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Bioetica

Bioetica, un giorno di ordinaria ideologia

La sottosegretaria Eugenia Roccella e il ministro Maurizio Sacconi

Federico Tulli

C’è un ottimo libro del professor Carlo Alberto Defanti, Soglie. Medicina e fine della vita (Bollati Boringhieri), in cui il neurologo che aveva in cura Eluana Englaro raccoglie le più recenti acquisizioni internazionali riguardo alla precisa distinzione fra coma, stato di minima coscienza e stato vegetativo persistente. È la risposta più concreta alla surreale carrellata di dichiarazioni ideologiche e antiscientifiche, che per tutta la giornata di ieri sono state battute dalle agenzie, rilasciate da donne e uomini del centro destra a commento della “celebrazione” della Giornata nazionale sugli stati vegetativi. Fortemente voluta dal sottosegretario alla Salute con delega alla bioetica Eugenia Roccella, e istituita il 18 gennaio con una direttiva del presidente del Consiglio, questa ricorrenza unica al mondo cade nell’anniversario della fine di Eluana, biologicamente morta il 9 febbraio di due anni fa. Tutto questo tempo non è servito ai pasdaran “pro life” di Palazzo Chigi per chiarirsi le idee sulla condizione in cui la donna ha versato per 17 anni, dal 1992 al 2009. Fino a quando cioè i suoi medici, nel rispetto della sua volontà di non essere sottoposta ad accanimento terapeutico, hanno sospeso il trattamento sanitario di alimentazione e idratazione forzosa.
«È un modo positivo di ricordare ciò che accadde due anni fa: il valore della vita viene difeso sostenendo quelle condizioni caratterizzate da estrema fragilità, a cui le famiglie e le amministrazioni pubbliche insieme devono dare risposte amorevoli ed efficaci» ha affermato il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. I pazienti in stato vegetativo, circa 2.500 in Italia, «non sono persone morte, come da più parti si dice, ma persone pienamente vive che possono migliorare e seguire un percorso di riabilitazione e per questo lo Stato deve aiutare le famiglie di tali malati», ha detto Eugenia Roccella. Riferendosi quindi alla Englaro ha aggiunto che la donna «è stata per 17 anni una malata in stato vegetativo. Istituendo questa giornata nazionale abbiamo voluto ricordare Eluana non come il caso che ha diviso l’Italia, bensì come una persona malata diventata simbolo di tutti questi malati in stato vegetativo che hanno bisogno di assistenza».
Giova ricordare che durante gli anni passati in questa condizione, attaccata ai macchinari più avanzati, Eluana non ha mai dato segni di “miglioramento”. D’altronde, la comunità scientifica mondiale è concorde nel ritenere che passati 18 mesi dall’evento negativo la corteccia si necrotizza al punto non non consentire più alcuna attività cerebrale “complessa”. Nel suo caso, i danni al tronco encefalico non erano tali da non consentirle di mantenere una certa temperatura corporea, di respirare autonomamente e di regolare il ciclo ormonale. Ma, come ha dichiarato più volte Defanti, non poteva provare dolore, affetti, fare immagini e pensieri.
Insomma, la Englaro era mantenuta in uno stato di mera vita biologica ma aveva perso tutte le funzioni indispensabili per potere definire “umana” la sua vita.

Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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