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Chiesa e pedofilia

Arrivederci a Roma

Le vittime di preti pedofili accusano la Chiesa cattolica di fare poco o nulla per evitare nuovi abusi. Il 31 ottobre, manifestazione di protesta nella Capitale di Federico Tulli

 

«Quando è successo ero un chierichetto. E non è stato solo un abuso sessuale ma una violenza spirituale. Santità, c’è un cancro che cresce nella sua Chiesa, deve fare qualcosa». Bernie McDaid era tra le cinque vittime di preti pedofili che il 18 aprile 2008 fu accolto in udienza privata da Benedetto XVI durante il viaggio pastorale negli Stati Uniti. Nei minuti concessi loro dall’entourage del Papa, che a sorpresa aveva cambiato all’ultimo momento il rigido cerimoniale, pronunciarono poche parole ciascuno. Ma quell’incontro ebbe un enorme impatto emotivo sull’opinione pubblica Usa, rivitalizzando la fiducia verso la Chiesa cattolica americana che si trovava sull’orlo della bancarotta per via dei risarcimenti miliardari pagati alle vittime di oltre quattromila preti pedofili, dal 2002 in poi. Intervistato in esclusiva dalla Cnn, Olan Horne era arrivato dal papa insieme con McDaid, pieno di scetticismo: «Non gli bacerò l’anello», aveva detto Horne prima di entrare. Uscendo invece raccontò: «Come prima cosa si è scusato. è stato straordinario, ora ho di nuovo speranza». Infine aggiunse: «Dal papa abbiamo ricevuto una promessa sincera. Questo primo passo è un inizio. Capiva le cose di cui parlavamo». Anche McDaid era soddisfatto e fiducioso: «Il Pontefice ha recepito il nostro messaggio. Le sue scuse mi hanno commosso». In realtà quei pochi minuti a cospetto di Benedetto XVI non portarono a nulla, osserva oggi Bernie McDaid: dopo quelle promesse niente è cambiato nell’atteggiamento della Chiesa. Nemmeno di fronte al fiume di nuovi casi identici a quelli statunitensi dei primi anni Duemila, che ha sommerso di recente Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Olanda, Belgio e Italia. Anche in Europa, dalle autorità ecclesiastiche tante “belle” parole e pochi fatti. Ad esempio, a fronte della “tolleranza zero” nei confronti degli abusatori, annunciata dal papa sin dal viaggio americano, si è dovuta attendere la scorsa estate per veder modificare (lievemente) le norme del De delictis gravioribus, il documento che dal 2001 – rinnovando a sua volta il Crimen sollicitationis del 1962 – regola i processi canonici per pedofilia e le modalità di comportamento dei vescovi che vengono a conoscenza di un abuso commesso da chierici. Per questo motivo, e per ricordare a Benedetto XVI la promessa di cambiamento fatta due anni fa, domenica 31 ottobre Survivors voice, l’associazione delle vittime di pedofilia nel clero creata da Bernie McDaid e Gary Bergeron, organizza a Roma, a pochi passi dalla basilica di S. Pietro, una manifestazione di sostegno ai sopravvissuti. Alla giornata di protesta, che comincerà la mattina alla sede romana del partito dei Radicali italiani per concludersi nel pomeriggio a via della Conciliazione, partecipano diverse organizzazioni internazionali che si occupano dell’aiuto alle vittime di preti pedofili. È prevista anche la presenza dell’associazione “La colpa”, in rappresentanza degli studenti dell’Istituto cattolico per sordomuti “A. Provolo” di Verona, dove negli anni Cinquanta si sono verificati i casi di pedofilia venuti alla luce nel 2009. Proprio “La colpa”, lo scorso 25 settembre, ha inaugurato nel capoluogo scaligero la “stagione” italiana delle proteste contro le promesse mancate del Vaticano.

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«Violentati due volte»

A colloquio con Luciano Santoianni, avvocato del foro di Napoli e legale di bambini abusati

Nel 2008, è stato il primo in Europa a portare in un tribunale “laico” l’istruzione Crimen sollicitationis, il documento approvato nel 1962 da Giovanni XXIII rimasto segreto per quasi 40 anni. Secondo Luciano Santoianni, avvocato del foro di Napoli da sempre in prima linea per tutelare i diritti delle vittime di pedofili, questa “carta” per decenni ha fornito al Vaticano lo strumento giuridico per coprire i crimini di pedofilia ma anche altri tipi di violenza sessuale, derubricati dalla Chiesa come “situazioni negative”, alla stregua di atti contro la morale cattolica, insomma. Santoianni è anche il legale di diversi bambini abusati all’interno della cerchia familiare. È noto infatti che tra le mura domestiche si consumi gran parte degli abusi, come emerge anche dall’ultimo rapporto sul tema redatto la scorsa primavera da Telefono azzurro. «La pedofilia è un fenomeno che la società tende a rimuovere» ammonivano gli esperti dell’associazione. Lasciando intendere che troppo spesso i bambini vengono lasciati soli ad affrontare la devastazione subita.

Qual è il suo parere, avvocato?

Il dramma che nasce con la violenza sofferta è fatto di numerosi capitoli. Una prima grande difficoltà del bambino abusato consiste nel superare quella sorta di senso di colpa che scatta per dover rivelare di essere stato “toccato” dal papà o dal nonno, o più in generale da qualcuno di cui ci si è sempre fidato.

Diversi studi sostengono che viene denunciata una violenza ogni cento. Quello che arriva in tribunale non è che la punta di un iceberg?

Non c’è dubbio. L’idea di fare del male a una figura di riferimento, denunciandola, si somma alla profonda paura di non essere creduti e addirittura di essere accusati di mentire. Questo spiega perché sovente chi raccoglie per la prima volta il drammatico racconto della vittima, o chi percepisce i segnali di un abuso, si trova al di fuori dell’ambito familiare o parentale. Il più delle volte l’ambiente in cui la vittima si sente più al sicuro è la scuola.

Numerosi esperti, anche sulle pagine di left, hanno spiegato che il pedofilo pianifica lucidamente la violenza, agendo in un contesto che gli consenta di farla franca. è d’accordo?

In linea di massima sì. Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendolo alla confusione. Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenza ma è raramente esercitata con violenza. Inoltre avviene sempre in un contesto esclusivo. Cioè mai in presenza di terze persone, tranne che in pochi casi. E questo rende ancor più complicato arrivare a denunciare il proprio carnefice.    f.t.

left 42/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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