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Società

Camicia verde, cuore nero

Umberto Bossi

Da fenomeno locale a modello “culturale”. Arrivano in libreria numerose inchieste su quello che Furio Colombo ha definito il «neorazzismo italiano» della Lega

Federico Tulli

Il primo lancinante grido d’allarme è stato di Toni Fontana. Il giornalista de l’Unità, scomparso improvvisamente lo scorso anno, taccuino alla mano attraversò il settentrione d’Italia prendendo nota di quello che succedeva nei feudi della Lega nord. Raccontandolo poi in un libro che fotografa il ricco (e cattolico) Nord-est in una posa non propriamente degna di una regione “socialmente avanzata” come invece spesso viene descritta. In Apartheid – Viaggio nel regime di segregazione che sta nascendo nel Nord-Est (Nutrimenti), uscito a settembre del 2008, Fontana descrive infatti il clima sempre più teso di una realtà in cui diverse amministrazioni locali in camicia verde, senza trovare resistenza, via via introducono vergognosi provvedimenti discriminatori nei confronti degli stranieri. In alcune province molti bambini non vengono accolti nelle scuole, i musulmani non trovano luoghi dove seppellire i defunti o macellare gli animali secondo il loro rito, e devono pregare all’aperto sui tappeti distesi nei parcheggi dei supermercati perché non viene consentito loro di costruire una moschea. A oltre 70 anni dalle leggi razziali, il rischio di un nuovo apartheid italiano, focalizzato nello spicchio di Paese dove comanda il “Carroccio”, appariva agli occhi di Fontana tutt’altro che remoto. E oggi a che punto siamo? Dalla sua dolorosa denuncia sono passati due anni e mezzo. Il partito di Bossi, Maroni e Calderoli, e anche di Borghezio, Tosi, Gentilini e Salvini, li ha passati saldamente al governo, seduto fedelmente al fianco (destro) del Pdl di Berlusconi. A giudicare dalla messe di testi dedicati al “fenomeno Lega” arrivati in libreria in questi giorni la situazione, come era facile prevedere, è decisamente peggiorata. L’allucinogeno mix di paganesimo cristiano, razzismo e xenofobia, omofobia e sessismo da fenomeno locale si è consolidato come modello “culturale”, radicandosi nella società italiana sia attraverso il linguaggio dei principali esponenti politici e dei media in camicia verde, sia tramite leggi e provvedimenti che impongono su tutti i cittadini, italiani e stranieri residenti, il marchio dell’infamia di un Paese che non ha imparato nulla dalla propria storia. È tutto scritto. Sui libri di Michele De Lucia e Lorenzo Guadagnucci, presentati dagli stessi autori nelle prossime pagine. Ed è scritto, ad esempio, in Legaland (Manifestolibri) di Sebastiano Canetta ed Ernesto Milanesi. I due giornalisti oltre a evidenziare i tratti del cuore nero della Lega scoperchiano una realtà poco indagata, quella del fallimento del celebrato “sistema Galan” e del deragliamento della “locomotiva” nord-estina. Ed è tutto documentato, in una chiave diversa, in Svastica verde (Editori riuniti) di Walter Peruzzi e Gianluca Paolucci. La Lega qui è spiegata con le sue stesse parole. In una sorta di antologia del lato oscuro del “Va’ pensiero” leghista: discorsi, dichiarazioni, interviste e comunicati di numerosi esponenti, anche molto importanti, del partito più radicato d’Italia. Ma anche statuti, articoli de La Padania, disegni di legge e provvedimenti amministrativi delle giunte leghiste. Un viaggio inquietante attraverso il meglio del peggio delle camicie verdi. Con una postfazione dell’antropologa Annamaria Rivera, dal titolo eloquente: Le matrici neonaziste del leghismo.

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Un partito in ginocchio

I venticinque anni della Lega nord. Dal dio Po all’acquasantiera, con la benedizione dell’Opus Dei

Michele De Lucia*

A 25 anni dalla sua entrata in scena, la parabola della Lega Nord presenta un bilancio da «profondo rosso». La pressione fiscale, invece di diminuire, è aumentata, di pari passo con l’oppressione delle burocrazie statali (e regionali, provinciali, comunali, specie se a conduzione leghista): più tasse, meno servizi. I cittadini sono stati espropriati di ogni residua possibilità di eleggere i propri rappresentanti in Parlamento, oggi «nominati» grazie alla porcata di Calderoli. Le libertà personali sono sempre più cancellate, e la Lega, al fianco di Berlusconi (per tacer dei silenzi del centrosinistra) è stata protagonista della revanche clericale guidata dalle gerarchie vaticane, che hanno benedetto il Cavaliere e le sue guardie svizzere in camicia verde in cambio di esenzioni, privilegi, «roba». Se Berlusconi ha un problema, Bossi e Bagnasco fanno festa e passano all’incasso. La vicenda leghista è tutta una contraddizione: non c’è idea che non sia stata ribaltata nello spazio di un mattino, mentre la vera stella polare di Bossi è stata l’occupazione del potere. Entrata in scena come una scheggia impazzita della partitocrazia, la Lega ne è divenuta la colonna portante. E così, se all’inizio la Chiesa cattolica è la «bretella del regime», il Vaticano è un «covo democristiano», i preti sono «corrotti» e «ficcanaso», in breve tempo il registro cambia: evviva la «santa» Chiesa cattolica, le «nostre» radici cristiane, la «cara» Conferenza episcopale italiana, e l’ampolla pagana del dio Po è finita nell’acquasantiera. Nel 2000, alla vigilia del vertice di Nizza tra i capi di Stato UE sulla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, monsignor Antonelli (all’epoca segretario generale della Conferenza episcopale italiana) invia a Bossi una missiva contenente perentorie indicazioni sulle modifiche da apportare al testo: divieto totale di clonazione, anche terapeutica; no al riconoscimento della qualità di «famiglia» a unioni diverse da quelle fondate sul matrimonio; tutela della vita sin dal concepimento. L’indomani, alla Camera, il capogruppo leghista Alessandro Cè riprende punto per punto le indicazioni della Cei, spingendosi a definire la Carta «un documento elettoralistico, (…) di preoccupante sapore comunista e mondialista». Subito dopo il Carroccio promuove una raccolta di firme contro le adozioni da parte delle coppie gay. Sul caso di Eluana Englaro, la Lega fa di peggio. Bossi prima esprime solidarietà, «Capisco le ragioni del padre», ma poi aggiunge: «Io mi sono ribellato a una morte “per sete e per fame”. Se ci fosse stata una legge che avesse consentito l’iniezione con il “curaro”, non voglio dire che sarebbe stato meglio, ma forse più umano sì. Il problema ora è che “la gente potrebbe cominciare ad aver paura”, potrebbe cominciare a temere che negli ospedali si possa morire per fame». Ma in Parlamento la Lega si schiera con la linea del Vaticano, tradotta in un ddl governativo che assegna al medico, e non al malato, la scelta sul fine vita. Ciliegina finale: in cambio del salvataggio di Credieuronord (salutata alla nascita da Bossi come «banca che si rivolge al tessuto sociale e produttivo che fa riferimento alla Lega») da parte della Banca lodigiana di Gianpiero Fiorani, all’inizio del 2005 la Lega comincia a sostenere Antonio Fazio, il governatore di Bankitalia in odore di Opus Dei, che il Carroccio ha duramente contestato fino al giorno prima. Solo pochi esempi, tra gli infiniti possibili, che dimostrano come la “Padania” bossiana, se realizzata, altro non sarebbe che una riproduzione ancora più grigia e claustrofobica dell’Italietta partitocratica, con le sue ingiustizie e la sua drammatica assenza di libertà. *tesoriere di Radicali italiani

Libro/1 Il tocco di re Umberto

Attraverso documenti, testimonianze e cronache giornalistiche, il Dossier Bossi-Lega nord (Kaos edizioni), nuovo libro di Michele de Lucia, ricostruisce 25 anni di vita del Carroccio. Dall’antimeridionalismo, alla xenofobia; dall’antipartitismo della prima ora, al Carroccio cardine della partitocrazia; dal “Roma ladrona”, all’incasso di ingenti fondi statali; dai proclami secessionisti, all’esercizio del potere politico-affaristico nei governi berlusconiani. De Lucia documenta inoltre l’essenza politica del fondatore-padrone della Lega nord, Umberto Bossi: incultura e pressappochismo, giustizialismo forcaiolo e razzismo xenofobo, qualunquismo antipolitico e campanilismo da strapaese, in un mix di ignoranza plebea e grettezza piccolo borghese.

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La Lega delle parole sporche

La xenofobia è un business che garantisce potere politico e che trova la sua massima espressione nel linguaggio e nella prassi del partito di Bossi. Con la complicità dei media

Siamo sottoposti a un’invasione di immigrati. C’è un’emergenza nomadi in corso. Basta con i vu cumprà. Possiamo accettare gli immigrati regolari, non i clandestini. Sono espressioni entrate nel linguaggio corrente, pensieri e parole che campeggiano nei titoli di giornali e telegiornali. Ma chi davvero riflette sul loro autentico significato? Eppure dovremmo chiederci che senso abbia parlare di “invasioni” per definire l’arrivo in Sicilia di qualche decina di richiedenti asilo politico e aspiranti lavoratori, poiché di questo normalmente si tratta. Dovremmo anche domandarci perché definiamo “nomadi” gruppi di famiglie che nomadi non sono, se non per effetto degli sgomberi forzati cui sono sottoposte. Fermandoci a riflettere, scopriremmo quanto sia fuorviante la nozione di “clandestino”, la madre di tutte le “parole sporche” entrate nel linguaggio corrente. “Clandestino”, nella lingua italiana, è chi si nasconde, chi agisce nell’ombra: è un termine che evoca malaffare, delinquenza. Lo si usa però per indicare lavoratori stranieri senza documenti di soggiorno, gente che vive alla luce del sole e non chiede di meglio che avere documenti in regola. Ma è la legge italiana a negare l’accesso alle carte. Quasi tutti gli stranieri oggi “regolari”, i “buoni” nella finta contrapposizione, sono stati a loro volta “clandestini”, per la semplice ragione che così vuole la legge Bossi-Fini e successivi aggiornamenti. La contrapposizione clandestini/regolari, cattivi/buoni è dunque fasulla, puro espediente retorico. Perché, allora, i media, i politici, i cittadini hanno fatto proprio un linguaggio così impreciso, così fuorviante, così offensivo verso un cospicuo numero di persone? La risposta va cercata nell’insidioso incrocio fra potere politico e manipolazione del linguaggio. Oggi in Italia parliamo, o meglio siamo parlati, dalla lingua introdotta dal “partito della xenofobia”, un movimento trasversale, che ha sicuramente al suo centro il partito della Lega Nord, ma include anche alcuni intellettuali, pezzi di altre forze politiche, giornalisti e testate varie. Questo “partito” ha definito nel tempo una sua visione del mondo, una sua interpretazione di fenomeni sociali come la globalizzazione, i flussi migratori, il pluralismo culturale. Questa visione poggia sulla contrapposizione fra “noi” e “loro”. Per “noi” si intendono i cittadini autoctoni, perbene, quelli che sanno stare al loro posto e si aspettano tutele e protezioni verso le minacce esterne. Loro sono tutti gli altri: zingari, clandestini, islamici, vu cumprà, extracomunitari e via elencando, con un linguaggio che etichetta e discrimina. Chi domina il linguaggio, ce lo hanno spiegato Orwell e gli studiosi dei totalitarismi, controlla anche le persone, ne indirizza i pensieri e le percezioni. Oggi il “partito della xenofobia” svolge un ruolo egemonico, con la decisiva complicità dei media. Prendiamo l’esempio più vistoso, le condizioni dei rom in Italia. È una popolazione poco numerosa – circa 170mila persone – ma con una fortissima esposizione mediatica. La Lega Nord e i suoi affiliati (più o meno consapevoli) da tempo hanno fatto della lotta ai “campi nomadi” una priorità politica e sono riusciti ad affermare l’equazione “nomadi” uguale pericolo. Dei rom oggi in Italia si dice e si scrive di tutto. Basta sostituire alla parola nomadi, o rom, la parola ebreo per rendere impronunciabili espressioni che sono invece moneta corrente. Grazie all’elaborazione compiuta dopo la shoah, chi potrebbe oggi parlare di “emergenza ebrei”, di “ghetti ebraici degradati da spazzare via”, di “ebrei non integrabili con il resto della popolazione”, di “ebrei che rubano i bambini”? È un esercizio, la sostituzione di certi termini sospettati d’essere discriminatori, consigliato nei migliori manuali per giornalisti. Servirebbe anche a molti politici e a gran parte dei cittadini. Metterebbe in crisi la “neolingua” xenofoba che ha invaso le nostre menti e ci aiuterebbe a capire meglio quel che ci accade intorno. Lorenzo Guadagnucci (Giornalisti contro il razzismo)

Libro/2 Alleanza letale

Le parole sono importanti. E se giornali e Tv scrivono e parlano male è probabile che lettori e spettatori pensino male. “Parole sporche” firmato dal giornalista Lorenzo Guadagnucci per Altreconomia, dà conto di come e perché razzismo e xenofobia in Italia trovano spazio sui più importanti media, in bocca agli intellettuali e tra i cittadini. Dopo la prefazione di Mohamed Ba, attore, musicista, mediatore culturale, Guadagnucci passa in rassegna gli esempi più clamorosi dell’alleanza tra stampa mainstream e vox populi e addita le “parole sporche” da mettere all’indice. Come voltare pagina? L’autore racconta l’impegno di organizzazioni come Giornalisti contro il razzismo, Articolo 3, Cospe e propone la via di un consumo critico dell’informazione.

left 7/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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