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Vaticano

Il signore dei tranelli

Lunedì 29 a Roma parte la Campagna europea contro la pedofilia ma la nostra legislazione è in ritardo. Il papa chiede scusa alle vittime,che denunciano: «Sono solo parole, nulla è cambiato» di Federico Tulli

 

Ogni volta che papa Benedetto XVI chiede scusa alle vittime dei preti pedofili, in Italia (solo in Italia) parte una campagna stampa per esaltare l’importanza di questo gesto. Ma nessuno chiede mai ai diretti interessati – le vittime – cosa ne pensino di queste scuse e se le ritengano un effettivo segnale della volontà delle gerarchie ecclesiastiche di accantonare la “ragion di Stato” cambiando strategia nei confronti del crimine e di chi lo commette. Il 31 ottobre scorso diverse associazioni che rappresentano le istanze dei “minori” che hanno subito violenza da uomini e donne del clero cattolico, sono arrivate da tutto il mondo a Roma per manifestare di fronte al Vaticano, richiamando il pontefice alle sue responsabilità nei confronti degli abusati. «È ora che la verità emerga» chiedevano di fronte all’esercito di telecamere e cronisti (in gran parte di testate straniere), controllate a vista da una squadriglia di carabinieri in assetto antisommossa. Un evidente segnale che le molte parole spese dalla propaganda della Chiesa di Roma dopo l’impressionante serie di crimini pedofili venuti alla luce negli ultimi 18 mesi nelle diocesi e nelle scuole gestite da religiosi di mezza Europa, sono state appunto solo parole. E un segnale che il diretto destinatario ha platealmente ignorato. Non è da meno il governo italiano che in quanto ad ambiguità di atteggiamento quando ci sono di mezzo questioni vaticane dà il meglio di sé, raggiungendo picchi di surreale servilismo nel caso specifico della pedofilia nel clero. Guardiamo per esempio all’Irlanda, non certo un Paese di fondamentalisti anticlericali. È qui, nel 2009, che due complesse inchieste governative durate anni hanno messo la Chiesa locale prima e quella di Roma poi di fronte a una realtà incontrovertibile. E cioè che per decenni grazie alla copertura dei loro diretti superiori, che rispondevano a precise direttive della Congregazione per la dottrina della fede, un migliaio di preti e suore hanno potuto abusare indisturbati di un numero imprecisato di bambini e adolescenti.

Che dire poi della Germania, dove a inizio 2010 la cancelliera Angela Merkel, detta “la religiosa”, ha preteso e ottenuto un’approfondita indagine da parte della Conferenza episcopale tedesca per chiarire le vicende che hanno coinvolto una decina di prestigiosi istituti scolastici gestiti dai gesuiti? Siamo al punto che in Italia certe inchieste su larga scala non solo sono impensabili ma se il pm Pietro Forno, capo storico del pool antimolestie di Milano, osa dichiarare (intervista al Giornale del primo aprile 2010) che «la lista dei sacerdoti inquisiti per reati sessuali in Italia è lunga, ma non ho mai ricevuto dalle gerarchie cattoliche una sola denuncia nei confronti di un prete o di un altro sottoposto al controllo vescovile, come un sacrestano, un educatore, un chierichetto», ebbene la reazione istituzionale che il magistrato provoca è quella di ricevere un’ispezione ordinata dal ministro della Giustizia Angelino Alfano per presunta «diffamazione» nei confronti della curia. Il 29 e 30 novembre, a Roma viene presentata la Campagna del Consiglio d’Europa per combattere la violenza “sessuale” sui minori. A fare gli onori di casa il ministro per le Pari opportunità, Mara Carfagna. Con lei Maud de Boer Buquicchio, prima donna vicesegretario generale del Consiglio. «I nostri sistemi giudiziari – ha detto de Boer Buquicchio il 20 novembre, Giornata internazionale dei diritti del bambino – non possono ignorare che i bambini hanno esigenze e diritti particolari, soprattutto se sono coinvolti in procedure giudiziarie. Perché sia fatta davvero giustizia, quindi, bisogna che l’interesse superiore del minore sia protetto». È questo uno dei capisaldi della Convenzione di Lanzarote firmata nel 2007 dall’Italia. Oltre a inasprire le pene per i pedofili, il ddl di ratifica della Convenzione migliorerebbe gli strumenti di prevenzione del crimine. Ma da 9 mesi rimbalza tra le aule di Camera e Senato senza essere approvato.

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Intervista a Marco Lodi Rizzini, portavoce delle vittime dell’Istituto Provolo di Verona

«Ci vogliono zittire»

Marco Lodi Rizzini è da 25 anni il portavoce dei sordomuti dell’Istituto Provolo di Verona. Qui, secondo 15 testimonianze autobiografiche dettagliate di persone che erano presenti anche alla manifestazione del 31 ottobre a Roma, tra gli anni Cinquanta e il 1984 una ventina di sacerdoti ha abusato continuativamente di decine di bambini ospiti della struttura. La dolorosa vicenda del Provolo ha trovato spazio sui media solo pochi giorni a inizio 2009. Passato lo scoop, la stampa nazionale non è più tornata sull’argomento.

Quali sono i fatti significativi che bisogna raccontare?

Il 25 settembre scorso a Verona gli abusati del Provolo hanno organizzato un congresso. È stata la loro prima iniziativa pubblica. Abbiamo poi saputo che all’estero ha avuto un’enorme risonanza, più dei 15mila che avevano manifestato contro il papa nella sua visita di pochi giorni prima in Gran Bretagna. Dai media italiani siamo stati ignorati. È stata messa la “sordina” ai diritti di queste persone.

Avete in programma nuove iniziative?

Siamo in attesa che ai primi di dicembre parta l’indagine conoscitiva della commissione concordata con la curia di Verona l’intervista per far luce sui crimini che denunciamo da 25 anni. In base a nostre richieste precise, nella commissione non ci sono sacerdoti e i testimoni saranno ascoltati da un ex giudice. Tutto sarà registrato con telecamere e i sordomuti avranno a disposizione un traduttore di nostra fiducia. Dopo di che il materiale sarà mandato in Vaticano. Vedremo con quali esiti. Sottolineo che si tratta di un’indagine puramente conoscitiva. Tutti i crimini, per il diritto canonico, sono prescritti. Per conoscere la verità, più volte abbiamo chiesto ai sacerdoti coinvolti di rinunciare alla prescrizione ma nessuno l’ha fatto. Tante buone intenzioni ma poi quando è il dunque…

A luglio 2010 il Vaticano ha varato le nuove Norme che regolano le indagini e il processo canonico contro i chierici che violentano minorenni. Qual è il vostro giudizio sulla risposta della Chiesa agli scandali?

I sordi del Provolo considerano le esternazioni del Papa un esercizio di buone intenzioni. Politicamente non ha fatto nulla. Semmai ha sempre cercato di sminuire la gravità dell’atteggiamento omertoso della Chiesa facendo presente che per il futuro si cercherà di stare più attenti. Ma tutti i documenti che nel passato hanno garantito le coperture ai pedofili sono ancora in vigore. Il discorso da fare secondo noi molto è più ampio.

Vale a dire?

È un discorso di etica e responsabilità. Al Provolo sono state rovinate delle vite. Persone di età compresa tra i 48 e i 64 anni che, ad esempio, non hanno avuto figli per paura che capitasse anche a loro. È inutile che il Vaticano snoccioli cifre e percentuali. È inutile che dica che “solo 6 preti su 100 sono pedofili”, è inutile che dicano che i pedofili non sono solo nella Chiesa. Questi sono discorsi senza senso, che a noi interessano poco. Il fatto che questi delitti succedano nella Chiesa e grazie alla copertura della Chiesa è di una gravità inaudita. Perché tutto avviene carpendo la fiducia delle vittime. Un discorso che guardando alla cultura dominante, alla mentalità diffusa, vale ancor di più in Italia. Ma che all’estero stentano a comprendere. Più volte ho cercato di spiegare a giornalisti stranieri i motivi dell’inerzia delle istituzioni di fronte ai palesi insabbiamenti della Chiesa. Fuori dai nostri confini è ancora incomprensibile come il Vaticano – che nel 1870 era scomparso – sia diventato prima una potenza economica e poi politica. Federico Tulli

left 46/2010

 

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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