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Ricerca scientifica

La fine dell’Uomo

Scompariremo per colpa nostra o quando il Sole esaurirà la “benzina”? I cultori della teoria evoluzionista s’interrogano sul futuro dell’umanità. Pievani: «Presto sarà possibile tracciare la storia delle peggiori malattie genetiche» di Federico Tulli

Se il 2009 è stato l’anno dell’omaggio a Charles Darwin, per i 200 anni dalla sua nascita e per i 150 anni dalla pubblicazione de L’origine delle specie, il 2010 è stato quello in cui parte della comunità scientifica si è confrontata sull’aggiornamento della teoria del padre dell’evoluzionismo, alla luce sia dei nuovi traguardi raggiunti dalle scienze biologiche sia della necessità per la specie umana di trovare un nuovo e migliore modo di stare al mondo. E il 2011? Il 2011 sarà l’anno in cui si inizierà a tirare le somme di questo confronto, che non ha impegnato solo gli esperti delle discipline naturali, ma anche economisti, filosofi, sociologi, geologi. Ne è convinto Telmo Pievani, filosofo della scienza alla Bicocca di Milano e direttore scientifico del Festival della Scienza di Roma (vedi box, ndr) al quale chiediamo di “fare le carte” alla teoria evoluzionista prendendo spunto dai contenuti di Ecosphera, la nuova opera scientifica Utet dedicata al rapporto uomo/ambiente analizzato anche nei suoi risvolti sociali, di cui Pievani è direttore insieme a Niles Eldredge, paleontologo all’American Museum di New York e fra i massimi esperti mondiali di evoluzione e biodiversità. «La domanda di fondo a cui vogliamo rispondere con Ecosphera – racconta Pievani – è sostanzialmente una: non sarà che la specie umana, nonostante tutti gli sforzi compiuti, sia diventata insostenibile per sé, per la biosfera e per la biodiversità? Per risolvere il quesito abbiamo dato spazio a un dibattito tra scienziati “hard” (della terra, biologi, genetisti) e “soft” (economisti, sociologi, urbanisti) da cui è emerso anzitutto che questo oramai è un tema interdisciplinare. Chi studia le “parti” fisiche del rapporto tra specie umana e l’ambiente non può cioè più evitare di interagire con gli esperti che s’interrogano sulle possibili vie d’uscita politiche dalla “crisi”».

L’interdipendenza tra le scienze e tra i rispettivi modelli di sviluppo apre una finestra sulle opportunità che una visione d’insieme comporta. Queste vanno dalla bioedilizia, allo sfruttamento delle risorse rinnovabili, alla riduzione dei consumi. «Concentrarsi solo sulla difesa della biodiversità, senza ragionare anche in chiave socio-politico-economica non ha più senso. Come non lo ha pensare che l’uomo possa pianificare di salvare sé stesso e il pianeta, se allo stesso tempo sforna a getto continuo politiche improntate a favorire il disequilibrio globale, l’ingiustizia sociale, la supremazia di una “cultura” sulle altre». La questione della perdita di “diversita’” rimanda direttamente a un aspetto che Pievani reputa molto darwiniano: «Mentre il darwinismo “duro e puro” concentrava tutta l’attenzione sul meccanismo selettivo (competizione, selezione naturale, carenza di risorse, con la conseguenza, per farla molto semplice, che gli animali escogitano adattamenti continui per cavarsela sempre meglio), oggi si è verificato che la diversità individuale è un motore potentissimo dell’evoluzione. Anche senza selezione naturale. Cioè è come se l’evoluzione fosse un produttore continuo di diversità. Una parte di questa poi entra nel gioco selettivo, ma solo una parte di quella molto più ampia di quella che viene plasmata dalla selezione naturale». Perché questa scoperta è coerente con il discorso iniziale? «Perché dove l’uomo riduce la diversità a tutti i livelli (culturale, ambientale) “brucia” il combustibile fondamentale del cambiamento. Ecco dunque che nel serbatoio dell’evoluzione un grande produttore di diversità è la migrazione umana. Ma ecco anche che ad esempio quando si interviene sugli ecosistemi con le biotecnologie, è innegabile che queste abbiano degli aspetti positivi, ma pure che comportino come effetto collaterale la riduzione della biodiversità». In determinati contesti, questo può essere un grave rischio perché vengono eliminate delle varianti di diversità intrinseca dell’evoluzione. «In questo caso occorre stare attenti a non cadere in atteggiamenti ideologici. Abbiamo lavorato molto con l’obiettivo di trovare un legame stretto tra la ricerca scientifica e tecnologica in ambito ambientale e la sensibilità sociale politica in chiave ambientalista. Il risultato è quello che ora viene definito “ambientalismo scientifico”. Cioè una militanza ecologista non antiscientifica, che dialoga con la scienza considerandola un alleato possibile. In Italia questo pensiero comincia a fare breccia ed Ecosphera sta lì a testimoniarlo».

Al racconto della storia della diversità umana sia in chiave biologica che culturale è dedicato un progetto che Pievani presenterà insieme al genetista Luca Cavalli Sforza a novembre 2011 al palazzo delle Esposizioni di Roma. Una storia che si sta per arricchire con nuove importanti informazioni. «I prossimi saranno anni in cui per la prima volta verranno pubblicati i dati relativi al sequenziamento completo di genomi provenienti da una grande quantità di organismi di specie diverse. Ma soprattutto, cosa mai accaduta, avremo la possibilità di confrontare molti genomi di esseri umani diversi tra di loro, e si potranno comparare i genomi individuali umani a scala “popolazionale”, cioè migliaia di Dna. Questo è un traguardo importantissimo in campo medico e anche sociale, perché sarà tracciata la storia di tutte le peggiori malattie genetiche». Infine un contributo notevole alla conoscenza della storia della diversità umana viene dalla conoscenza del genoma completo del Neanderthal. «Entro pochi mesi – racconta Pievani –  il sequenziamento, ricavato dai frammenti di ossa di tre individui ritrovate in una grotta in Croazia in buona conservazione, sarà reso pubblico. Avremo quindi il codice genetico completo di un’altra specie a noi strettamente imparentata e potrà partire un grande progetto di ricerca con l’obiettivo di capire quali siano le mutazioni che abbiamo avuto noi e che il Neanderthal non ha avuto».

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L’appuntamento

Guida pratica all’apocalisse

Analisi scientifiche, un pizzico di superstizione e una dose di salutare ironia. La sesta edizione del Festival delle Scienze dal titolo “La fine del mondo. Istruzioni per l’uso” (20-23 gennaio 2011, Auditorium Parco della Musica di Roma), propone lezioni magistrali, incontri, dibattiti, eventi per le scuole e mostre per esorcizzare le previsioni più pessimistiche sul futuro del nostro Pianeta, con i grandi nomi della ricerca scientifica italiana e internazionale. Ma anche per discutere con filosofi, storici e scrittori sul perché l’idea della catastrofe imminente sia un must che attraversa tutte le epoche. Ricordiamo infatti che il prossimo “appuntamento” da superare è il 21/12/2012 (che secondo i Maya è l’ultimo giorno del calendario e poi più niente). Dal fisico Brandon Carter, ai filosofi John Leslie e Remo Bodei, al fisico teorico del Cern, Gian Francesco Giudice, fino agli scrittori Ian McEwan e Stefano Benni, ognuno formulerà la propria ipotesi sul perché l’idea di “fine di mondo” (per dirla con il Dottor Stranamore di Kubrick) sia tanto affascinante e radicata in alcune culture. Ma se la “Fine” è certa, resta solo da capire: quando? Perché a spazzare via la specie umana potrebbe pensarci il Sole – che esaurirà il combustibile tra cinque miliardi di anni – o un qualche anonimo asteroide. Ma non si deve sottovalutare la capacità dell’uomo di distruggersi con le sue mani: riscaldamento climatico o guerra nucleare?

left 50-51/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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