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Vaticano

I furbetti col collarino

Con la nuova legge antiriciclaggio il Vaticano sarà l’unico Paese totalitario a entrare nella “white list” delle istituzioni bancarie mondiali

Federico Tulli

Tanto rumore per nulla. Accolta come una vera e propria “rivoluzione” nella legislazione della Città del Vaticano, la normativa antiriciclaggio emanata il 30 dicembre scorso per attuare la Convenzione Monetaria tra lo Stato d’Oltretevere e l’Unione europea, a ben vedere non stravolge alcuna consolidata prassi. Anzi. Così come lo scandalo mondiale della pedofilia nel clero cattolico, tutt’altro che risolto, è stato messo in sordina da una serie di calibratissimi interventi pubblici che hanno visto protagonista Benedetto XVI nella seconda metà del 2010, la legge 127 “concernente la prevenzione e il contrasto del riciclaggio dei proventi di attività criminose e del finanziamento del terrorismo” risulta solo in apparenza un impegno a rompere col passato. Quel passato che, ad esempio nei 68 anni di vita dell’Istituto opere religiose, ha consegnato alla cronaca (nera) sia le scorribande “finanziarie” del cardinal Marcinkus, di Sindona, di Calvi, sia, come documentato nel libro di Gianluigi Nuzzi, Vaticano spa (vedi box), i “rapporti” delle gerarchie ecclesiastiche con la banda della Magliana e la mafia, nonché i trattamenti di favore a politici, imprenditori, affaristi italiani intestatari di conti correnti che in una banca del genere non avrebbero potuto aprire.

Se da un lato chiedendo più volte scusa alle vittime il Papa è riuscito a far passare l’idea che la Chiesa abbia iniziato un’opera di prevenzione, denuncia e “punizione” dei crimini pedofili, ma così non è come dimostrano i recenti appelli a una reale trasparenza lanciati dalle vittime di Verona e di Malta e il lavoro della Commissione parlamentare d’inchiesta belga, «sul versante finanziario, la legge antiriciclaggio consegnerà alla Santa Sede la patente di un’istituzione che può operare nei mercati internazionali perché ha una normativa conforme alle regole Ue» osserva il deputato dei Radicali Maurizio Turco, per poi denunciare: «I farisei sono passati dal riciclaggio alla truffa». Secondo Turco, infatti, la legge 127 è una sorta di gioco delle tre carte gestito «in maniera sopraffina, cinica e spregiudicata nelle “segrete stanze”». Vediamo come. I punti chiave sono due. Per prima cosa lo Ior rientra sì, ora, sotto la legislazione del Vaticano – pur essendo un ente della Santa Sede e dunque fino a “ieri” giuridicamente autonomo -, ma resta fuori dalla Convenzione. «Perché è stata la Santa Sede a firmare la Convenzione monetaria, ma lo ha fatto per conto del Vaticano. Dunque l’accordo regola i rapporti tra Ue e Stato Vaticano e non tra Bruxelles e gli enti della Santa Sede. Come del resto ha confermato il commissario europeo in risposta a un’interrogazione della nostra collega olandese dell’Alde Sophie in ‘t Veld». In sostanza, lo Ior sarà soggetto al controllo dell’Autorità di informazione finanziaria, «organismo autonomo e indipendente» secondo la definizione del Motu proprio emanato da Benedetto XVI, che estende la normativa antiriciclaggio anche alla Santa Sede. E qui sta il secondo inghippo, nota Turco: «Il Papa, dominus assoluto dello Stato Città del Vaticano, promulga una legge contro il riciclaggio, che il dominus assoluto della Santa Sede, il Papa, recepisce». Non solo. «Limitatamente alle ipotesi delittuose» di cui alla legge 127, il Pontefice ha delegato «i competenti organi giudiziari del Vaticano a esercitare la giurisdizione penale nei confronti dei dicasteri della Curia Romana e di tutti gli Organismi ed Enti dipendenti dalla Santa Sede». E chi è il titolare della giurisdizione penale? «Il Papa, “sovrano dello Stato della Città del Vaticano, ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario” (art.1)».

Ricapitolando, Benedetto XVI promulga la legge antiriciclaggio, nomina i membri dell’organo di controllo finanziario indipendente, nomina i membri di gestione e controllo delle istituzioni finanziarie, nomina i giudici e può bloccare in qualsivoglia momento un processo e avocarsi qualsiasi decisione. Pensando all’inchiesta che vede indagato il presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi che, secondo i magistrati romani, avrebbe omesso di comunicare gli estremi del soggetto che voleva originare il movimento finanziario, cosa cambia? «È paradossale – spiega Turco -. Se ci fosse stata la nuova legislazione vaticana, non ci sarebbero stati i controlli previsti per le transazioni provenienti da Paesi che non hanno norme antiriciclaggio e la transazione sarebbe passata come una comune transazione tra due conti della stessa banca di un Paese con una legislazione antiriciclaggio». Il risultato di questo marchingegno normativo con cui si «cambia tutto per poter far meglio quello che non si poteva più», è che «il Vaticano sarà l’unico paese ostentatamente totalitario a entrare nelle “white list” della finanza mondiale». La legge entrerà in vigore il primo aprile. Anche la data induce a pensare.

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La proposta di legge

«Una commissione per fare luce»

Una proposta di legge per l’“Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti della qualificazione dell’Istituto per le opere di religione (Ior) quale ente centrale della Chiesa cattolica”. È stata presentata il 25 novembre 2010 dai deputati Radicali, Maurizio Turco, Marco Beltrandi, Rita Bernardini, Maria Antonietta Farina Coscioni, Matteo Mecacci ed Elisabetta Zamparutti, sulla base delle prove documentali contenute nel libro di Gianluigi Nuzzi, Vaticano spa (edito da Chiarelettere, vedi left N. 24/2009). Conti correnti cifrati, bonifici, bilanci di società fittizie, verbali, note contabili, lettere. Carte che portano il timbro dell’impenetrabile (almeno per la magistratura italiana) Istituto, e le firme delle più alte gerarchie vaticane e di persone che non dovrebbero avere nessun conto corrente presso questa banca, vale a dire uomini politici, imprenditori, faccendieri di nazionalità italiana. Una prova evidente che lo Ior non si limita (meglio sarebbe dire, non si è mai limitato) alla «custodia e all’amministrazione dei beni mobili e immobili» all’istituto medesimo «trasferiti o affidati da persone fisiche o giuridiche e destinati a opere di religione e carità» come recita l’articolo 2 del suo Statuto. E che aveva spinto nei mesi scorsi i deputati radicali a presentare cinque interrogazioni parlamentari al governo per chiedere un chiarimento sul ruolo di questo istituto in base ai rapporti con lo Stato Vaticano regolati dal Trattato del 1929. «Queste interrogazioni non hanno mai avuto risposta – racconta Turco a left – pertanto abbiamo chiesto alla nostra collega la parlamentare europea liberale olandese Sophie in ‘t Veld, di rivolgerle anche alla Commissione europea». Dove non è mai arrivata la magistratura italiana (mai nessuna rogatoria in cui si chiedevano informazioni su conti intestati a cittadini italiani è stata accolta) e dove i Radicali vorrebbero che arrivasse il parlamento con la Commissione d’inchiesta, forse può arrivare Bruxelles. «Se non ora, che è entrata in vigore la “Convenzione monetaria tra l’Unione europea e lo Stato della Città del Vaticano”, quando?» si chiede Turco e conclude: «È arrivato momento di verificare se per lo Ior è ancora valida la definizione di ente centrale della Chiesa cattolica».

left 3/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
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