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Società

Pedofilia, il crimine nascosto

La ministra per le Pari opportunità, Mara Carfagna

Nel Codice penale italiano non esiste la parola “pedofilia”. Pochi giorni dopo la denuncia del nostro settimanale, il 27 ottobre scorso il Senato ha finalmente approvato la ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa «per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale», siglata a Lanzarote il 25 ottobre 2007. Il disegno di legge era stato parcheggiato alla commissione Giustizia per otto mesi a conferma che (anche) quando c’è di mezzo la pedofilia, alle tante “belle” parole pronunciate dalle istituzioni per declamare il loro strenuo impegno contro la diffusione di un crimine, solo sporadicamente seguono dei fatti concreti. Ora il ddl, avendo subito delle modifiche, tornerà alla Camera dove era stato approvato a febbraio 2010. Staremo a vedere quanto ancora ci vorrà per salutare l’entrata in vigore di un provvedimento fondamentale per difendere i minori dagli abusi degli adulti. Il ddl, infatti, oltre a inasprire le pene per i pedofili, introdurrebbe per la prima volta nel nostro ordinamento giuridico (con l’articolo 414-bis del Codice penale) il termine “pedofilia”. In ogni caso, in Italia molto ancora resta da fare. A cominciare dalla messa in funzione di Ciclope, la banca dati interministeriale per il monitoraggio della pedofilia istituita e finanziata con denaro pubblico sin dal 2007, senza che un solo file sia transitato nel suo server. «Con la banca dati si potrà sapere quanti reati sono commessi, di che tipo, dove. Non si potrà invece avere notizie dell’autore del reato» ha detto di recente il ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna, osservando che secondo lei l’identikit del violentatore tipo «non è di alcuna utilità» nell’opera di prevenzione. Sembra un quadro surreale ma siamo di fronte a un dramma: nel nostro Paese, l’ordinamento giuridico non “conosce” la pedofilia, e alle istituzioni non importa sapere chi è il pedofilo. Se a questo aggiungiamo la descrizione che gli esperti di Telefono azzurro danno delle caratteristiche di questa tipologia di criminale («il pedofilo – si legge nel Dossier 2010 – non è un soggetto facilmente identificabile come “problematico”, egli è invece abile nel mimetizzarsi all’interno della comunità e a sfruttare tutte le situazioni che favoriscono il contatto con bambini») si comprende perché inquadrare statisticamente la figura del violentatore non sia affatto semplice. I freddi numeri estrapolati dalle segnalazioni che arrivano a Telefono azzurro dicono che chi compie abusi su bambini è quasi sempre un uomo (88,8 per cento dei casi) mentre il ruolo delle donne autrici di violenze (12,2 per cento), «va da un abuso attivo e cercato per motivi di piacere o di denaro, a un abuso per così dire assistito, compiuto da altri che generalmente sono i compagni, e taciuto, nascosto, a volte addirittura facilitato. Non certo meno grave, almeno secondo il Codice penale, che all’articolo 40 afferma: “Non impedire un evento equivale a cagionarlo”». Nella maggior parte dei casi (60 per cento circa), il pedofilo appartiene al nucleo familiare della vittima: «Padri, madri, nonni, fratelli/sorelle, nuovi conviventi/coniugi e altri parenti». Se solo l’11 per cento circa riguarda soggetti estranei, negli altri casi si tratta di persone esterne alla famiglia ma comunque conosciute: tra queste, spiccano gli amici di famiglia (12,9) e gli insegnanti (9 circa), i vicini di casa (4,7). L’1,2 per cento delle segnalazioni al Telefono azzurro riguarda infine figure religiose. In sintesi, le statistiche dicono che l’aguzzino è spesso una persona che il bambino conosce bene, in cui ripone fiducia «abbassando così le difese e finendo per trovarsi in una condizione di “fragilità” emotiva» prima ancora che la violenza fisica completi l’opera di devastazione.

Federico Tulli

left 43/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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