//
you're reading...
Cultura

Il cuore profumato dell’Arabia Felix batte ancora

Nel volume firmato dal giornalista e fotografo Aldo Pavan, le immagini e la storia della mitica via dell’incenso che attraversa i deserti e le montagne della penisola araba

Federico Tulli

È un’antica rotta attraverso deserti e montagne, tracciata per il commercio di una resina speciale e di gran valore: l’incenso. Con tanto di pedaggi e dazi. E disavventure quasi sempre garantite da predoni e briganti, oltre che dalle temute tempeste di sabbia, dalla mancanza di acqua e dalle difficoltà di orientamento. Una via così importante e battuta da fare, per molti secoli, del sud dell’Arabia un regno florido e ricco, appunto un paese felice, l’Arabia Felix. Oggi la via dell’incenso è il miraggio dei migranti che partono dal Corno d’Africa per raggiungere la penisola arabica alla ricerca di un lavoro, possibilmente a Dubai o Abu Dhabi. Ogni anno decine di migliaia di disperati, in fuga soprattutto dai conflitti e dalla siccità della regione, cercano di raggiungere su mezzi di fortuna via mare lo Yemen, cuore geografico di questa arteria. E molti di loro muoiono nella traversata, come è accaduto questa settimana lungo le coste della provincia di Taez. Solo tra gennaio e ottobre del 2010, secondo quanto ha riferito di recente l’alto commissariato delle Nazioni Unite per i profughi, circa 43mila persone (13 mila somali e quasi 30 mila etiopi) hanno compiuto il pericoloso viaggio attraverso il Mar Rosso o il Golfo di Aden a bordo di vecchie carrette. Non si esclude che molti di loro, una volta toccata terra, abbiano scelto di percorrere l’antica rotta verso nord per tentare di arrivare sulle coste del Mediterraneo e di lì imbarcarsi verso l’Europa. Tra loro e la “nuova” vita migliaia di chilometri di pericoloso deserto.

Un tempo la via dell’incenso non era sinonimo di disperazione e morte. Legata a doppio filo al mito non è una semplice pista, una linea sulla carta geografica. Non ha solo caratteri topografici. È molto di più. È una delle arterie lungo le quali è passata la storia dell’uomo. Attraverso questo cammino sono venuti in contatto mondi lontanissimi e diversi. Si sono toccate Europa e India, oltre che Arabia e Africa. Sono transitate merci, ma anche scienza, cultura e leggenda. Il fascino di questo pezzo di mondo è magistralmente immortalato e descritto ne La via dell’incenso (De Agostini) dal giornalista e fotografo Aldo Pavan che con i suoi strumenti di lavoro ha seguito l’antica rotta partendo dall’Oman, passando per Yemen, Arabia Saudita, Giordania per arrivare al Mediterraneo. Eccoci allora proiettati a Shibam nello Yemen. Definita la “Manhattan del deserto” e protetta dall’Unesco questa stupefacente cittadina che spunta improvvisamente dalle sabbie dell’Hadramawt conta oltre 500 palazzi di 5-9 piani. I più antichi risalgono al XVI secolo, ma Shibam è abitata da oltre duemila anni lungo i quali ha rappresentato uno dei più importanti snodi commerciali della via “profumata” verso oriente. Oppure a Hegra in Arabia Saudita, dove si erge la maestosa tomba solitaria di Qasr Farid. «A fondare l’antica città sulla via dell’incenso – scrive l’autore – furono i nabatei, un popolo semitico di commercianti. Originariamente nomadi divennero in seguito sedentari e diedero vita a un regno con capitale Petra, la splendida città che si trova ora in Giordania. Nel I secolo a.C. Il regno dei nabatei controllava una vasta area, a est della Palestina, da damasco al Mar Rosso, e la loro civiltà era fortemente influenzata dall’ellenismo. Le rotte mercantili dei nabatei e la provenienza delle loro merci erano considerate segreto di Stato da serbare attentamente. Divennero ricchi proprio grazie al commercio dell’incenso». Questa resina non ha fatto la fortuna solo degli antichi popoli della regione. È preziosa ancora oggi al punto di essere considerata «l’anima dei commerci della regione di Dhofar» in Oman. «La città di Salalah ne è il baricentro», racconta Pavan. «Qui si producono settemila tonnellate l’anno» di quello che è considerato il miglior incenso esistente sul mercato. «In Oman tradizione e modernità si sposano sotto la guida di un sultano illuminato. Viaggiare in Oman significa sognare di vivere l’incanto da Mille e una Notte». Ultimo avamposto dell’Arabia Felix che fu.

Terra, il primo quotidiano ecologista

Annunci

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

Aggiornamenti Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: