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Società

Rodotà: «La scarsa tensione sociale, sintomo di un Paese in crisi»

 

Il giurista Stefano Rodotà

 

«L’immigrazione, il rapporto con la natura e con l’ambiente cittadino, la costruzione di nuovi spazi urbani, il carcere. La ricerca nel campo delle scienze sociali è continuamente stimolata da nuovi impulsi, fornendo a sua volta una lettura originale della realtà così come si va articolando. Tuttavia oggi molti studiosi sembrano quasi sopraffatti dal nuovo e si fermano al racconto delle novità, senza indagare il senso più profondo, senza delineare un quadro d’insieme. Tutto questo incide sul loro ruolo sociale, sulla capacità di contribuire alla costruzione del discorso pubblico, sul rapporto con la politica». Noto per il suo appassionato impegno civile, sia da esperto di diritto che da uomo politico, a Stefano Rodotà gli organizzatori del convegno di Milano (vedi box) hanno assegnato il compito di indagare le motivazioni del grande gap esistente tra il mondo intellettuale del nostro Paese e il quadro istituzionale. Al giurista, Terra ha rivolto alcune domande sui temi che questo pomeriggio svilupperà nel suo intervento all’Auditorium Pirelli HQ.

Professore, a cosa è dovuta la “crisi” delle scienze sociali?
Da uno sguardo sulla situazione delle discipline sociali in Italia si ricava una sensazione diffusa di distanza e di autoreferenzialità. Distanza, o difficoltà di individuazione delle chiavi di lettura di una società fattasi sempre più instabile, liquida, del rischio, dell’incertezza, secondo le definizioni correnti. Autoreferenzialità, per la fatica di identificare modalità e fini che consentano loro di collocarsi in forme adeguate nell’epoca che viviamo. Sembra quasi di trovarsi in un tempo sospeso, nel quale ovviamente ricorre spesso il termine “crisi”, il cui esito sembra ancora più cercato che intravisto. Lo stesso ruolo delle scienze sociali finisce così con l’apparire rimpicciolito, per la mancanza di tracce forti per quanto riguarda il metodo, per il rivelarsi di eccessi di dipendenza da fattori esterni che investono, insieme, il tipo di ricerche e lo status degli studiosi. Al tempo stesso, però, si manifesta una non trascurabile capacità reattiva di fronte alle dinamiche più significative, si tratti della crisi finanziaria o del mutamento radicale indotto dalle innovazioni scientifiche e tecnologiche. Si delineano così anche campi di ricerca unificanti, che sollecitano un lavoro comune a diverse discipline, anzi sfidano le stesse partizioni disciplinari. Si tratta, ad esempio, di tutte le questioni volte a disegnare il perimetro stesso dell’azione individuale, a individuare il senso che assume il legame sociale, a cogliere le nuove antropologie. Le difficoltà si manifestano quando bisogna poi passare dalle molteplicità delle ricerche alla ricostruzione di contesti e categorie più generali.

E’ qui che si è aperta la frattura con il mondo della politica?
C’è sicuramente questo scarto, dovuto alla ridotta capacità di andare oltre il semplice racconto della società, per darne un’interpretazione, un’analisi profonda che consenta di comprendere che idea di potere scaturisce dalle ricerche sui nuovi mutamenti sociali, quali sono i protagonisti, quali sono i soggetti sociali che intervengono?
Nel nostro Paese stiamo assistendo a una progressiva perdita del senso di laicità a livello istituzionale. Questo “rimanere in superficie” di cui lei parla a proposito delle scienze sociali è dovuto al fatto che sta accadendo la stessa cosa in ambito culturale?
Se usiamo la categoria della laicità, io penso che sia corretto farlo pensando alla laicità come autonomia. Nel momento in cui la ricerca perde autonomia, diventa “strumento di”. In qualche modo è indotta o costretta ad allinearsi e perde di rigore scientifico e in misura notevole altera la qualità di dibattito pubblico.

Ci spieghi meglio.
I sintomi sono diversi. In alcune materie particolarmente sensibili, ormai appena si prende una posizione si viene etichettati. Guardiamo all’ipotesi bioetica. Oggi il dibattito è in questi termini: stai dalla parte della maggioranza o dell’opposizione? Allo stesso tempo tutto questo etichettare, questo chiudere in una identificazione di parte è legata al modo in cui è gestita la presenza degli studiosi nel sistema mediatico. In tv ci deve essere sempre il contraddittorio, i giornali presentano sempre due pareri contrapposti, uno pro e uno contro. In questo modo viene banalizzato l’intervento e si da la sensazione che non ci sia la possibilità di sfuggire a questa categorizzazione.

Pensando, ad esempio, agli attacchi che subisce la legge sull’aborto a 32 anni dalla sua entrata in vigore, oggi alcuni studiosi e intellettuali sono impegnati in battaglie di civiltà per difendere diritti che si davano per acquisiti. Sono costretti a guardare più al passato che al futuro, al “nuovo”. è sempre stato così?
C’è stata una fase in cui il rapporto tra politica e cultura era molto intenso. Non c’era subordinazione e nemmeno c’erano i consiglieri del principe. Nel mio intervento di oggi farò tre esempi. C’è lo statuto dei lavoratori che nasce perché c’era una consapevolezza della politica e del sindacato e una robusta cultura del diritto del lavoro che si riconoscevano reciprocamente. Non è che Gino Giugni e Faderico Mancini sono gli “estensori di qualcuno”, ma sono quelli che scrivono lo statuto sulla base di una maturazione culturale che incontra il tempo della politica. Poi c’è la riforma del diritto di famiglia che è avvenuta, di nuovo, quando la condizione storica era propizia. E se non ci fosse stato anche un rinnovamento degli studi di diritto civile in questa materia non si sarebbe potuta esprimere nelle forme che abbiamo avuto. Infine, parlerò della riforma carceraria, che nasce dalla critica delle istituzioni locali. Questi circuiti virtuosi da un certo momento in poi non si sono più riprodotti.

Come mai?
Per due ragioni. Da un lato abbiamo la crisi delle grandi categorie alle quali si rifanno le scienze sociali, per esempio la sovranità, e quindi c’è il doversi confrontare con la dimensione globale nella quale tutta una serie di questioni cambiano di significato. Allo stesso tempo c’è stato lo spegnersi della tensione sociale che ha lasciato soli coloro i quali lavoravano per contribuire con le proprie competenze allo sviluppo socio-culturale del Paese.

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Le due giornate di Milano

Da Gae Aulenti a Gianrico Carofiglio, da Luciano Maiani a Franco Purini, da Joseph Rykwert a Stefano Rodotà e molti altri ancora. Oggi e domani Milano diventa capitale della cultura con il primo convegno “Idee Italiane. Un osservatorio sulla cultura del Paese”, organizzato all’Auditorium Pirelli HQ dalla Fondazione per l’Istituto italiano di scienze umane (Iisu). Una due giorni in cui umanisti e scienziati, scrittori e registi, giornalisti ed editori, responsabili di istituzioni e di centri di ricerca, amministratori e imprenditori della cultura, si confronteranno sui problemi e sulle prospettive culturali in Italia. «Pensiamo di organizzare incontri annuali o biennali, ciascuno scandito in due parti», racconta l’architetto Gae Aulenti, presidente della Fondazione Iisu. «Nella prima – aggiunge -, si getterà uno sguardo d’insieme su alcune grandi linee della produzione culturale italiana. Nella seconda, si affronterà un tema monografico dedicato ogni volta a un sapere o a un’arte diversi». Il tema monografico per l’edizione 2010 è l’architettura. «Dalla filosofia al pensiero religioso, alla fisica, alla letteratura, al diritto, al cinema, vorremmo di volta in volta proporre dei bilanci e individuare delle linee di tendenza: un lavoro che, negli ultimi decenni, nessuno si è più curato di fare», dice Aldo Schiavone, direttore dell’Iisu. Ecco pertanto, solo per citarne alcuni, le relazioni su scienze umane (Roberto Esposito) e sociali (Stefano Rodotà), culture di “genere” (Nadia Fusini), esperienza religiosa (Gian Maria Vian), scienze della materia (Luciano Maiani) e scienze della vita (Alberto Oliverio). Una sezione sarà dedicata a come “l’Italia si racconta” (Pupi Avati, Gianrico Carofiglio) e a come l’irradiamento dell’intelligenza italiana è percepito al di fuori del Paese (Marc Fumaroli). La seconda giornata sarà interamente dedicata a una riflessione sullo stato e sulle prospettive dell’architettura italiana. I lavori, introdotti da Vittorio Gregotti, prevedono relazioni sul rapporto dell’architettura con il mondo accademico (Carlo Magnani), con l’editoria (Luca Molinari) e con le altre arti (Fulvio Irace) e riflessioni sul lavoro degli architetti (Franco Purini), sul disegno urbano (Bernardo Secchi) e sul ruolo e sull’immagine dell’architettura italiana nel contesto internazionale (Rafael Moneo e Joseph Rykwert).

Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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