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Società

In fuga dal medioevo

Il suq di Sana'a, a pochi passi da piazza Tahrir

La rivolta in Yemen. Studenti e opposizione contro il tiranno Saleh. Tra Facebook e antichi palazzi

Federico Tulli

Nella penisola araba si dice “wadi” il letto di un fiume o di un torrente, quasi sempre prosciugato, che sporadicamente si riempie di acqua provocando devastanti inondazioni. Nonostante il pericolo, in Yemen non esiste wadi che non sia costellato di insediamenti umani lungo tutto il suo percorso. L’estrema povertà e la carenza di terreni coltivabili, spingono contadini e agricoltori, ma anche nomadi e migranti dal vicino Corno d’Africa, a sfidare la sorte. Sottili strisce di lussureggiante vegetazione, fitta di manghi, banani, palme da dattero, alberi del pepe o da incenso, aranceti e così via, costeggiano gli argini del wadi resi fertili dalle tracimazioni. Alle spalle dell’oro verde, le sole vie di fuga in caso di esondazione: ripide montagne rocciose, bocche di vulcani spenti da millenni e il deserto. Ecco perché la valanga d’acqua, che all’improvviso si forma lungo l’arido letto reso impermeabile da mesi di siccità, raramente lascia scampo. Tutto viene travolto, uomini, animali, capanne di fango, vegetazione.

Il wadi è oggi anche l’incubo del presidente Ali Abdullah Saleh. Il padre-padrone della repubblica yemenita («più

Il tempio del Sole a Marib

padrone che padre», sono soliti dire agli stranieri gli abitanti della capitale Sana’a, alludendo con ironia alle ricchezze accumulate da Saleh in 33 anni di potere incontrastato, di cui 21 da capo dello Stato) se lo è visto venire incontro, sotto forma di massa umana almeno tre volte nell’ultimo mese. Per protestare contro l’eventualità di una ricandidatura sua o di una candidatura di suo figlio alle prossime elezioni del 2013, rivendicando lavoro e diritti e auspicando una riforma politica e la fine «del regime corrotto e tirannico», decine di migliaia di persone sono confluite per le strade della maestosa capitale verso la centralissima piazza Tahrir (omonima di quella de Il Cairo). A poche centinaia di metri dai caratteristici palazzi in marmo, pietra rosa e alabastro, alcuni risalenti a 500 anni fa, che hanno reso Sana’a patrimonio Unesco.

L’ultima “Giornata della collera” yemenita si è tenuta giovedì 10 febbraio. Per scongiurare una crisi “alla tunisina”, non è bastato a Saleh annunciare all’inizio del mese che non intende candidarsi per un nuovo mandato alle elezioni del 2013 e nemmeno rinviare le legislative previste per il prossimo 27 aprile e varare una serie di provvedimenti per ridurre il tasso di disoccupazione giovanile. Come in Egitto per Mubarak, l’opposizione e gli studenti vogliono sentir pronunciare dal presidente una sola parola: dimissioni. E come sta accadendo nella terra dei Faraoni, in Tunisia o in Giordania, ma timidi segnali giungono anche da Arabia Saudita e Oman, anche in Yemen il motore della rivolta sono i social network. «Gli studenti e i giovani non si fidano dei partiti politici e per questo usano Facebook per organizzare le loro proteste», dice il giovane Adnan al-Rajehi, citato dal quotidiano Yemen Times. «Ci ispiriamo a quanto è stato fatto in Egitto, dove i giovani hanno iniziato la protesta usando Facebook. Lo faremo anche in Yemen», racconta Abdul-razzaq Al-Azazi, studente dell’Università di Sana’a. Saleh è avvertito.

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Al Hajjar

Il libro/1

Un Paese sospeso tra passato e presente

Unica repubblica della penisola araba, lo Yemen è il Paese della regina di Saba (e anche della famiglia di Osama bin Laden) e la sua capitale Sana’a è stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Fino a circa cinquant’anni fa vi regnava una dinastia di Imam sciiti della corrente zaidita, e oggi nel paese sono in atto dinamiche potenzialmente destabilizzanti, tra cui la ribellione degli Huthi nel Nord, il movimento secessionista nel Sud e il terrorismo di matrice islamica, che si intrecciano alle tradizionali alleanze tribali. Per spiegare il presente è necessario conoscere la storia: è intorno a questa premessa che nasce la nuova monografia della storica e giornalista Farian Sabahi, Storia dello Yemen (Bruno Mondadori). Il volume è arricchito dalle testimonianze dei viaggiatori europei dell’Ottocento e del Novecento, ed è corredato da numerose schede di approfondimento sulla società civile e il rispetto dei diritti umani, la condizione femminile, la minoranza ebraica, il qat (la droga leggera “di Stato”), l’Islam zaidita e sciafeita praticati in Yemen.

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Il libro/2

Profumo di libertà

Nord Africa, Medio oriente, Penisola araba. Propagandosi come un effetto domino, la protesta contro i regimi autoritari che da decenni fiaccano le esigenze di libertà e democrazia delle popolazioni oggi corre sul filo di internet. Fino a un migliaio di anni fa questi Paesi erano legati tra loro da un’altra via di comunicazione, un’antica rotta che attraverso deserti e montagne, era stata tracciata per il commercio di una resina speciale e di gran valore: l’incenso. Una via così importante e battuta da fare, per molti secoli, del sud dell’Arabia un regno florido e ricco, un paese felice. Ecco l’Arabia Felix. Se oggi a nord la via dell’incenso è il fulcro della rivolta contro i tiranni, a sud è miraggio dei migranti che partono dal Corno d’Africa per raggiungere la penisola arabica alla ricerca di un lavoro, possibilmente a Dubai o Abu Dhabi. Ogni anno decine di migliaia di disperati, in fuga soprattutto dai conflitti e dalla siccità della regione, cercano di raggiungere su mezzi di fortuna via mare lo Yemen, cuore geografico di questa arteria. E molti di loro muoiono nella traversata del Mar Rosso o del Golfo di Aden a bordo di vecchie carrette. Come detto, un tempo la via dell’incenso non era sinonimo di disperazione e morte. Legata a doppio filo al mito non è una semplice pista, una linea sulla carta geografica. Non ha solo caratteri topografici. È molto di più. È una delle arterie lungo le quali è passata la storia dell’uomo. Attraverso questo cammino sono venuti in contatto mondi lontanissimi e diversi. Si sono toccate Europa e India, oltre che Arabia e Africa. Sono transitate merci, ma anche scienza, cultura e leggenda. Il fascino di questo pezzo di mondo è magistralmente immortalato e descritto ne La via dell’incenso (De Agostini) dal giornalista e fotografo Aldo Pavan che con i suoi strumenti di lavoro ha seguito l’antica rotta partendo dall’Oman, passando per Yemen, Arabia Saudita, Giordania per arrivare al Mediterraneo.

left 6/2011

 

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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