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Sicurezza alimentare

Ogm e conflitti d’interessi

Doppi incarichi e manager troppo vicini alle multinazionali biotech. I vertici dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare di nuovo sotto accusa per scarsa trasparenza di Federico Tulli

Anche in pieno liberismo è del tutto normale che l’attività commerciale di aziende private sia soggetta a una serie di via libera da parte di istituzioni pubbliche. Lo è un po’ meno se chi presiede una di queste istituzioni, allo stesso tempo, ricopra ruoli di rilievo in un ente dove figurano rappresentanti delle suddette aziende. Siamo in Italia e sappiamo bene che una tale situazione è in forte odore di conflitto d’interessi, ma per una volta l’obiettivo non è puntato sul presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. La storia che andiamo a raccontare si svolge in Emilia Romagna e non a Roma o Arcore, e si muove sull’asse Parma-Bruxelles, avendo come protagonista Diana Banati, presidente del cda dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), l’Authority indipendente finanziata dall’Unione europea con sede nella cittadina emiliana, il cui comitato scientifico ha il compito di valutare i rischi per la salute umana e animale che potrebbero derivare dal “contatto” con determinati prodotti, tra cui gli organismi geneticamente modificati. È agli esperti di questo comitato che un’azienda biotecnologica deve presentare il dossier tecnico-scientifico sul suo nuovo prodotto, ogni volta che chiede il permesso a Bruxelles di vendere Ogm in territorio europeo. Dal parere dell’Efsa, dunque, può dipendere l’autorizzazione al commercio entro i confini Ue di alimenti che contengono Ogm, oppure alla coltivazione di piante biotech. Un ruolo delicatissimo che impone la massima trasparenza a tutti i livelli, dati gli interessi sia economici sia, soprattutto, di carattere sanitario che ruotano intorno al business dell’ingegneria genetica agricola e alimentare. La vicenda che riguarda Diana Banati getta però un’ombra sul requisito indispensabile che è quello della massima indipendenza dell’Authority dalle multinazionali. Vediamo perché. Nel mondo, le aziende agroalimentari in grado di competere sul mercato del transgenico sono una decina. E non è un caso che tre di queste, Nestlé, Monsanto e Basf, facciano parte dell’International life sciences institute, un’associazione con sede a Washington che ingloba circa 400 tra le maggiori industrie del settore dell’alimentazione, svolgendo azioni di lobby. Mirando cioè a influire sui meccanismi normativi e sulle decisioni politiche delle agenzie pubbliche di regolamentazione. Fin qui nulla di strano, visto che negli Stati Uniti fare lobby è consentito e le regole del mercato le decidono, di fatto, i giocatori. Ciò che invece sorprende è che all’Ilsi ci sia anche la Banati che oltre a svolgere l’attività di consulente scientifico occupa (pure qui) una poltrona nel cda. Sorpresa che si è tramutata in sospetto quando a settembre scorso tramite il sito istituzionale dell’Efsa si è saputo che la scienziata ungherese ed esperta di sicurezza alimentare ricopre questi ruoli sin dal 2003. Il fatto è stato denunciato in una conferenza stampa a Bruxelles da José Bové, vicepresidente della commissione Agricoltura del Parlamento europeo ed esponente della federazione Europe ecologie. Per di più, secondo quanto riferito dal deputato francese, la coincidenza dei due incarichi nella dichiarazione del conflitto di interessi della Banati, sarebbe stata inserita sul sito dell’Efsa solo in seguito alla pubblicazione di un dossier presentato a luglio 2010 dallo stesso Bové al commissario Ue per la Salute e la protezione dei consumatori, John Dalli. La verità è esattamente il contrario, hanno replicato dall’Authority: tutto è stato fatto nella massima trasparenza, inoltre tra Cda e comitato scientifico la separazione di ruoli è netta. «Il Cda dell’Efsa – ha spiegato in una nota la portavoce Lucia De Luca – non prende decisioni specifiche sui pareri specifici ma dirige il buon funzionamento dell’agenzia, è nominato dalle istituzioni europee in rappresentanza di tutte le componenti del mondo dell’alimentare e i suoi membri lavorano nella massima trasparenza». I 15 membri del cda Efsa, ha aggiunto De Luca, sono scelti dal Parlamento Ue in base alla loro esperienza e «non si può ignorare» che «queste persone rappresentano se stesse, non un’industria o uno stato membro. Il presidente e tutti i membri fanno una dichiarazione di interessi che rinnovano ogni anno: il nostro è uno dei sistemi più rigidi al mondo. Le riunioni del cda sono aperte al pubblico e vengono trasmesse su internet: il massimo della trasparenza. La presidente del cda è nominata dai membri, fra i quali ci sono anche rappresentanti dei consumatori». Tutto vero. Giova ricordare però che tra i compiti del cda c’è quello di scegliere gli esperti che compongono il comitato scientifico. Lo spiega la stessa Efsa nel suo sito. E se a questo si aggiunge che il parere degli esperti si fonda unicamente sull’analisi bibliografica delle opinioni contenute nei dossier forniti dell’azienda che chiede la commercializzazione del proprio prodotto transgenico, nonostante le rassicurazioni, l’idea che il ruolo di presidente del cda debba essere svolto da una persona totalmente fuori da rapporti con le multinazionali, resta. La credibilità della Banati è stata messa in discussione anche da Mario Capanna, presidente della Fondazione diritti genetici, che le ha inviato una lettera chiedendole di dare le dimissioni: «Il perché del conflitto di interessi è evidente – scrive Capanna-. L’Efsa è incaricata di formulare pareri scientifici indipendenti sulla base dei quali le autorità preposte agiscono a livello normativo e politico sul tema della sicurezza alimentare; l’Isli riunisce tra le maggiori industrie agroalimentari, tra cui Nestlé, Basf, Monsanto». Come può la Banati, osserva Capanna, far parte di un’associazione che rappresenta gli interessi delle multinazionali biotech e al contempo presiedere il cda di un’agenzia pubblica chiamata a tutelare la salute e gli interessi dei cittadini europei in modo indipendente, credibile e al di sopra delle parti? In passato, notano alla Fondazione diritti genetici, l’indipendenza dell’Efsa è stata più volte messa in discussione da organismi indipendenti. In particolare da uno studio realizzato dall’associazione Friends of the earth nel 2004, nel quale si dimostrava come più di un esperto dell’Agenzia europea, incaricato di valutare gli Ogm, avesse dei legami con l’industria del settore. L’ultimo caso di conflitto d’interessi risale allo scorso gennaio, quando è stata resa pubblica la notizia che la direttrice Suzy Reckens lavorava per la multinazionale Syngenta già prima di lasciare il proprio incarico all’Efsa. Due indizi fanno una prova?

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il caso

Quel pacco di dossier sul tavolo di Bruxelles

È partito lunedì 10 ottobre al Consiglio dei ministri dell’Agricoltura dell’Unione europea, il primo dibattito politico sulla strategia proposta da Bruxelles circa il futuro degli Organismi geneticamente modificati in Europa, ma già si accumulano alla Commissione europea le procedure in corso di autorizzazione per la coltivazione di prodotti transgenici. Sono infatti 15 le domande per coltivare prodotti Ogm il cui iter decisionale è in corso d’attuazione. Di queste, quattro si trovano nettamente in pole position. Secondo fonti d’agenzia, si tratta del mais Bt11 della Syngenta, del mais 1507 della Pioneer, del mais Nk603 della Monsanto, e del rinnovo dell’autorizzazione per il mais Mon810. Queste quattro procedure erano già state avviate nella prima commissione Barroso, e la prima decisione attesa è quella per il rinnovo dell’autorizzazione decennale al mais Mon 810. Siamo oramai nel pieno del confronto sul futuro degli Ogm in Europa (il 14 ottobre ne hanno parlato i ministri dell’Ambiente) e in particolare sulla strategia decisa da Bruxelles di lasciare a ciascuno dei 27 Stati membri dell’Unione la libertà di decidere se autorizzare o meno la coltivazione di Ogm sul proprio territorio. Al momento, poche capitali si sono pronunciate. Tra queste c’è Parigi, che si è detta subito contraria, preoccupata della creazione di situazioni diverse con il rischio di distorsioni di concorrenza.

left 40/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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