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Società

Il governo del non fare

Presentata a Roma “Uno su cinque”, la campagna anti-pedofilia del Consiglio d’Europa per sensibilizzare l’opinione pubblica e arginare il dramma degli abusi sui bambini. L’Italia in ritardo con la ratifica delle nuove norme di Federico Tulli

 

In Europa una persona su cinque è stata violentata nel corso della propria infanzia da un adulto. Nella quasi totalità dei casi (tra il 70 e l’85 per cento) la vittima conosce il suo aggressore che spesso è un familiare, un parente o comunque una persona di fiducia, ed è questa una delle principali ragioni per cui il 90 per cento dei crimini pedofili non viene denunciato alle autorità. Poggia su questi dati la campagna di sensibilizzazione “Uno su cinque” del Consiglio d’Europa (Coe) lanciata ieri a Roma dal vicesegretario generale del Coe, Maud de Boer Buquicchio, insieme con la ministra per le Pari opportunità, Mara Carfagna, alla presenza del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel complesso monumentale di San Michele a Ripa. Di fronte al dilagare della pedopornografia su internet, fenomeno strettamente connesso alla tratta dei piccoli schiavi e del cosiddetto turismo “sessuale”, e sfruttando la scia emotiva degli scandali che negli ultimi due anni hanno coinvolto la Chiesa cattolica di mezza Europa, la campagna si pone l’obiettivo di sensibilizzare i bambini, i genitori, gli insegnanti e le persone a contatto con l’infanzia sulla gravità e l’attualità del problema, e di fornire le conoscenze necessarie per prevenire e denunciare gli abusi. Ma soprattutto, l’iniziativa del Consiglio d’Europa è finalizzata a ottenere la ratifica della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso “sessuale” da parte dei 33 gli Stati che l’hanno firmata il 25 ottobre del 2007. Il documento è entrato in vigore il primo luglio 2010, e solo nove Paesi, a oggi, l’hanno adottata adeguando la legislazione nazionale alle indicazioni che contiene. Raddoppio dei termini di prescrizione entro cui è possibile denunciare l’abuso, introduzione del reato di apologia della pedofilia, inasprimento delle pene, sono alcuni dei punti nodali della Convenzione. L’importanza di concludere in breve tempo l’iter parlamentare di ratifica del testo da parte dei Paesi membri del Coe, è stata sottolineata dalla de Boer Buquicchio, e poi rilanciata dal vice presidente dell’assemblea al Consiglio d’Europa, l’irlandese Frank Fahey.

«Occorrono coraggio e trasparenza», ha detto Fahey ricordando la svolta provocata dalle tre inchieste governative che tra il 2005 e il 2009 hanno fatto luce sugli innumerevoli scandali pedofili coperti dalla Chiesa d’Irlanda per quasi mezzo secolo. «Dobbiamo essere certi che i bambini siano tutelati», ha aggiunto Fahey. «Si deve affrontare la pedofilia a viso aperto e senza riserve, solo in questo modo si può parlare di sensibilizzazione». «Il Consiglio d’Europa – ha detto a sua volta la ministra Carfagna – ha scelto l’Italia per il lancio della campagna antipedofilia, perché il nostro Paese si è molto impegnato nei negoziati che hanno portato all’adozione della Convenzione di Lanzarote». La titolare delle Pari opportunità ha poi annunciato una campagna informativa coordinata con il ministro dell’Istruzione, infine ha assicurato che anche il nostro parlamento «nelle prossime settimane» ratificherà la normativa del Coe. Il testo rimbalza tra i due rami del parlamento da oltre nove mesi. Dopo un prima approvazione alla Camera il disegno di legge di ratifica è stato votato a ottobre dal Senato con delle modifiche, pertanto è ritornato al punto di partenza. «L’Italia ha una normativa fortemente avanzata», ha comunque precisato Carfagna. Agli strumenti di legge, da gennaio 2011 si aggiungerà un’arma fondamentale. Si tratta della banca dati dell’Osservatorio per il contrasto delle pedopornografia istituita a fine 2007. L’Osservatorio opera presso il dipartimento per le Pari opportunità, «con il compito di acquisire e monitorare i dati e le informazioni relativi alle attività, svolte da tutte le pubbliche amministrazioni, per la prevenzione e la repressione del fenomeno dell’abuso e dello sfruttamento sessuale dei minori». Ma la sua banca dati non ha mai funzionato. «È stata attivata una prima fase con il funzionamento del portale e a gennaio prossimo il sistema diventerà operativo», ha detto la ministra Carfagna a Terra. Quanto all’eventualità che il governo avvii una campagna di trasparenza, in collaborazione con le autorità del Vaticano, sui crimini pedofili compiuti da uomini appartenenti al clero che negli ultimi anni hanno sconvolto numerose comunità – a Savona, a Bolzano, a Milano, all’istituto per sordomuti Provolo di Verona, solo per citarne alcuni -, prendendo esempio dall’indagine conoscitiva compiuta dall’esecutivo di Dublino, la titolare delle Pari opportunità è stata fin troppo chiara: «Non mi risulta che ci sia questa intenzione, che ci sia questa volontà».

Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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