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Società

I killer della libertà

Il ministro Sando Bondi e il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi

La prima legge dello Stato è attaccata da una classe politica che non rappresenta la volontà dei cittadini. Nel suo nuovo libro L’assedio, il costituzionalista Michele Ainis denuncia chi attenta alla nostra democrazia

Federico Tulli

«È dallo strapotere dei partiti che nasce il sentimento d’impunità tipico dei signori di partito. È dal buco nero di una legge elettorale che lascia a mani nude i cittadini (tanto sono i partiti che decidono gli eletti). E allora la questione legale traligna in questione morale, o meglio culturale. Perché se non puoi rompere il sistema ti ci adatti, ti genufletti davanti ai suoi mandarini e cerchi di propiziartene i favori. Da qui la miscela che accende il fuoco della corruzione: l’impunità avvertita dai potenti, il servilismo che ha ormai fiaccato gli italiani». La denuncia del costituzionalista e docente di Diritto pubblico all’università Roma 3 Michele Ainis è precisa, netta, circostanziata. Con l’obiettivo di esercitare il potere e impossessarsi di “pezzi” di Paese, la nostra Costituzione è nel mirino di una politica degradata. «La Carta – dice – è finita sotto assedio, circondata da truppe ben armate e senza alcuna vergogna di sé e delle proprie proposte». Che l’Italia sia immersa da tempo in una crisi di legalità lo attestano osservatori nazionali e internazionali ma soprattutto ce lo dice la nostra esperienza quotidiana: dal lavoro nero all’evasione fiscale, dall’abusivismo edilizio ai trucchetti negli appalti o nei concorsi, allo scempio del patrimonio culturale, scientifico e artistico. Un’illegalità diffusa, le cui radici «affondano nel rapporto truffaldino che la politica italiana intrattiene con la Costituzione. Tutta la politica, di destra e di sinistra, benché le responsabilità non siano uguali». Ora, racconta il costituzionalista, è arrivata la resa dei conti: Parlamento, Quirinale, giudici ordinari, Consulta, sono tutti sotto attacco. E ne L’assedio. La costituzione e i suoi nemici (Longanesi) il docente di Diritto pubblico non si limita a ricostruire le dinamiche socio-politiche che hanno provocato questo deprimente scenario ma riporta in primo piano gli strumenti a disposizione della società civile per difendere la Costituzione. Per riprendersi la libertà «prima che sia troppo tardi».

Professore, chi sono i nemici “pubblici” della nostra Costituzione?

Il costituzionalista Michele Ainis

I nemici della Costituzione sono numerosi, forse più degli amici. E c’è una responsabilità storica anche della sinistra. Oggi il fatto nuovo è che l’assedio di lunga data si è trasformato in assalto. Sferrato soprattutto da una dottrina costituzionale di democrazia plebiscitaria incarnata dal presidente del Consiglio. È una concezione di democrazia che ha fatto proseliti, se pensiamo al modello di partito personale diffuso abbondantemente in tutte e due le ali dello schieramento politico. Ma questa idea oggi si concretizza, in primis nel movimento di Berlusconi: nel rapporto diretto tra il popolo e il leader che mette in atto; un rapporto in cui “il capo” è il megafono di una presunta volontà popolare che come un oceano tutto sommerge, compresa la costellazione di organi di garanzia che fanno di uno Stato uno Stato di diritto.

Se l‘assedio alla Carta è cominciato subito dopo la sua entrata in vigore, l’assalto quando è iniziato?

Con l’assedio il nemico impedisce a una città di rifornirsi di viveri cercando di stremare i suoi abitanti e prenderla per fame. Questo è accaduto alla nostra Carta sin dal 1948. Lo dicono i ritardi con cui è stata attuata e quando è stata attuata. L’assalto è il momento in cui, dopo aver fiaccato le difese con l’assedio, si tenta di piegarle definitivamente. È difficile indicare un punto preciso. Ma direi che l’assalto si può far risalire al 2005 con il “Porcellum” di Calderoli. Una legge elettorale che ha sottratto dignità al Parlamento e prestigio ai singoli parlamentari. Oltre che in una progressiva disaffezione degli italiani verso la politica, questo si è tradotto in una serie di vicende formali.

Vale a dire?

Per esempio l’abuso del ricorso al voto di fiducia. Berlusconi ne ha collezionati 36 in due anni, l’ultimo governo Prodi, 32. E poi, ancora, le ordinanze della Protezione civile. Una cosa che assolutamente scavalca il Parlamento, a differenza dei decreti legge che se non altro vanno convertiti. E lo stesso discorso vale per la pratica dei maxi emendamenti sui quali poi va messo il voto di fiducia. Anche qui Prodi ne ha “approfittato” a piene mani, non solo l’attuale premier.

La laicità dello Stato è tra i valori traditi?

Pensiamo ai veti posti dal Vaticano nella vicenda di Eluana Englaro e sulla pillola abortiva Ru486. Questi diktat riescono oggi a essere più incisivi che in passato, perché c’è un potere politico debole, in deficit di consenso e quindi un deficit di effettiva legittimazione. Basta fare il conto di quelli che non vanno a votare e leggere gli indici di fiducia nei confronti delle istituzioni. In questo quadro i partiti e le segreterie politiche diventano più permeabili ai divieti della Santa Sede.

Lei ha detto che la Costituzione è la nostra carta d’identità collettiva. Cosa caratterizza una buona Carta?

Premesso che l’impianto della nostra legge è ancora moderno, e che qualche piccola correzione alla forma di governo si può fare e nessuno si strapperebbe le vesti per la violazione di chissà quale tabù, una buona Costituzione per essere tale non dovrebbe costringere la storia successiva in una camicia di gesso ma accompagnarla. Per farlo deve esercitare una forza propulsiva. Questo è accaduto in alcune stagioni, specie negli anni Sessanta e Settanta, quando una maggiore attuazione della Carta si manifesta con una serie di leggi, dal divorzio alla riforma penitenziaria, al diritto di famiglia, allo statuto dei lavoratori.

Una spinta che si è esaurita?

Siamo indubbiamente in una fase recessiva. La diseguaglianza, la crisi della libertà, in generale l’illegalità, ci sommergono quotidianamente. Il fatto è che non rispetta le leggi chi non le prende sul serio. E se una persona non ritiene credibile e anzi nemmeno conosce la Legge più alta è difficile che possa rispettare anche solo il Codice della strada. Se c’è una crisi di legalità, non ci può essere libertà. È libero solo il “re della foresta”, vige la “legge” del più forte. E dunque non c’è nemmeno eguaglianza. Perché anche questa è assicurata dalla legge. Come c’è scritto in ogni tribunale, la legge è uguale per tutti. Va detto però che realisticamente nessun valore costituzionale può essere mai interamente realizzato. Nessuna società sarà mai interamente libera, uguale, composta da persone pienamente acculturate nel senso della piena consapevolezza e capacità critica che può dare la cultura. Però si deve tendere a questo obiettivo. La Costituzione diventa un pezzo di carta e quindi tanto vale farne un’altra, se in un certo momento una società o la sua classe politica o tutte e due insieme smettono di puntare a questo traguardo. Se invece i suoi valori primari sono ancora riconosciuti e vissuti da buona parte della società, come accade oggi in Italia, vuol dire due cose: che la Legge suprema va difesa e che la politica non riflette più la volontà del Paese.

left 5/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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