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Società

L’arma in più

Giro di vite, almeno sulla carta, sui criminali che abusano dei bambini. In vigore a febbraio la legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote

Federico Tulli

Zitti zitti, senza far rumore. Un significativo passo avanti nella difesa dei bambini dalla violenza e dagli abusi dei pedofili è stato compiuto questa settimana alla Camera dei deputati, nel più assordante dei silenzi. Non un’agenzia stampa, non un quotidiano ha ritenuto infatti degna di nota l’approvazione del disegno di legge per la ratifica della “Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale”. Siglata a Lanzarote il 25 ottobre 2007 e ratificata dal governo italiano nel 2009, la Convenzione è entrata in vigore il primo luglio 2010 e tramite un’apposita norma doterà le istituzioni preposte dei più moderni strumenti, tecnici e di legge, indispensabili per la prevenzione e la repressione di questi crimini. «Raddoppio dei termini di prescrizione entro cui è possibile denunciare l’abuso (la vittima avrà a disposizione venti anni di tempo per chiedere giustizia, e non più dieci), introduzione del reato di apologia della pedofilia, inasprimento delle pene sono alcuni dei passaggi chiave della nuova legge», racconta a left Matteo Mecacci, deputato Radicale eletto nelle liste del Pd. Nel ddl di cui Mecacci è relatore, rientra anche la banca dati dell’Osservatorio per il contrasto delle pedo-pornografia istituita a fine 2007 presso il ministero per le Pari opportunità. L’Osservatorio opera, «con il compito di acquisire e monitorare i dati e le informazioni relativi alle attività, svolte da tutte le pubbliche amministrazioni, per la prevenzione e la repressione del fenomeno dell’abuso e dello sfruttamento sessuale dei minori». Ma il suo “cervello elettronico” non ha mai funzionato nonostante l’accantonamento di almeno sei milioni di euro nelle Finanziarie dal 2007, come denunciava a fine 2009 il Gruppo Crc nel “Secondo rapporto supplementare alle Nazioni unite sul monitoraggio della Convenzione Onu sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza”. «Il portale del database è già attivo ed entro gennaio 2011 il sistema diventerà operativo», ha assicurato lo scorso novembre a chi scrive il ministro Mara Carfagna in occasione del lancio della campagna di sensibilizzazione “Uno su cinque”, organizzato a Roma dal Consiglio d’Europa (Coe) per invitare i 37 Paesi che ancora non hanno ratificato la Convenzione di Lanzarote a farlo in tempi brevi.

Fu però poco sensibile in quei giorni Carlo Giovanardi. Il sottosegretario alla Presidenza del consiglio con delega alla Famiglia, tramite una nota, accusò il Coe di aver sciorinato con estrema leggerezza i dati su cui si basa la campagna anti pedofilia. «Sono davvero curioso di sapere – scriveva – su quali basi il Coe ha stabilito che circa 33 milioni di minori europei (uno su cinque) sono vittime di sfruttamento e abuso sessuale». Secondo Giovanardi, «l’enormità di tale cifra invece che rafforzare la lotta contro i pedofili rischia di indebolirla, creando un polverone di sospetti che possono travolgere chiunque». Non è dato di sapere quale sia il numero di vittime di questo crimine ritenuto congruo dal sottosegretario, fatto sta che al momento per avere una stima di quanto la pedofilia sia radicata in Italia e per conoscere l’identikit del pedofilo “tipo” esistono solamente le denunce raccolte da polizia e carabinieri (secondo gli esperti corrispondono al 10 per cento delle violenze compiute), i rapporti di organizzazioni private (Telefono azzurro e Telefono arcobaleno per citarne alcune) e delle associazioni internazionali che si occupano della tutela dei diritti dei bambini. Un quadro complessivo dell’agghiaccante fenomeno sarà quindi realizzabile solo quando tutti questi organismi verranno collegati in Rete e i loro dati saranno a disposizione di chi si trova in prima linea a combattere i pedofili. Secondo Mecacci, l’ipotesi avanzata dal ministro Carfagna è realistica. Il ddl licenziato dalla Camera tornerà al Senato entro un paio di settimane per essere approvato in pochi giorni, e la legge con tutte le sue innovazioni potrebbe essere in vigore già ai primi di febbraio.

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Il caso

Belgio, le suore dell’orrore

 

L’ultima in ordine di tempo è la vicenda di un uomo, oggi 63enne, che da quando aveva dieci anni è stato ripetutamente violentato da due suore nell’orfanotrofio che lo ospitò dopo la morte del padre. Da alcuni mesi la Procura federale del Belgio riceve quasi quotidianamente denunce di abusi subiti in età scolastica di cui sono responsabili rappresentanti del clero cattolico. A dare fiducia alle vittime, spingendole a raccontare dopo anni il proprio lacerante vissuto, è stata la decisa presa di posizione del governo di Bruxelles che, suscitando le ire del Vaticano, nel corso dell’estate del 2010 ha attuato una strategia di ricerca della verità su questo genere di crimini, senza precedenti nel Paese. Dapprima sequestrando 475 dossier dagli archivi della Commissione Andriaessens che da dieci anni aveva il ruolo di interlocutore privilegiato delle presunte vittime di abusi, ricevendo le denunce e fornendo loro assistenza psicologica, medica e legale. Per gli inquirenti, la commissione girava i dati in proprio possesso alle gerarchie ecclesiastiche nonostante l’esplicita richiesta delle vittime di non farlo. e poi, in autunno, istituendo una commissione speciale parlamentare dotata di ampi poteri investigativi. Detto che nel 2011 in Belgio questo è il secondo caso di presunti abusi compiuti da religiose, la storia del magistrati negli ultimi tre mesi (in tutto circa 600, più i dossier della Andriaessens). le violenze, riferiscono i media, si sarebbero verificate negli anni cinquanta in un orfanotrofio della provincia del Limburgo, gestito da suore cattoliche. La vittima è stata ospitata dalla struttura dai 5 ai 12 anni. Gli abusi si sarebbero ripetuti soprattutto durante la notte. «Dormivo in una camera con altri quaranta compagni e c’erano due camerette dove dormivano due suore che abusavano di noi», ha racco ha raccontato l’uomo ai magistrati che hanno considerato attendibili le sue dichiarazioni. «Le suore ci chiedevano di mettere le mani sotto le coperte e di toccarle dalle gambe fino ai seni», ha aggiunto, dicendo che le religiose, a loro volta, palpeggiavano i ragazzi quando si recavano nudi a fare la doccia. A sedici anni, la vittima aveva già raccontato tutto alla madre, che si era recata alla polizia, ma senza alcun risultato. Oggi, dalla procura federale, ha ricevuto una risposta diversa.

left 2/2011

 

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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