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Bioetica

Ogm e clonazione, tra paradossi politici e interessi di mercato

Il Vaticano apre alla produzione agricola biotech, la Gran Bretagna alla carne in laboratorio. Il punto di Luca Marini, vice presidente del Centro europeo di studi biogiuridici Ecsel di Federico Tulli

Contraddizioni della politica. Anzi, della biopolitica. Anche in ambito internazionale, quando c’è la bioetica di mezzo ci si muove spesso su di un campo minato specie per quanto riguarda la coerenza dei ragionamenti. Peripezie di logica che, guardando allo stato di crisi delle idee in cui versa il nostro Parlamento, farebbero impallidire anche il più confuso dei politici italiani. Nell’ultima settimana due importanti notizie in tema di Organismi geneticamente modificati e carne da animali clonati hanno mandato in fibrillazione gli esperti e le associazioni ambientaliste e animaliste di mezza Europa. Da un lato il Vaticano che “benedice” gli Ogm sostenendo che non soltanto non sono pericolosi, ma sono anche fondamentali per l’economia dei Paesi in via di sviluppo. Dall’altro la Gran Bretagna che apre alla commercializzazione di carne prodotta da cloni rischiando lo scontro frontale con la Commissione europea che il 19 ottobre scorso ha proposto di sospendere per 5 anni la clonazione di animali destinati all’alimentazione (lasciando la porta aperta all’uso per la ricerca e la farmaceutica o quando si tratta di prevenire specie in via di estinzione). Analizziamo questa inquietante «doppietta» con il professor Luca Marini, docente di diritto internazionale, vice presidente del Comitato nazionale per la bioetica e presidente del centro europeo di studi biogiuridici Ecsel. «Il documento approvato dalla Pontificia accademia delle scienze – precisa subito Marini – non aggiunge e non toglie nulla alla controversa questione scientifica della potenziale nocività degli Ogm. Singolare è poi l’auspicio che l’impiego degli Ogm possa risollevare le economie dei Paesi in via di sviluppo: in oltre venti anni di applicazione delle biotecnologie vegetali, l’unica cosa a essere sicuramente migliorata sono i bilanci delle multinazionali del biotech».

Il testo dell’Accademia Pontificia dal titolo “Le piante transgeniche per la sicurezza alimentare nel contesto dello sviluppo” è una sintesi della posizione emersa dalla settimana di studio che si è tenuta in Vaticano dal 15 al 19 maggio 2009, di cui Terra anticipò i contenuti il primo maggio suscitando l’irritazione dell’Osservatore romano. Quel convegno infatti seguiva di un mese la visita pastorale in Africa di Benedetto XVI. Qui il pontefice aveva apertamente criticato l’uso degli Ogm come panacea del dramma della fame e la politica delle multinazionali nel Sud del mondo. Mettendolo nero su bianco nell’Instrumentum laboris consegnato ai vescovi africani: «Questa tecnica – si legge nel testo – rischia di rovinare i piccoli coltivatori e di sopprimere le loro semine tradizionali rendendoli dipendenti dalle società produttrici di Ogm». Mentre il paragrafo dedicato alle biotecnologie si concludeva così: «I Padri sinodali possono restare insensibili a questi problemi che pesano sulle spalle dei contadini?». Ebbene chi troviamo tra i relatori dell’incontro all’Accademia? Eric Sachs, da circa trenta anni alla Monsanto, dove nel 2009 era a capo degli affari scientifici e regolatori della multinazionale con il compito di comunicare “innocuità e benefici” degli Ogm. E Adrian Dubock, storico ex della Syngenta oramai impegnato in libere consulenze, che nel suo abstract esordiva con l’affermazione che le multinazionali conducono i loro affari «eticamente». La recente pubblicazione del documento dell’Accademia sembra confermare che le contraddizioni di un anno fa per quanto riguarda la posizione del Vaticano sugli Ogm siano tuttora irrisolte. «Se queste sono le premesse – nota Marini -, aspettiamoci anche l’apertura alla clonazione animale a fini alimentari, propagandata come contributo alla lotta contro la fame nel mondo, ma in realtà sicura espressione di interessi tecno-industriali». Ancora più singolari, secondo il presidente di Ecsel, sono i possibili risvolti biopolitici della vicenda. «Il Vaticano sembra dimenticare o ignorare che le biotecnologie vegetali hanno aperto la strada alle applicazioni biotecnologiche sull’uomo, con i conseguenti attentati alla dignità e all’integrità dell’embrione e dell’essere umano, secondo quanto sempre sostenuto dai cattolici. Se l’apertura agli Ogm non è pura strategia mediatica, chissà, forse dopo l’apertura ai preservativi, essa potrebbe preludere a prese di posizioni più morbide della Chiesa anche sulle cellule staminali».

Alcune incongruenze caratterizzano anche la scelta britannica di legittimare la commercializzazione di carne derivata da animali clonati. «Questa scelta solleva problemi di ordine diverso», osserva Marini. «Dal punto di vista scientifico, il criterio della sostanziale equivalenza, su cui si fonda la decisione britannica, è da considerarsi inadatto e superato, tanto che da tempo è stato abbandonato in altre materie sensibili e controversie (come gli Ogm). Dal punto di vista giuridico, la decisione inglese rende improcrastinabile la costruzione, almeno a livello comunitario, di una nuova gerarchia dei principi generali, che assicuri al principio della tutela della salute pubblica un primato chiaro e ineludibile rispetto ad altri principi (come il “mutuo riconoscimento”) funzionali esclusivamente alla liberalizzazione degli scambi commerciali. Dal punto di vista biopolitico, il risultato è che ci troviamo di fronte a paradossi contrapposti: da una parte, le forze conservatrici condannano la ricerca sulle cellule staminali, ma non spendono una parola contro quelle applicazioni biotecnologiche (ieri gli Ogm, oggi la clonazione animale a scopo alimentare) che hanno contribuito a sviluppare proprio quei filoni di ricerca da esse contestati; dall’altra, le forze progressiste sono pronte a giustificare e accettare, in nome di una malintesa libertà di ricerca, tutte le applicazioni biotecnologiche, anche quelle potenzialmente in grado di alterare consolidati equilibri ambientali e di manipolare l’identità umana. Chissà – conclude Marini – se questi schieramenti si rendono conto che entrambi i paradossi finiscono per essere funzionali agli interessi del mercato del biotech?».

Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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