//
you're reading...
Chiesa e pedofilia

La Chiesa cattolica belga “assolve” i pedofili

Nuove inquietanti rivelazioni emergono dal lavoro della commissione parlamentare d’inchiesta . Su 134 preti responsabili di abusi solo 43 sono stati sospesi dalla Conferenza episcopale del Belgio

Federico Tulli

Violentare un bambino e continuare a esercitare il sacerdozio con l’approvazione dei propri superiori. Lasciano senza fiato le nuove rivelazioni sullo scandalo pedofilo che ha travolto la Chiesa cattolica del Belgio filtrate attraverso le maglie della commissione speciale d’inchiesta istituita dal Parlamento di Bruxelles. La Conferenza episcopale del Belgio ha identificato ufficialmente 134 preti pedofili, ma di questi solo 21 sono stati in seguito condannati e incarcerati. Il dato è stato pubblicato sul quotidiano Le Soir, che potuto visionare il rapporto consegnato dalla stessa Conferenza dei vescovi alla commissione. Dei 134 preti pedofili identificati, rei di aver commesso abusi su minori a partire dagli anni ’60, 90 sono ancora in vita e oltre a quelli finiti in carcere solo 22 sono stati sospesi definitivamente dalle loro funzioni. Le Soir precisa quindi che il dossier non tiene conto di una cinquantina di denunce presentate da aprile in poi, dopo le dimissioni del vescovo di Bruges, Roger Vangheluwe, accusato di aver abusato del nipote. Sempre ieri, in un’intervista all’emittente televisiva Vtm, l’arcivescovo Andre’-Joseph Leonard, primate del Belgio, è tornato a parlare della questione risarcimenti alle vittime. «Non è escluso che la Chiesa belga possa essere volontariamente solidale con queste persone», ha detto l’arcivescovo, sottolineando che «potrebbe trattarsi di compensazioni finanziarie». Una presa di posizione decisamente più diplomatica rispetto a quella che il 22 dicembre scorso ha suscitato l’indignazione di alcuni componenti della commissione parlamentare.

Durante l’audizione Leonard aveva equiparato chi è stato violentato da un religioso alle vittime di catastrofi naturali: «La Chiesa cattolica potrebbe, liberamente, partecipare con altre parti della società, a costituire un fondo di solidarietà, non perché sia tenuta giuridicamente a farlo, ma perché c’è un dovere di solidarietà con tutte le vittime, di inondazioni, di epidemie, ma anche di abusi sessuali». Poi, come se nulla fosse (ovvero, come se la pedofilia fosse un fatto “naturale”), l’arcivescovo ha auspicato che la decisione sugli indennizzi sia «realistica e giusta» e improntata a un «autentico senso di solidarietà» rispetto alle vittime e alle responsabilità effettive. Atteggiamenti come questo testimoniano il ritardo “culturale” delle gerarchie ecclesiastiche di fronte a un crimine di tale portata. Non è un caso quindi che in Belgio, Paese in maggioranza cattolico, sia in crescita vertiginosa il numero degli sbattezzi. È quanto emerge da un’inchiesta pubblicata dall’agenzia internazionale Afp che ha raccolto i dati delle associazioni degli atei belgi. «Nel 2010, abbiamo lavorato su 1700 casi, in confronto ai 380 del 2009 e i soli 66 nel 2008» hanno dichiarato all’Afp. Il picco di “abbandoni” si è avuto in concomitanza con l’insediamento della commissione parlamentare. In particolare a colpire l’opinione pubblica di questo Paese che conta 10 milioni di abitanti, è stato un dossier che contiene le testimonianze di circa 500 casi di violenze contro bambini compiute in ambito clericale, incluse quelle di 13 vittime che in seguito si sono suicidate.

Terra, il primo quotidiano ecologista

Annunci

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

Aggiornamenti Twitter

Errore: Twitter non ha risposto. Aspetta qualche minuto e aggiorna la pagina.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: