forti” che parlano da soli. Il depresso suscita una sensazione di svuotamento e in genere fa soffrire la persona con cui parla. La cosa da sottolineare è che in termini numerici questa malattia ha avuto un balzo epidemiologico di 2-3 volte rispetto agli anni 50, così come il tasso dei suicidi che è aumentato mediamente nel mondo quasi del 60 per cento. E colpisce soprattutto la fascia di età tra i 20-25 anni. Per tutti questi motivi è indispensabile un intervento precoce.

Possiamo approfondire questo passaggio?

Uno dei problemi globalmente riconosciuti è che mediamente passa un periodo compreso tra sei mesi e un anno, a volte anche un anno e mezzo, prima che la depressione sia diagnosticata. In questo periodo può accadere di tutto. Perché la depressione oltre al rischio di suicidio provoca un’alterazione dell’assetto fisico e aumenta il fattore di rischio per malattie come l’infarto, l’ipertensione, il diabete, l’ictus.

Lo psichiatra deve saper “leggere” l’assetto psicofisico del paziente nel suo complesso? Come si fa una diagnosi di depressione?

Oggi, con il Dsm IV abbiamo un buon sistema di classificazione diagnostica. Ma è efficace per fini epidemiologici statistici, non per la clinica. Le diagnosi non si possono fare con le liste di sintomi ma in base alla storia del paziente, al suo vissuto. La vera diagnosi si fa così.

Lo psichiatra moderno che lei descrive assomiglia al medico di una volta, capace di fare diagnosi nel rapporto col paziente, e di “sentire” i sintomi della malattia senza strumenti tecnologici.

Io punto molto sull’insegnamento di questa capacità di visione d’insieme del paziente. Spingo chi lavora con me a non concentrarsi solo sull’organo cervello. Cerco di evitare l’idea di una psichiatria fatta solo di neuroni. Oggi sappiamo che la psicosomatica ci racconta molte cose e che alcune condizioni come la disperazione o gli stati di conflitto interiore possono provocare in alcuni soggetti un’ulcera, un infarto o un diabete, in altri la depressione. Per questo la visione d’insieme è importante. Il medico deve saper interpretare certi segnali, per poter curare la persona nel suo insieme e non la singola malattia, il singolo organo. (F. Tulli)

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Intervista/2

Paolo Girardi, psichiatra (Università di Roma La Sapienza)

«Investire nella ricerca»

Professore, cos’è la depressione?

È una malattia complessa, caratterizzata da alcuni elementi fondamentali. L’abbassamento dell’umore e la perdita degli interessi in maniera marcata, difficoltà a portare avanti le normali occupazioni quotidiane e soprattutto perdita di “gusto” nel fare le cose che piacciono.

Il problema grosso della depressione è che in primis non viene riconosciuta; in secondo luogo, se anche viene riconosciuta spesso viene affrontata solo in termini psicologici; inoltre, non viene curata sufficientemente; infine, dopo il primo episodio non vengono adottate strategie per evitare una ricaduta. La depressione ha anche questa caratteristica, tende a essere recidiva.

C’è differenza tra tristezza e depressione?

La tristezza come la gioia è un sentimento normale. La depressione è una sindrome che non ha nulla a che fare con la tristezza. Attualmente la diagnosi deve essere basata più che sullo stato d’animo, sulla spinta a fare le cose.

Quanto “pesa” l’ambiente nello sviluppo della malattia?

Tantissimo. Qualsiasi disturbo psichico è sempre il risultato di tanti co-fattori diversi: eventi negativi, traumi, situazioni sociali. Il punto è che spesso la depressione non viene riconosciuta come malattia prima di tutto dal paziente e poi dai suoi familiari. Addirittura spesso la persona quando viene colta da depressione viene colpevolizzata o sovrastimolata. Ma la depressione non è un problema morale, è una malattia psicofisica che comporta limitazioni grosse a livello della vita di relazione, sia a livello della cognitività ma soprattutto dell’affettività. Ed è una malattia pericolosa perché nei casi gravi comporta il più alto rischio non solo di suicidio ma anche di omicidio-suicidio.

Quanto è importante la prevenzione o l’intervento precoce?

È fondamentale. Come tutte le malattie mentali di tipo episodico, ogni volta che si presenta tutta la situazione peggiora. Quindi il fatto di intervenire subito evita tutti quei danni (personologici, sociologici) che invece fanno seguito a un episodio non trattato. E questo è tanto più importante se si pensa che la depressione non solo si cura ma può anche arrivare a guarigione.

Nel 2020 la depressione sarà la seconda causa di disabilità, dopo l’infarto.

Premesso che stiamo parlando di una gravissima disabilità perché non riguarda solo la vita lavorativa, ma anche quella fisica e intellettiva, quella affettiva, in questo momento la depressione è la terza causa di disabilità. Ed è una malattia su cui invece in termini di ricerca che di prevenzione, almeno in Italia, non viene investito nemmeno un euro.

Perché?

Perché gli organi preposti alla salute pubblica sono ancora molto poco “sensibili” verso questo problema. Questo è anche colpa di noi psichiatri che non siamo riusciti ancora a far capire bene quali sono i pericoli. (F. Tulli)

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L’appuntamento

Due mondi senza più barriere

Primo vero tentativo di integrazione tra psichiatria dell’età adulta e neuropsichiatria infantile. Organizzato dalle cattedre di Psichiatria della I e II Facoltà di Medicina (Università La Sapienza, Roma) in collaborazione con il Dottorato di ricerca e la Neuropsichiatria dell’ospedale Bambin Gesù di Roma, si svolgerà il 16-17 giugno 2011 nella Capitale, il convegno dal titolo “Bambino, adolescente, adulto: un approccio condiviso per una psichiatria dell’arco della vita”.

left 8/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

Un pensiero su “Viaggio al centro della depressione

  1. Penso che la malinconia sia dare voce a un silenzio, affermare il proprio diritto di essere umano ad essere umani!

    Non un semplice stato dell’essere, ma la sua sostanza, o, quantomeno, la sua materia…

    Domande, domande…!
    🙂

    Comunque mi è piaciuto, ti invito a ricambiare la visita sul nostro blog Vongole & Merluzzi 🙂

    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2011/03/25/malinconia/

    Pubblicato da lordbad | 25 marzo 2011, 6:13 pm

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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