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Società

Un Paese in ostaggio

La società è sempre più laica ma la Chiesa accumula privilegi. È il “santo paradosso” che emerge dal VI rapporto sulla secolarizzazione stilato da Critica liberale con la Cgil di Federico Tulli

L’Italia è affetta da un «santo paradosso», denuncia Maria Gigliola Toniollo presentando il sesto Rapporto sulla secolarizzazione della società italiana realizzato, come ogni anno, dalla Cgil Nuovi diritti con Critica liberale: mentre la società, di anno in anno, si va sempre più liberando dal giogo della Chiesa cattolica e della sua dottrina, per contro le gerarchie vaticane serrano i ranghi, lanciando nuove crociate per la “reconquista”. Ma anche accumulando inopinatamente privilegi. Così i lavori di evangelizzazione della Conferenza episcopale, sempre più presente nei media radiotelevisivi e nell’editoria, e della Congregazione per la propaganda Fide, che stando alle ultime inchieste sembrerebbe far proseliti anche tra uomini politici e imprenditori italiani, vanno a braccetto con quanto il Vaticano sta svolgendo a tutti i livelli per impedire ogni modernizzazione che contribuisca a rendere definitivo il processo di separazione fra Stato e Chiesa. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: attacchi continui alla legge sull’aborto e ai consultori (non ultima la proposta di legge Tarzia nel Lazio), divieto di fecondazione eterologa, agende di governo sulla bioetica che sacralizzano la difesa della “Vita” facendo tabula rasa di decenni di conquiste scientifiche. E ancora, proposte di legge sul biotestamento che negano ogni possibilità di autodeterminazione dell’individuo, e da ultimo la grottesca istituzione della giornata nazionale degli stati vegetativi imposta dalla sottosegretaria Eugenia Roccella in concomitanza con l’anniversario della fine di Eluana Englaro.

Ecco pertanto che, mentre sempre meno italiani battezzano i figli (nel 2008, ha ricevuto il battesimo nel primo anno di vita il 71,5 per cento dei nati vivi; 18 punti percentuali in meno dal 1991), mentre aumentano costantemente le sentenze di divorzio per i matrimoni concordatari (circa 58mila nel 2008), mentre crescono le coppie di fatto, i figli naturali (sono oramai il 22 per cento del totale; erano il 7 per cento nel 1991) e il ricorso a misure anticoncezionali (ad esempio la pillola è usata dal 16 per cento delle donne; 6 punti in più rispetto al 1991), l’Italia è ingessata da una serie di norme antiscientifiche, medievali, da Stato teocratico, annota Toniollo evocando un paragone diretto con l’Iran di Ahmadinejad e degli Ayatollah. E la società si ritrova stretta nella morsa dell’élite vaticana e dei suoi sodali che, sfruttando privilegi giuridici ed economici, tentano di porre un freno a questi mutamenti aumentando la presenza capillare sul territorio dei cosiddetti centri di difesa della vita e della famiglia (da 487 nel 1991 a 2.210 nel 2008) e, in misura minore, dei consultori familiari (da 467 a 540). Rimangono da considerare, tra gli altri, due fondamentali indicatori dello stato di crisi del senso di appartenenza religiosa, decisivi per l’aumento dell’indice di secolarizzazione da 1,46 del 2007 a 1,56 del 2008 (indice che era pari a 0,1 nel 2000). Si tratta dei dati relativi alla frequenza dell’ora di religione e al finanziamento dello Stato, con l’otto per mille del gettito fiscale alla Chiesa. Scrive Silvia Sansonetti nel Rapporto: «Le gerarchie hanno per lungo tempo mostrato una minor invadenza nel promuovere la partecipazione all’ora di religione o nel chiedere la firma dell’otto per mille. Questa strategia non sembra abbia condotto a risultati utili per quanto riguarda la partecipazione all’ora di religione: dopo essersi mantenuta costantemente intorno al 93 per cento fino al 2003, negli ultimi tre anni è diminuita, anche se in misure limitata, raggiungendo nel 2007 il 91 per cento». Per quanto riguarda l’otto per mille devoluto alla Chiesa cattolica, introdotto con il Concordato craxiano del 1984, sulla base di un’“idea” dell’attuale ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, «dal 2003 al 2006 è diminuito da un miliardo e 16 milioni a 930 milioni di euro». Lo stesso trend negativo ha colpito le firme sul Modello unico per le imposte sui redditi a favore della Chiesa: scese dall’89,82 per cento del 2005 all’85,01 del totale nel 2007.

Una controffensiva religiosa che appare tanto più anacronistica se si considera, come ci ricorda giustamente Toniollo, che nel mondo ormai vive oltre un miliardo di non credenti mentre (secondo l’analisi di Phil Zuckerman in Ateismo e secolarizzazione) il numero degli atei aumenta al ritmo di 8 milioni e mezzo all’anno. La società italiana non avrà ancora perfettamente realizzato questi ritmi di liberazione da quella che Marx definiva “alienazione religiosa” ma l’analisi incrociata dei dati Istat, della Conferenza episcopale italiana, del ministero dell’Università e ricerca, di quello della Salute e dell’annuario statistico della Chiesa cattolica che il Rapporto di Critica liberale realizza lungo l’arco di tempo che va dal 1991 al 2008, mette in chiaro che anche da noi sono sempre di meno gli italiani che obbediscono ai diktat della Chiesa. Pochi di questi, purtroppo, appartengono alla classe politica del Paese.

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il commento

Mezzi di disinformazione di massa

di Maurizio Turco*

Il rapporto annuale sulla laicità deve necessariamente essere letto assieme alla ricerca sulla presenza televisiva delle gerarchie vaticane e più generalmente di esponenti della Chiesa cattolica. Che vi sia un “avanzamento” della secolarizzazione della società è un dato di fatto e lo studio lo dimostra sulla base di una numerosa serie di parametri. Questa progressione è indice di un fatto chiarissimo: il divorzio profondo che c’è tra i richiami clericali all’etica che vorrebbero condizionare la vita di tutti i cittadini (e non solo dei cattolici) e la vita quotidiana reale dei cittadini (compresi i cattolici). Tutto questo avviene senza pubbliche manifestazioni, senza rivendicazioni. Il che accade perché, molto semplicemente, chi dovrebbe recepire quei richiami riscontra quotidianamente che quelli non sono principi etici ma elementari diritti civili. Tutto questo va intrecciato con lo studio con il quale si dà conto dell’occupazione clericale degli spazi televisivi, pubblici e privati. e, se si avessero i mezzi per condurre uno studio, risulterebbe che la peste clericale (che sarebbe corretto definire per quel che è: clerico fascista) occupa anche gli spazi sui mezzi di informazione radiofonici e a stampa. In passato l’associazione anticlericale.net fece uno studio sulle fiction in programmazione sui canali televisivi pubblici. Naturalmente erano quasi tutte su personaggi e/o storie di impronta cattolica. Questo per dire che vi è un problema di quantità ma anche di “qualità”, nel senso che è certamente più penetrante la serie di don Matteo che non «a sua immagine». Penetrante ma, di tutta evidenza, apparentemente non efficace, come dimostra la ricerca sulla secolarizzazione.

Credo infatti che tutto questo agitarsi, questo occupare spazi di informazione per trasformarli in occasione di comunicazione perpetua non sia finalizzato alla “cattolicizzazione” del popolo. Non hanno la necessità di avere tanti buoni cittadini cattolici, che liberamente vivano la propria religione. È sufficiente avere una legislazione che obblighi tutti a vivere cattolicamente. Tant’è vero che al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è, per esempio, consentito non solo prendere la comunione anche se divorziato ma anche bestemmiare. L’obiettivo è dunque quello di condizionare la classe dirigente e far credere a tutti i cittadini che questo è un paese cattolico, a prescindere da cosa voglia dire oggi l’essere cattolico, visto che le gerarchie vaticane riconoscono e si fidano proprio di chi nella classe dirigente di questo paese nella propria vita privata testimoniano ben altro. Le ricerche sulla secolarizzazione e sull’invadenza clericale negli spazi informativi sono preziose proprio perché dimostrano in modo accecante che mentre c’è un paese che nonostante tutto è immune dalla presunzione vaticana, la sua classe dirigente ne è succube. Non starò qui a ricordare che tutte le più brutte pagine di questo paese, a cominciare dall’articolo 7 della Costituzione, sono state scritte sempre da tutte le mani disposizione tranne rarissime individuali eccezioni e, ogni qualvolta ha avuto suoi deputati, il Partito radicale di Marco Pannella.. Con questo dovremo fare i conti. se dalla ricerca si può trarre una conclusione è che dobbiamo guardarci non già dai cittadini, di cui la maggioranza ha una religiosità di stampo cristiano, ma soprattutto da quel pezzo di classe dirigente che, di certo, la sapienza popolare, non definirebbe cattolica. Oggi come ieri sono loro i principali avversari della libertà di scelta, così come le gerarchie vaticane avversano la libertà religiosa. libertà di scelta e di religione che invece i cittadini sanno ben governare.

* deputato Radicale e presidente di anticlericale.net

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il caso

Editoria e santi in paradiso

Erano 48 nel 2001, hanno toccato quota 70 a metà decennio, oggi sfiorano il centinaio. Sono le case editrici di area cattolica in Italia, sorta di fidati pretoriani con un ruolo cruciale nell’ambito del Progetto culturale avviato per il Giubileo dal cardinale Camillo Ruini, allora numero uno della Conferenza episcopale, e rilanciato ora con forza con l’istituzione di un dicastero vaticano dedicato all’evangelizzazione dell’Occidente. Un ministero vaticano, si legge sul nuovo numero di Critica liberale, «pensato per riportare all’ovile Europa, Usa e America del Sud». Come sempre in queste cose l’Italia fa da cavia. Sotto l’ala protettrice della Cei, che nel 2009 con l’otto per mille ha redistribuito circa 423 milioni di euro per esigenze di culto e pastorale, agiscono 97 editori che rappresentano almeno 13 congregazioni e istituti. Accanto a questi ci sono almeno 200 librerie cattoliche (circa il 14 per cento del totale nazionale) di cui oltre la metà fa riferimento alle quattro principali “catene” (San Paolo, Paoline, Ancora dei Pavoniani, Ldc dei Salesiani). Il progetto funziona e garantisce una nutrita presenza di testi cattolici nelle case italiane, stando al secondo report elaborato dall’Uelci (Unione degli editori e librai cattolici italiani) a luglio 2010. Superstar della classifica è ovviamente la Bibbia (tradotta dalla Cei) con 360mila copie vendute nel primo semestre. Mentre più in generale il “settore spirituale” sembra tirare più di quello generalista.

«Nel 2000 – scrive L’Avvenire del 16 luglio – gli italiani che dicevano di aver letto almeno un libro religioso erano 2 milioni 650mila, sono saliti a 3 milioni 15mila nel 2007 e poi ancora a 3 milioni 320mila l’anno scorso». Dieci anni fa il mercato religioso costituiva l’11,5 per cento del settore, oggi sfiora il 13 per cento. Una performance spiegabile con l’intervento di un soggetto forte come la Cei che porta in libreria titoli come quello del cardinale Dionigi Tettamanzi edito dal Centro Ambrosiano al prezzo di 60 centesimi di euro (secondo in classifica) e come il Vangelo nell’edizione curata appunto dalla Cei e pubblicata dalle Paoline a un euro e mezzo (terzo in classifica). Che l’editoria cattolica sia uno strumento strategico e indicativo per leggere la presenza della Chiesa cattolica nel panorama sociale e culturale italiano e coglierne le influenze, lo rileva anche il sesto Rapporto di Critica liberale, in cui si confermano i dati dell’Uelci. Ma, come riporta questa indagine, l’associazione che rappresenta i librai cattolici dichiara che «oggi sono i temi bioteci (dalla salute all’ambiente, dalle scelte di fine e inizio vita alle nuove frontiere delle biotecnologie) a occupare la maggior parte dell’editoria religiosa, laddove un tempo questa sembrava attestarsi su tematiche di ordine filosofico-teologico e destinate a un pubblico di cultori o al solo pubblico dei credenti più appassionati. La crescita dell’editoria religiosa – prosegue il documento – se inquadrata da questo punto di vista, non significa necessariamente ritorno della fede o arresto del fenomeno di progressiva laicizzazione e secolarizzazione della società italiana. Non è un caso che Peresson, curatore della ricerca fornita dall’Uelci, evidenzi come, accanto all’incremento delle vendite di libri religiosi, si assista a una crescita (anche se in termini minori) della vendita di titoli riguardanti religioni orientali e di psicologia in senso lato. Ciò sembrerebbe confermare che a un arretramento dell’influenza dei valori e delle indicazioni provenienti dalle confessioni religiose e in particolare della Chiesa cattolica in Italia, corrisponda una crescita della “ricerca spirituale” in senso più ampio che spesso trova terreno fertile in forme di autopsicoterapia e che attinge a culti e religioni molto distanti da quello cattolico». Federico Tulli

left 48/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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