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Vaticano

Pedofilia, incubo belga

Drammatica audizione al parlamento di Bruxelles. La procura federale ha raccontato di aver ricevuto solo nell’ultimo mese 103 nuove denunce per altrettante violenze su bambini compiute da sacerdoti di Federico Tulli

Il dramma della pedofilia nella Chiesa cattolica belga sembra una voragine senza fondo. In un’audizione alla commissione Giustizia della Camera a Bruxelles, la portavoce della procura federale, Lieve Pellens, ha raccontato che nell’ultimo mese la stessa procura ha ricevuto 103 nuove denunce di violenze commesse da preti in un arco temporale che va dal dopoguerra agli anni Duemila. La notizia è stata rilanciata ieri dai quotidiani in lingua fiamminga Gazet van Atwerpen e Het Belang. Secondo la procura, 73 abusi sono stati compiuti nell’ambito della comunità pastorale o dell’attività scolastica, circa la metà dei responsabili è nota all’autorità giudiziaria e 28 di loro sono ancora vivi. Gran parte dei casi sono però prescritti. Molte delle vittime, ha spiegato Pellens, hanno deciso di denunciare il crimine subìto per essere finalmente riconosciute come tali.

L’orrore della pedofilia è una ferita aperta nella società civile belga e ha radici profonde. Dapprima le inchieste degli anni 90 che hanno scoperchiato l’orrore di Marcinelle, la cittadina di Marc Dutroux, il pedofilo condannato al carcere a vita per aver sequestrato e violentato sei ragazzine uccidendone quattro in maniera atroce. Poi, a partire dal 2000 ha cominciato a emergere  la dimensione del bubbone che si era formato nella Chiesa locale nel corso di decenni, fatto di violenze su bambini e colpevole “copertura” dei responsabili da parte elle gerarchie ecclesiastiche. Un copione già visto altrove, nel mondo.

Lo scandalo belga è poi definitivamente deflagrato all’inizio dell’estate scorsa, sulla scia delle clamorose notizie che giungevano dall’Irlanda e dalla Germania, in seguito alla scoperta da parte della magistratura di 475 dossier su altrettante violenze, da anni chiusi a chiave nelle stanze della commissione “indipendente” Adriaenssens (dal nome del presidente), che dai primi anni Duemila agiva in stretta collaborazione con i vescovi locali. È nell’ambito di questa stessa indagine che si è dovuto dimettere il vescovo di Bruges, Roger Vangheluwe, accusato di aver violentato una giovane. Quel Vangheluwe che era stato direttore del seminario di Bruges e che nel 1997 aveva fatto redarre il Catechismo ufficiale belga, per la minoranza fiamminga, acquisito come libro di testo per le lezioni di religione nelle scuole medie cattoliche.

Ebbene, tra le altre cose, in questo Catechismo compare un fumetto con una bimba nuda messa a quattro zampe che dice: «Penso che sia bello accarezzare la mia fenditura. Gioco volentieri nelle mie mutandine assieme ad altri amici. Voglio restare in camera quando papà e mamma fanno sesso. Credo che la pipì sia benedetta».

Per 13 anni i genitori di quei bambini si sono rivolti al cardinale di Bruxelles, Godfried Danneels, perché il libro venisse tolto dalla circolazione. Senza mai ottenere risposta. Stesso esito quando, dopo le dimissioni di Vangheluwe, hanno chiesto l’intervento del vescovo emerito di Anversa Paul Van den Berghe. Il responsabile per l’educazione, dapprima ha promesso di interessarsi al caso, ma poi ha lasciato cadere la cosa. Infine l’estremo tentativo di contattare il Nunzio vaticano a Bruxelles. Ma anche questo senza fortuna.

Nel frattempo i dossier “Adriaenssens” sono finiti al centro di un intrigo giudiziario. Il 13 agosto i giudici hanno ordinato alla procura di dissequestrarli. Ma il 12 ottobre la Cassazione belga ha bloccato l’azione e rinviato ai giudici la loro decisione perché presentava un errore procedurale. Martedì scorso, infine, la Chiesa belga ha confermato che non istituirà nessuna nuova commissione per la gestione dei casi di pedofilia, dopo le dimissioni della commissione indipendente Adriaenssens avvenute lo scorso giugno in seguito al sequestro dei 475 dossier. In questi mesi molti dei documenti sono stati resi pubblici con l’assenso delle vittime. Mancavano all’appello 13 di loro, morte suicide.

Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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