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Salute

Il Sud Sudan al voto, stremato dalle epidemie

Crisi umanitaria infinita nel grande Paese sub-sahariano. Medici senza frontiere “celebra” il quarantennale della propria attività fronteggiando la più grave emergenza degli ultimi otto anni

Federico Tulli

Alla vigilia del referendum sulla secessione tra Sud e Nord, in Sudan non si muore solo di guerra civile. C’è la malnutrizione, ci sono le epidemie. Il 40esimo anno di vita di Medici senza frontiere (fondata a Parigi nel 1971) si apre nel segno della lotta a una malattia praticamente sconosciuta nel resto del Pianeta, ma che a queste latitudini non ha mai cessato di mietere vittime. Si tratta della Kala azar e da oltre due mesi per gli operatori di Msf contenerne la peggiore epidemia degli ultimi otto anni è una sfida quotidiana. La gravità del contagio (pari a otto volte la media degli anni precedenti), spiega l’associazione in una nota, è solo uno dei sintomi dell’ampia crisi medico-umanitaria che sta affrontando la regione, con una profonda mancanza di accesso all’assistenza sanitaria, oltre alla malnutrizione cronica, alle frequenti insorgenze di malattie prevenibili e all’insicurezza che allontana le comunità e consuma vite umane.

Il Kala azar, o leishmaniosi viscerale, si contrae attraverso la puntura di un insetto, vettore del parassita, ed è endemica nel Sud Sudan. I sintomi comprendono l’ingrossamento della milza, febbre, debolezza e debilitazione fisica. Prospera nelle zone povere, remote e instabili con un limitato accesso alle cure mediche. Se non curato, è fatale in quasi il 100 per cento dei casi, in un periodo di tempo che va da uno a quattro mesi, ma se presa in tempo, la guarigione è assicurata per il 95 per cento dei pazienti. «Con il Kala azar, salvare le vite è una lotta contro il tempo» spiega Elin Jones, coordinatore medico di Msf in Sudan. «Tuttavia è una lotta spesso persa prima ancora che cominci, perché tre quarti della popolazione non ha accesso alle cure mediche di base e il debole sistema sanitario non riesce a far fronte a tali emergenze». A ciò si aggiunge il fatto che decine di migliaia di persone stanno rientrando in Sud Sudan dal Nord Sudan e dall’estero, per votare, e di conseguenza saranno esposti a malattie endemiche nel Sud come la malaria, il morbillo, la meningite e la tubercolosi. La loro presenza graverà ancora di più sulle già limitate risorse disponibili, inclusi cibo, acqua e forniture mediche. Quella del Sudan-Kala azar è una tipica situazione in cui si trovano a operare da 40 anni gli esperti di Msf: emergenza medica, politiche sanitarie inesistenti, concetto di salute pubblica sconosciuto. L’esperienza sul campo in termini di assistenza medico-umanitaria d’emergenza (Msf è presente in 60 Paesi) consente oggi a Msf di proporsi quale voce autorevole nel dibattito sull’interpretazione delle cause e le strategie per affrontare le peggiori crisi umanitarie, come dimostra l’ultimo annuario dell’associazione dal titolo Le innovazioni mediche nelle crisi umanitarie (Cooper). Una pubblicazione che documenta come il sapere medico derivato dalla «buona prassi» di Msf sia diventato negli anni patrimonio della comunità medico-scientifica internazionale. È tempo che anche le istituzioni ne facciano tesoro.

Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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