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Società

Ruggero Conti: don Jekyll o signor Hyde?

Gian Maria Volontè è il commissario de "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto" (Elio Petri, 1970)

Breve profilo di un uomo che, se confermato nei diversi gradi di giudizio, ha compiuto crimini orrendi consapevole di rimanere impunito grazie al proprio status sociale di prete. L’analisi dell’avvocato Luciano Santoianni e dello psichiatra Andrea Masini

Federico Tulli * Cronache Laiche. Il quotidiano. Laico per vocazione

Sebbene sia stato relegato prevalentemente nelle pagine di cronaca locale come fosse uno dei tanti processi per pedofilia, quello di Ruggero Conti, l’ex parroco della chiesa romana Natività di Maria Santissima, non è un processo come gli altri. Sia per l’entità della condanna richiesta dal Pm, 18 anni di carcere, sia, soprattutto, perché Conti più di altri è il classico cittadino al di sopra di ogni sospetto. Per questo motivo, la sua è una di quelle vicende che spaccherebbero in due l’opinione pubblica, tra innocentisti e colpevolisti (come si usa dire), facendo la fortuna dei giornali. Se solo avessero il coraggio di raccontarla.

Ecco allora un breve profilo dell’uomo che, se confermato nei diversi gradi di giudizio, tanto somiglierebbe allo spietato e lucido killer che nei panni del commissario del film di Elio Petri, ha compiuto crimini orrendi consapevole di rimanere impunito grazie al proprio status sociale. Una storia di pedofilia nella Chiesa, tristemente simile alle tante che negli ultimi anni hanno sconvolto gli Stati Uniti e mezza Europa, Italia esclusa.

Andiamo per ordine e cominciamo dalla fine, ricordando che don Ruggero Conti è stato garante del programma per la famiglia e le periferie nella campagna elettorale del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, cioè fino a poche settimane prima di essere arrestato il 30 giugno 2008. I magistrati lo hanno bloccato mentre si preparava a partire per Sidney dove con i ragazzini del suo oratorio avrebbe partecipato alla Giornata mondiale della gioventù. Da allora è in stato di arresto. Del resto i capi d’accusa sono piuttosto gravi: abusi su sette bambini di 10-12 anni che gli erano stati dati in custodia tra il 1998 e il 2008 in oratorio e nei campi estivi; e prostituzione minorile. Secondo il pm Francesco Scavo, il sacerdote avrebbe indotto due ragazzini «a compiere e/o subire atti sessuali in cambio di denaro o altra utilità (in genere capi di abbigliamento)». Abusi che il pm ha definito «di inaudita gravità» perché «prolungati negli anni» e perché avrebbe approfittato dei situazioni «di debolezza o di difficoltà famigliare in cui si trovavano i piccoli». In un caso un bambino era stato affidato al prete dalla madre indigente, perché lo aiutasse a superare i problemi dovuti alla perdita del padre. Ma il sacerdote ne avrebbe approfittato per violentarlo circa quaranta volte in cambio di abiti o denaro (dai dieci ai trenta euro). Come è potuto accadere? Gli stessi accusatori del sacerdote definiscono don Ruggero come una «persona sensibile, un tipo molto carismatico». Insomma, uno di cui fidarsi che «si ricordava subito i nomi di tutti quanti, che ti metteva subito a tuo agio, come se fosse una persona che conoscevi da tanto tempo».

Questo è un passaggio chiave di tutta la vicenda. Numerosi esperti sono concordi infatti nel ritenere che il pedofilo sia una persona che pianifica lucidamente la violenza, agendo in un contesto che gli consenta di farla franca e dopo aver scelto con cura il suo bersaglio. Ecco cosa racconta l’avvocato Luciano Santoianni del Foro di Napoli, legale con lunga esperienza in questo campo: «Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendolo alla confusione. Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenta ma è raramente esercitata con violenza». Un altro aspetto che emerge dalle testimonianze e che ricorre in molti casi di pedofilia è commentato dallo psichiatra Andrea Masini: «C’è una grande ambiguità che però è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte degli “educatori”. Per un bambino che non ha più figure femminili di riferimento, questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto col genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila». Masini tocca poi un altro tasto delicato. I numeri sulla diffusione della pedofilia nel clero suggeriscono infatti l’ipotesi che molti pedofili si scelgano apposta determinate professioni. «Non c’è dubbio che l’organizzazione della Chiesa risponda a certi requisiti. Il pedofilo, da calcolatore qual è, sa che il suo comportamento sarà coperto dal silenzio delle gerarchie ecclesiastiche. Perché all’esterno deve rimanere integra la figura del sacerdote misogeno, che non ha rapporti sessuali e non ne deve avere. Un altro caso, ma di tutt’altro tipo, poteva essere rappresentato dall’esercito. Dove finiva un certo tipo di paranoici, perché “sapevano” che l’istituzione avrebbe coperto la loro patologia».

Pur non riferendosi espressamente al caso Conti, le osservazioni dei due professionisti sembrano aderire perfettamente alla storia in questione. E non solo per quanto già raccontato. Di recente, a carico del sacerdote sono infatti emersi altri abusi che risalirebbero fino a 25 anni fa e che si sarebbero svolti a Legnano, quando Conti ancora non era stato ordinato e insegnava educazione sessuale. I fatti sono ormai prescritti, ma questo significa che l’ex parroco della Natività di Maria Santissima avrebbe indossato l’abito talare consapevole di essere un pedofilo. Non proprio la più cristallina delle vocazioni. Se così fosse si tratterebbe di un feroce criminale che per decenni ha potuto agire indisturbato come il personaggio cinematografico interpretato da Volontè. Per conoscere la risposta, non resta che attendere la sentenza del tribunale di Roma. Primo passo giuridico verso l’accertamento delle responsabilità penali e di una verità che al momento appare tra le più agghiaccianti. Sfortunatamente per i protagonisti, questo non è un film di Petri, né un romanzo di Stevenson.

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
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