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Società

Il Paese dei veleni

Una rassegna culturale e un libro. Tra attualità e storia. Lo scrittore e giornalista Carlo Lucarelli indaga i crimini che hanno infettato lo sviluppo democratico in Italia di Federico Tulli

 

L’insabbiamento delle indagini sulle stragi, dai rastrellamenti di civili da parte dei nazi-fascisti durante la II guerra mondiale sino a quelle di fine anni ‘60, la lunga ombra della P2, la tempesta di Tangentopoli, le infiltrazioni mafiose nella politica, la piaga del racket, l’influenza dei Casalesi, l’amianto che continua a uccidere, l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. «Ci sono dei crimini che non fanno notizia, non fanno audience. Come la strage dell’amianto che ha radici antiche. E questo vale anche per la mafia o per la strage di Brescia. Non fanno notizia ma sono notizie. Vanno raccontate lo stesso perché sono fatti importanti». Stimolare l’opinione pubblica a non abbassare mai la guardia, tenendo vivi il ricordo e l’attenzione sui crimini che segnano oltre 65 anni di storia d’Italia è per lo scrittore Carlo Lucarelli un impegno civile e professionale costante. In questo scorcio di 2010, l’ideatore della fortunata serie tv Blu notte lo ridimostra con un libro, I veleni del crimine (Einaudi) e la kermesse culturale “Politicamente scorretto”, dal 26 al 28 novembre a Casalecchio di Reno alle porte di Bologna. Nel libro, l’autore racconta la storia dei «veleni che hanno fatto crescere l’Italia debole e malata, minacciandone lo sviluppo». Una serie di vicende criminali che hanno intossicato la nostra società civile al punto di consentire a molti dei protagonisti in negativo di annidarsi in seno a essa e continuare ad agire nell’impunità. Fino a ricoprire ruoli politici di primo piano. Come è stato possibile arrivare fino a questo punto con una Costituzione che è ancora tra le più evolute al mondo? «Che la nostra sia una democrazia debole e malata è innegabile – racconta Lucarelli a left -. Però, se ancora oggi riesce a sopravvivere, forse non lo è poi così tanto. Probabilmente perché una buona parte dei cittadini non è “debole e malata”. E anzi è più forte di quanto normalmente si pensi». Ma c’è anche un rovescio della medaglia: «Credo che i protagonisti della storia criminale del nostro Paese, i “cattivi”, non è che avessero l’idea di cambiarlo più di tanto. Per continuare a fare ciò che vogliono, cioè rubare, comandare, gestire senza interferenze, hanno semplicemente modificato leggermente lo stato della democrazia. Badando a non tirare troppo la corda e lavorando più col sottobosco del potere esecutivo, con i servizi segreti, con gli scandali, con i dossier, per cambiare tutto perché nulla cambi. Questa forse è una concausa del perché l’Italia nazione esiste ancora. Mentre il livello di destabilizzazione socio-politico raggiunto è simile a quello di una dittatura o di Paesi frantumati in tanti piccoli staterelli». Ecco allora, quasi a voler interrompere questa inquietante deriva, la storia dell’improvvisa ricomparsa, dopo decenni, in un corridoio ministeriale, «dell’armadio della vergogna» in cui sono custoditi i dossier sugli eccidi dimenticati, oppure la minuziosa ricostruzione della rete di poteri sommersi riconducibile alla P2. Oppure ancora l’analisi dei «mostri» nati dall’incontro tra mafia e politica. Lucarelli qui dà voce anche ai cittadini comuni, «piccoli, grandi eroi sconosciuti che si oppongono al racket». Scardinare l’indifferenza, oggi più che mai è un impegno gravoso. «Paradossalmente trova molto più seguito il delitto di Avetrana che la strage causata dall’amianto. Intendiamoci, non è che l’omicidio di una ragazzina di 15 anni sia meno importante, ma è indubbio che abbia minor impatto sulla vita sociale rispetto a un “killer” che ha colpito per decine di anni indisturbato». La colpa però non è dello “spettatore”, ma dei media e del modo in cui distorcono, troppo spesso, la realtà.

«Prendiamo la storia di Sarah Scazzi. Se la tv mi informa sulla prevaricazione, sulla violenza subita è un conto, ma se si lascia il campo unicamente al racconto di chi è stata quella ragazza o quel tizio, allora un fatto di cronaca viene depotenziato e trasformato in un giallo. E i gialli, sono il primo a dirlo, vanno bene solo se nascono come tali e tali restano. Se invece alle persone venisse raccontata in maniera esauriente ed efficace la strage dell’amianto, se ne interesserebbero eccome. Perché chiunque capisce benissimo cosa significa morire di cancro, senza poter opporre resistenza». Una conferma della validità di queste affermazioni viene direttamente dal grande successo di pubblico che da sempre anni accompagna “Politicamente scorretto”. Il progetto, ideato da Casalecchio delle Culture in collaborazione con Lucarelli e l’associazione Libera, come sfida civile e culturale, attraverso i linguaggi della letteratura, del teatro, del video-reportage, della musica offrirà spunti di riflessione sulle più tormentate vicende del nostro Paese. Tenendo ben saldo il filo con le scorse edizioni nel 2010 l’obiettivo è puntato sulla ‘ndrangheta. «Di fronte a fatti come quelli di Rosarno, fino al terribile omicidio di Lea Garofalo nei pressi di Milano – spiega Lucarelli -, “Politicamente Scorretto” vuole dare una risposta di “Alta civiltà” che coinvolga le energie sane del Paese in un sforzo di solidarietà nazionale». Nel ricco programma, dibattiti con scrittori, registi, magistrati, giornalisti, oltre a testimonianze, proiezioni, laboratori per affrontare con la sola arma della cultura le vicende più oscure della nostra storia. Parteciperanno tra gli altri don Luigi Ciotti, Gherado Colombo, Francesco Forgione, Marcello Fois, Michela Murgia, Ottavia Piccolo, Sergio Rizzo e il procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone.

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il libro

Ferite aperte

Ancora una volta, Carlo Lucarelli si addentra nelle zone d’ombra della storia e dell’attualità italiana, raccogliendo ne I veleni del crimine (Einaudi) le vicende più «tossiche» e i casi più emblematici raccontati nella serie dei Misteri d’Italia della fortunata trasmissione televisiva Blu Notte. Mafia, corruzione, criminalità organizzata, scempi ambientali, malapolitica e finanza: da detective del crimine a indagatore del presente, Lucarelli si misura con il sommerso che avvelena l’Italia. «Fin dall’inizio della sua storia – scrive l’autore – la nostra Repubblica ha incontrato una serie di problemi che l’hanno fatta crescere un po’ più debole e malata di quello che avrebbe dovuto essere. Una serie di veleni che l’hanno intossicata minacciandone lo sviluppo. Il contesto internazionale, gli scheletri negli armadi, la criminalità organizzata, la corruzione, la malapolitica, la malafinanza, le manovre di chi avrebbe voluto che quella creatura bellissima, entusiasmante e piena di vita fosse una cosa diversa e ha scelto scorciatoie nascoste per cercare di trasformarla. Veleni storici, veleni morali ma anche criminali e fisici, come quelli che concretamente infestano il sottosuolo e il mare del nostro paese. Queste sono le storie di alcuni di quei veleni».

left 45/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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