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Salute

Carlo Flamigni: «L’ignoranza è prolifica»

In libreria per L’Asino d’oro, Contraccezione. Un pamphlet agile e rigoroso scritto a quattro mani dal padre italiano della fecondazione in vitro e dalla ginecologa Anna Pompili

Federico Tulli

A chi non conosce gli anticoncezionali. A chi occorrono informazioni sulla “pillola”, la menopausa, l’aborto. A chi ha bisogno di rimediare a un errore e non sa come fare perché in farmacia o al pronto soccorso non ha ottenuto risposta. A chi semplicemente vuole chiarirsi le idee su un tema del quale oggi in Italia si sente parlare solo da chi non ha alcuna competenza. È a queste persone che si rivolge Contraccezione, edito da L’Asino d’oro, terzo libro della collana “Il mito di cura” diretta dal ginecologo e padre della fecondazione italiana in vitro, Carlo Flamigni. L’agile ma rigoroso pamphlet, firmato da Flamigni stesso e dalla ginecologa e divulgatrice scientifica Anna Pompili, è in libreria da giovedì 3 febbraio. In maniera diretta, semplice, concisa tante risposte alle importanti domande sempre più spesso ignorate da chi nel nostro Paese avrebbe il dovere istituzionale di rispondere (consultori pubblici a parte, che infatti sono minacciati di chiusura da leggi integraliste come quella proposta dal centro destra nel Lazio). Perché questo silenzio? Perché in fondo è vero quanto sostiene il papa: l’educazione sessuale è una minaccia per la religione cattolica. Può dunque far vacillare sia il potere vaticano che quello dei suoi sodali al di qua del Tevere.

Professor Flamigni, i metodi contraccettivi hanno una storia millenaria. Ma la scienza ha “prodotto” la pillola solo nel 1958. Come mai?

È vero, la contraccezione è diventata oggetto di attenzione scientifica molto tardi. Appunto nel secolo scorso. E si era arrivati a capire che era necessaria, e non solo per le prostitute e le schiave, con la rivoluzione industriale. Quando i contadini cominciano a inurbarsi, ritrovandosi con le case più piccole, e i bambini non sono più utili per lavorare in campagna, si rivelano un costo e sottraggono tempo alle madri che devono fare le operaie. In precedenza si osservava il comportamento degli animali senza arrivare da nessuna parte. Inoltre, prima di capire il nesso tra eiaculazione e nascita di un bambino c’è voluto del tempo.

Lei ha detto che la pillola non è stata pensata per fare un regalo alle donne. Ci spiega perché?

Quella della pillola è una storia ambigua. Fatta anche di piccoli crimini nascosti. Non è una storia di “generosità”. La scienza se ne è occupata per rispondere a necessità di vario ordine. Non solo sociali e mediche (evitare infanticidi e aborti) ma anche legate a odiosi pregiudizi. Gregory Pincus negli anni ’50 iniziò a lavorare sulla pillola con il denaro di “brave” signore borghesi che temevano un eccesso di popolazione negra negli Stati Uniti.

Nel vostro saggio fate diversi “regali” alle donne.

Ad esempio, insegniamo a usare le pillole anticoncezionali classiche (quelle che per ora, “a dio piacendo”, nessuno si rifiuta di distribuire in farmacia) come contraccezione del giorno dopo. Fino a “ieri” c’era chi considerava contraccezione tenere un ombelico di un feto appeso alla spalliera del letto. Non era diverso dallo scuotere una bottiglia di coca cola e infilarsi il collo nella vagina. È il caso di dire che l’ignoranza è prolifica.

Ci spieghi meglio.

La pillola ormai fa pochi danni in quanto a effetti collaterali. Ma specie le giovani donne devono imparare a usarla. Il contraccettivo ideale non c’è, quindi per prevenire aborti o gravidanze indesiderate serve che qualcuno indichi loro qual è il metodo più sicuro ed efficace.

Come dovrebbe essere il contraccettivo ideale?

Semplice da utilizzare, poco costoso, facile da reperire. L’ideale è quello capace di irritare i teologi e mistificatori di professione che affermano falsità antiscientifiche in base al criterio antidiluviano della dignità della procreazione, per cui vita sessuale e vita riproduttiva nell’essere umano non si possono disgiungere.

Come può una ragazza difendersi da questa cultura e concretamente dai farmacisti che si dichiarano obiettori?

Il libro serve anche a questo. A imparare a difendere un diritto acquisito. Come i primi due della collana è scritto per l’Aied. Una storica associazione che può tornare a essere un punto di riferimento, aiutando a evitare scelte sbagliate. Dagli educatori, alla scuola, ai sacerdoti, in troppi tradiscono i giovani. Non sanno più a chi affidarsi. È un momento di grande confusione, non si fa cultura della contraccezione. Addirittura c’è chi dice che la cultura sulla vita sessuale è immorale. Ma è una mostruosa stupidaggine. La cultura è fondamentale per qualsiasi aspetto della nostra vita.

Ci sono responsabilità della politica?

La politica è importante. Ma quella di oggi non è politica. È la ricerca del consenso a tutti i costi. “Fingo di essere religioso così ottengo i voti cattolici”. Questo vuol dire tradire la politica. È voglia di acquistare potere per poi usarlo nei vergognosi modi che tutti stiamo osservando.

left 4/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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