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Ricerca scientifica

Fondi perduti

La ricerca sulle cellule staminali è finanziata da tutti i cittadini europei ma i risultati vanno a beneficio solo di alcuni di Luca Marini*

Che la ricerca sulle cellule staminali embrionali risenta di orientamenti (e condizionamenti) politici emerge chiaramente dalla ricostruzione dell’intricata vicenda del finanziamento dei due più recenti Programmi-quadro (PQ) comunitari di ricerca scientifica e tecnologica: il VI PQ, relativo al periodo 2002- 2006, e il VII PQ, relativo al periodo 2007-2013. Va ricordato che si tratta di programmi di ricerca realizzati mediante risorse pubbliche, costituite non solo dai contributi finanziari degli Stati membri ma anche dai contributi versati direttamente e individualmente dai cittadini europei, ad esempio mediante l’imposizione indiretta. Ciò non è privo di importanza ai fini delle conclusioni del presente articolo. Approvato il 27 giugno 2002, il VI PQ escludeva il finanziamento delle ricerche finalizzate, tra l’altro, alla creazione (ma non anche all’utilizzo) di embrioni umani per scopi scientifici o per la produzione di cellule staminali. Poiché i governi di alcuni Paesi, tra cui quello italiano di centrodestra, ritenevano insufficiente tale previsione, si era reso necessario approvare anche una moratoria volta a escludere dal finanziamento comunitario, fino al 31 dicembre 2003, le ricerche che utilizzassero embrioni umani e cellule staminali embrionali (con l’eccezione delle ricerche che facessero uso di embrioni e cellule «banked or isolated» alla data di approvazione dello stesso VI PQ, e cioè al 27 giugno 2002). Entro la scadenza del 31 dicembre 2003, come previsto dalla moratoria, la Commissione promosse diverse forme di confronto pubblico sul tema e infine presentò una proposta di decisione che introduceva condizioni per il finanziamento delle ricerche condotte su embrioni “soprannumerari” prodotti prima del 27 giugno 2002. La proposta non è stata approvata dal Consiglio dei ministri e, conseguentemente, alla scadenza della moratoria, le istituzioni comunitarie non sono state in grado di stabilire né l’accordo politico né le norme necessarie per disciplinare l’erogazione dei finanziamenti disponibili (che, va detto, sono stati parzialmente gestiti dalla sola Commissione). L’impasse è stata superata nel corso dei negoziati che hanno condotto, nel 2007, all’approvazione del VII PQ, quando il nuovo governo italiano di centrosinistra ha ritirato il sostegno alla cosiddetta minoranza di blocco che avrebbe ancora una volta impedito, in seno al Consiglio dei ministri comunitario, l’approvazione del finanziamento delle ricerche che utilizzano anche embrioni soprannumerari. Non è possibile in questa sede esaminare alcuni aspetti controversi di questa vicenda, che ha dischiuso problematiche nuove anche per l’ordinamento nazionale (in quegli anni, in realtà, ben più sensibile all’esito del dibattito tra laici e cattolici sulla fecondazione artificiale). Faccio riferimento al confronto, prevalentemente dogmatico, sulle fonti cellulari più efficaci a fini scientifico-terapeutici (staminali embrionali? adulte? cordonali?); alla crio-conservazione di cellule e tessuti umani e al ruolo delle biobanche (materia disciplinata da una direttiva comunitaria recepita parzialmente nell’ordinamento italiano); ai movimenti transfrontalieri di linee cellulari (che andrebbero valutati anche alla luce del misconosciuto Protocollo di Cartagena sulla biosicurezza); e, soprattutto, all’estensione delle applicazioni industriali e commerciali delle biotecnologie umane e del mercato biotech promossa dalla Comunità europea (e avallata, in modo singolarmente convergente, da governi di diverso colore politico). In questa sede è possibile soltanto domandarsi: se l’Europa destina fondi a determinate ricerche, perché in Italia quelle ricerche non sono finanziate? O meglio: se, come cittadino italiano, pago l’imposta sui consumi, e quindi contribuisco personalmente al finanziamento delle ricerche sulle cellule staminali condotte in altri Paesi europei, perché non posso aspettarmi che le future applicazioni terapeutiche di tali ricerche siano sviluppate anche in Italia e da ricercatori italiani? Si resta in attesa di cortese riscontro (anche della Corte di giustizia dell’Unione europea).

*professore di Diritto internazionale alla Sapienza di Roma, già referee della Commissione europea, direttore del Centro studi biogiuridici Ecsel (European centre for science, ethics and law)

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«Ignoranza di governo»

Intervista a Ignazio Marino, senatore del Pd, medico chirurgo e presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio sanitario nazionale

Nel 2009, senza alcun motivo, il ministro della Salute ha escluso a priori dal bando di assegnazione dei fondi alla ricerca con le staminali tutti i progetti che si occupavano di cellule embrionali. Come giudica il livello di cultura scientifica dei politici italiani?
In questo momento la politica non si occupa di contenuti scientifici ma solo di porre divieti. E persone straordinarie che possono competere scientificamente in
tutto il mondo come Elena Cattaneo e i colleghi che lavorano nel suo laboratorio, sono costrette a impegnare le loro energie per poter avere dei finanziamenti.
Questo è evidentemente un problema che limita fortemente la competitività scientifica nel nostro Paese. Detto ciò, se venisse la fine del mondo io vorrei trovarmi nel Parlamento italiano.
Perché?
Perché qui tutto accade con due anni di ritardo. Nel 2009, coraggiosamente, il presidente Usa Barack Obama ha firmato un atto con il quale ha deciso di investire
denaro pubblico nella ricerca sulle cellule staminali embrionali. Io mi chiedo cosa accadrà in Italia se ad esempio dovesse funzionare la ricerca avviata a settembre scorso Oltreoceano, mediante l’infusione di cellule staminali in giovani che da pochissimo tempo hanno subito gravissimi traumi alla colonna vertebrale. Assisteremo a una nuova forma di “turismo terapeutico”, costoso e rischioso, oppure si aprirebbe un dibattito per fare in modo di beneficiare di quei risultati?
In realtà se ne dovrebbe discutere già ora poiché nelle cliniche dell’infertilità italiane ci sono tanti embrioni abbandonati che non verranno mai usati per una
terapia di fecondazione assistita e che potrebbero essere donati alla scienza.
Un argomento tabù per i sedicenti difensori della “vita”.
Il governo e la maggioranza dicono di voler andare nella direzione della vita, del sostegno alle persone che si trovano con gravi disabilità ma poi nella Finanziaria del 2011 per le cure palliative viene stanziata la “straordinaria” somma di un milione di euro. Per lo stesso progetto la Germania ne ha messi a bilancio 250. Con una proporzione 1/250 c’è qualcosa che non torna. O siamo scemi noi o sono scemi loro. In questo modo il “partito dell’amore” potrà offrire cure palliative allo 0,05 per cento delle persone che nel nostro Paese si trovano in una fase terminale legata a una grave malattia. Federico Tulli

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Il commento

Scienza e diritti di fronte alla procreazione

di Amedeo Santosuosso*

Il 25 luglio 1978 nasce a Cambridge, in Inghilterra, Louise Brown: il primo essere umano nato dalla fecondazione di ovociti umani in vitro. La fecondazione fuori dal corpo della donna apre inedite possibilità sia sul piano della riproduzione umana (tanto da portare al riconoscimento del premio Nobel 2010 per la Medicina a Robert Edwards, che per primo l’ha praticata con successo) sia sul piano della ricerca scientifica. Il 10 febbraio 2004 il Parlamento italiano approva la legge 40, che è intitolata “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”. La legge per una parte (la prima) realmente regola la procreazione medicalmente assistita (Pma) ma nella seconda parte contiene una compiuta, oltremodo restrittiva, disciplina dell’attività di ricerca scientifica in campo biologico. Insomma, la legge 40 è, a pieno titolo, una legge che regola la ricerca scientifica in uno dei settori più delicati e promettenti, quello della biologia. Negli anni successivi al 2004, complice anche un referendum (boicottato espressamente dai sostenitori della legge che hanno invitato gli elettori a non votare, piuttosto che votare contro) che pure aveva visto una maggioranza di contrari alla legge, vi è stata una prima fase in cui i giudici ordinari e la Corte costituzionale hanno come sospeso l’ordinario lavorio interpretativo alla luce dei principi costituzionali italiani e delle Carte sovranazionali. Solo di recente, l’opera d’interpretazione dei giudici ordinari e della Corte costituzionale ha cominciato a ristabilite alcuni diritti fondamentali, che la legge aveva travolto. Altri interventi sono attesi in materia di fecondazione con gamete di donatore, e potranno consentire all’Italia di rientrare in un quadro normativo nelle grandi linee comune agli altri Paesi a noi omogenei. Rimane però del tutto inesplorato il campo dei gravi limiti posti all’attività di ricerca scientifica. Di ciò sarà necessario occuparsi con la massima attenzione.

*presidente European center for law, science and new technologies, Università di Pavia. Abstract dell’intervento al convegno “Fecondazione assistita e ricerca: quel che resta della legge 40”, organizzato il 17 dicembre 2010 a Roma dall’associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica

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Incubo italiano

Nel nostro Paese la relazione tra società civile, ricerca e governo è sempre più controversa. La denuncia di Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini

Sebbene i cittadini italiani non siano affatto ostili alla scienza (lo dimostrano i successi di pubblico dei festival scientifici che animano la Penisola, da Genova a Bergamo, da Roma a Torino, e anche i dati dell’ultimo Report di Eurobarometer), da 20 anni in Italia il mondo della ricerca soffre di una forma molto grave di ingerenza politica. La situazione è oramai talmente critica che due illustri scienziati come Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini mettendo per un attimo tra parentesi la loro attività quotidiana – Cattaneo dirige il Centro ricerche sulle cellule staminali all’Università di Milano, e Corbellini, studioso di bioetica ed epistemologia, è storico della Medicina alla Sapienza di Roma – hanno preso carta e penna per lanciare l’allarme sulla rivista Embo Reports. «Riteniamo», scrivono nel saggio dal titolo La scienza condizionata dalla politica. Un incubo italiano, che questo stato delle cose «meriti attenzione internazionale, se non altro per servire da avvertimento per altri Paesi». I virus di contaminazione della ricerca, avvertono, sono i più disparati e si muovono lucidamente in tutti gli ambiti che possono condizionarla. «Politici, intellettuali influenti e lobbisti che per motivi diversi si oppongono alla ricerca e all’innovazione hanno adottato una strategia che tende a manipolare e censurare i fatti. Invece di confrontarsi direttamente con le prove scientifiche, preferiscono mantenere un alto livello di controllo politico sulla ricerca. Ne deriva che la validità della prova scientifica è diventata opzionale e il suo utilizzo arbitrario nei dibattiti pubblici e politici». Questa “epidemia della politica”, così la definiscono Cattaneo e Corbellini, «è diventata la regola con Silvio Berlusconi nel 1994, sebbene non sia appropriato dire che l’attuale presidente del Consiglio è il principale colpevole». Sono diversi gli esempi che «illustrano la debolezza della comunità scientifica italiana e come i politici siano riluttanti a capire e a rispettare il peso delle ricerche e delle prove scientifiche». Tra questi c’è lo scempio determinato dalla legge 40/2004, e c’è il caso Di Bella del 1997 «che espose la comunità medica italiana al disprezzo internazionale, sottolineando la mancanza di informazioni accurate e concrete nel dibattito pubblico». Numerosi poi sono gli esempi che evidenziano come l’influenza e l’ingerenza della politica stiano mettendo in pericolo la competitività della ricerca italiana nello scenario internazionale. Si va dal tentativo del 2003 dell’allora ministro Letizia Moratti di eliminare l’insegnamento dell’evoluzionismo dalla scuola elementare per fare spazio a quello antiscientifico di matrice cristiana del creazionismo, al fatto che in Italia «le cariche degli istituti pubblici di ricerca e i direttori sanitari degli ospedali dove si fa ricerca sono decisi dal governo (con pochissime eccezioni), e dove i soldi sono spesso erogati secondo il sistema topdown (sistema selettivo che implica una certa dipendenza dal vertice, ndr) per decreto governativo a specifici istituti, senza un bando pubblico, né con il peer review (procedura che si basa sul giudizio di scienziati di pari livello, ndr). E c’è poi l’azione giudiziaria di Elena Cattaneo che insieme con le colleghe Elisabetta Cerbai (farmacologa) e Sivia Garagna (biologa) ha presentato ricorso al Tar e poi al Consiglio di Stato contro la decisione dell’allora ministro della Salute Sacconi, nel 2009, di escludere dal bando di finanziamento per gli studi sulle cellule staminali tutti i progetti che si occupano di embrionali (vedi left N. 44/2009). Per deviare da questa umiliante china gli scienziati devono fare la loro parte, ammoniscono in conclusione Cattaneo e Corbellini, pretendendo, ripristinando e mantenendo solidi principi di trasparenza e competitività in merito alla destinazione dei fondi pubblici. «Questo significa che alcuni ricercatori (quelli che godono dei benefici effimeri guadagnati con la deferenza verso i politici e sfruttando il conflitto d’interessi) dovrebbero essere additati come esempi negativi alla comunità scientifica, in quanto il loro comportamento danneggia non solo la scienza ma anche la pratica scientifica quale modello di etica pubblica. Noi ci auguriamo che esperti internazionali nelle scienze sociologiche e scientifiche si rendano conto che in Italia la censura della scienza, la manipolazione della verità e la mancanza di peer review per una giusta valutazione meritano la loro attenzione e intervengano nell’interesse della scienza italiana. Potrebbero chiarire un interessante paradosso: tali comportamenti sono spesso giustificati nel nome di supposti principi democratici». E democratici non sono, come dimostrano, ad esempio, le sonore bocciature della legge 40 operate dalla Corte costituzionale.

 

Federico Tulli * left 01/2011

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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