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Salute

Prove di Stato etico

 

Giuliano Ferrara, giornalista, e Olimpia Tarzia (lista Polverini, Regione Lazio) fondatrice del Movimento per la vita

 

Nel Lazio, si discute la proposta di legge Tarzia di riforma dei consultori. Un distillato di norme che attaccano l’identità e la capacità di autodeterminazione della donna di Federico Tulli

Nella settimana in cui la legge 40/04 sulla procreazione assistita per manifesta incostituzionalità di uno dei suoi articoli finisce per la seconda volta sotto la lente dei giudici dell’Alta corte, e il Karolinska institut di Stoccolma assegna il Nobel per la medicina al padre della fecondazione in vitro, Robert Edwards, è entrata nel vivo a Roma la discussione sulla proposta di legge regionale avanzata dal consigliere del centrodestra (lista Polverini), Olimpia Tarzia, per la riforma dei consultori nel Lazio. A leggerne alcuni passaggi vien da pensare di trovarsi su una macchina del tempo impazzita (e targata Santa romana chiesa): «La Regione riconosce il valore primario della famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio e quale istituzione finalizzata al servizio della vita (…) e tutela la sua unità, la fecondità, la maternità e l’infanzia» (art.1); oppure «la Regione tutela la vita nascente ed il figlio concepito come membro della famiglia» (art.3); oppure ancora, all’articolo 26, si istituiscono nei consultori i Comitati bioetici, che “vigilano” «sulla conformità dei servizi erogati alle norme bioetiche». Premesso che nell’ordinamento italiano non esistono leggi bioetiche, al pari di altre norme o provvedimenti ispirate ai dettami delle gerarchie ecclesiastiche (vedi legge 40 e obbligo di ricovero per l’aborto farmacologico con Ru486), la proposta di legge Tarzia nasce già con un piede nelle stanze della Corte costituzionale. L’ufficio legislativo del Consiglio regionale ha infatti dichiarato il testo (per via degli articoli su citati) a rischio di «violazione» della Carta. In attesa che anche in questo caso la Costituzione renda giustizia a chi si batte in difesa di diritti civili che si davano oramai acquisiti da decenni, l’opposizione si sta organizzando con diverse controproposte di riforma della legge 15/76 sui consultori, targate Idv, Sinistra e libertà, Radicali e Partito democratico. Testi definitivi o in bozza, con sfumature diverse ma tutti orientati a tutelare la salute psicofisica della donna – che secondo la Tarzia deve sottoporre le sue decisioni a un pool composto da «un esperto in materia di bioetica, un giurista, un medico legale, un educatore, uno psicologo e un farmacologo» – e a mantenere di dominio pubblico la gestione dei consultori. Ecco alcuni commenti alla pdl della fondatrice del Movimento per la vita, formulati da politici ed esperti. Secondo la vice presidente del Senato, la radicale Emma Bonino, «la legge Tarzia è un test nazionale che fa parte della campagna orchestrata dal centrodestra sui grandi temi relativi alla vita, temi che in Italia vengono chiamati “etici” e che invece sono i temi della libertà. Una campagna avviata a luglio con un convegno organizzato da Polverini, Formigoni e Cota» (rispettivamente presidente del Lazio, della Lombardia e del Piemonte) e «rilanciata la scorsa settimana da Berlusconi» nel presentare l’agenda governativa sulla bioetica. Dal canto suo Rocco Berardo, consigliere regionale Lista Bonino Pannella, punta il dito sui passaggi più ideologici del testo in questione: «Indicare il valore primario della famiglia “fondata sul matrimonio”, sembra voler dire che nei consultori possono entrare solo le donne sposate. Scrivere che un figlio concepito è già membro della famiglia, è di fatto far coincidere embrione e persona». «Certo – osserva Elisabetta Canitano, ginecologa e presidente di Vita di donna – oggi i consultori non sono ancora uno ogni 20mila abitanti, come prevede la legge del 76, nonostante ciò ogni giorno vi si seguono le gravidanze di chi ancora crede nell’assistenza pubblica (e viene ricompensata con esiti migliori, e con meno cesarei) e delle donne straniere. Fanno i pap test, inseriscono le donne nello screening nazionale contro il tumore del collo dell’utero. Si occupano di adozioni. Accolgono le donne che vogliono interrompere una gravidanza e aiutano quelle che la vogliono portare avanti e non ne hanno i mezzi. Si occupano di conflitti in famiglia e di adolescenti in difficoltà. Aiutano i minori a fare le giuste scelte contraccettive. Tutto questo senza giudicare, senza imporre. Ascoltando e cercando di dare a ognuno ciò che è nelle sue corde. Ora l’onorevole Tarzia vuole porre fine a tutto ciò». Infine il commento di Anna Pompili, ginecologa di Roma: «Questa proposta di legge offende le donne, offende il lavoro e la professionalità di operatori appassionati. Già dai primi articoli si capisce che non di riforma si sta parlando ma di smantellamento dei consultori. Mortificando il genere al quale appartiene, l’onorevole Tarzia si fa strumento di un’etica superiore (ovviamente quella che alberga sull’altra sponda del Tevere), che considera le donne delle poverette che devono essere amorevolmente prese per mano e accompagnate nel loro destino naturale di mogli, madri, puerpere, un ruolo che si può esplicare solo all’interno di una famiglia, inevitabilmente “fondata sul matrimonio”».

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La (contro)riforma della Tarzia: «Vigilare» sulla donna

Ecco l’incipit della relazione per la proposta di legge regionale del Lazio “Riforma e riqualificazione dei consultori familiari” di iniziativa del consigliere Olimpia Tarzia.  «La proposta di legge regionale in commento ridefinisce il ruolo dei Consultori familiari non più strutture prioritariamente deputate a fornire, in modo asettico, una serie di servizi sanitari o para-sanitari alle famiglie, bensì istituzioni vocate a sostenere e promuovere la famiglia e i valori etici di cui è essa portatrice e che trovano solenne riconoscimento nella Carta costituzionale e nella Legge regionale 32/01 del Lazio. La prefata legge fissa importanti principi, in particolare in ordine alla tutela della vita e del figlio concepito, già considerato membro della famiglia, ai quali l’azione dei Consultori è chiamata a conformarsi. L’articolato in commento persegue l’obiettivo di fare delle strutture consultoriali il punto di riferimento nell’azione di promozione dei servizi alla famiglia. Ai Consultori è affidato il delicato compito di vigilare sulla famiglia, prevedendo e prevenendo le situazioni di crisi e sostenendola nel suo intero ciclo vitale. Operando secondo un approccio interdisciplinare, i Consultori devono valorizzare e ricondurre a unità le diverse competenze e i tanti saperi che la comunità familiare esprime e utilizzarli in funzione preventiva del disagio e dell’eventuale crisi. Il sostegno alla famiglia deve esprimersi “da subito”- a partire dall’aiuto alla coppia a costruire un “progetto di famiglia”, assumendosene, in modo consapevole, la responsabilità – e durare nel tempo: l’accompagnamento e il sostegno devono essere costanti e perdurare per l’intero ciclo della vita familiare».

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L’intervento

«Noi non vogliamo tornare indietro»

di Gianluca Santilli, membro dell’Esecutivo del Partito democratico di Roma

Questa volta la faccenda è seria. Su proposta di Olimpia Tarzia, cofondatrice nel 1975 del Movimento per la vita e consigliere regionale del centrodestra eletta nella lista Polverini, il Consiglio regionale del Lazio ha avviato in commissione Politiche sociali l’iter di discussione della proposta di controriforma della legge 15/76 che istituì i consultori familiari. La proposta di legge Tarzia giunge poco dopo il blocco della somministrazione della pillola abortiva Ru486 nel Lazio, ed è talmente violenta da apparire a tratti grottesca. A mio parere, siamo di fronte all’ennesimo attacco ideologico all’identità delle donne, alla loro libertà di autodeterminazione e alla legge 194/78 sull’aborto. Chiaramente, ancora una volta l’attacco è condotto da sedicenti politici paladini della fede e ossequiosi ai dettami d’Oltretevere. Non ci dimentichiamo infatti che l’onorevole Tarzia, oltre a essere stata una delle fondatrici dell’associazione che nel 1981 ha promosso il referendum abrogativo della 194, è stata anche delegata dal cardinale vicario Camillo Ruini in rappresentanza della diocesi di Roma al Convegno ecclesiale della Chiesa italiana svoltosi a Verona nell’ottobre 2006 e alla 45esima Settimana sociale dei cattolici italiani del 2007. Se la sua assurda legge venisse approvata, nel Lazio, i consultori familiari verrebbero profondamente sconvolti dall’introduzione dell’associazionismo privato, in gran parte cattolico, che dirigerebbe le strutture di consulenza non più verso le persone ma verso l’istituzione “famiglia”. Peraltro la distorsione maggiore sarebbe quella relativa all’introduzione di un comitato di bioetica che avrebbe il compito di sovraintendere e controllare il comportamento degli operatori dei consultori. E io mi domando: secondo quale codice etico? Naturalmente, secondo la Tarzia, si tratta di quel codice morale dettato da Santa romana chiesa, tendente a considerare «il figlio concepito (!) già membro della famiglia», il consultorio «istituzione vocata a sostenere e promuovere la famiglia e i valori etici di cui essa è portatrice» e la donna bisognosa di un aiuto che le ricordi «il suo dovere morale di collaborare nel tentativo di superare le difficoltà che l’hanno indotta a chiedere l’interruzione volontaria di gravidanza». Le persone che si rivolgeranno ai consultori non potranno quindi avere delle convinzioni etiche liberamente e intimamente formate ma dovranno adeguarsi a quelle pensate per loro dalla Regione Lazio. Per di più da una Regione genuflessa. E questo è solo il preludio: la prossima sarà una proposta di revisione della 194. Statene certi. Perché se dovesse passare la legge Tarzia, la 194 non farebbe più riferimento all’interruzione di gravidanza ma a un omicidio, secondo gli intendimenti della fondatrice del Movimento per la vita che ho sopra esposto. Oggi ci sono donne che vivono consapevolmente l’attuale momento storico, che cercano di crescere i loro figli allo stesso modo, mettendo loro a disposizione informazioni e cultura. Queste donne vorrebbero uno stato laico che insegnasse l’uso dei contraccettivi anche per la salvaguardia della salute. Donne che, come sostiene la ginecologa e presidente di Vita di donna, Elisabetta Canitano, se volessero parlare della loro interruzione volontaria di gravidanza con le associazioni delle famiglie, cattoliche e non, o con un sacerdote, lo farebbero già adesso. E se non lo fanno vuol dire che non vogliono. Dunque con questa legge le si vuole soltanto obbligare a farlo. Allo stesso modo, se volessero usare i metodi contraccettivi naturali li userebbero, anche in considerazione del fatto che nella preparazione al matrimonio cattolico è già compreso l’insegnamento dei metodi naturali (peraltro inefficaci) da parte degli “esperti”. Donne che invece chi ha pensato questa legge vuole soltanto umiliare, sottoponendole a un calvario inutile e dannoso che per di più le indirizzerebbe verso i rischi dell’aborto clandestino. È questo l’unico vero risultato che si può ottenere quando il percorso verso una interruzione di gravidanza libera e consapevole viene pesantemente ostacolato. Purtroppo viviamo in una nazione che ancora non ha introdotto nelle scuole l’educazione sessuale e l’informazione sui metodi di contraccezione, materie che sono state indebitamente sostituite da un’ora di religione cattolica. E come se non bastasse, alla mancanza di informazione si aggiungono la disinformazione e la demonizzazione dei consultori, indicati come luoghi esclusivi per l’aborto, sottacendo che invece si tratta di luoghi in cui ogni anno (nel Lazio), per ottenere molteplici servizi, passa la metà delle donne che aspettano un bambino. Sono tantissime le attività che i consultori svolgono a favore della salute di tutti e dell’educazione sessuale degli adolescenti. Al contrario, con la legge Tarzia si andrebbero a sostituire i concetti di “assistenza” e “diritti” con quello molto cristiano di “carità” attraverso l’erogazione di miseri sussidi. Il medesimo concetto che ritroviamo nelle politiche della Giunta romana del sindaco Alemanno e del Governo Berlusconi in tema di servizi sociali: social-card, family-card, bonus bebè, fino al tentativo di sostituire l’erogazione dei servizi di assistenza con dei ticket in denaro. Si passa così dall’idea di sostegno a quella di “elemosina” alle fasce più deboli della società. Senza peraltro chiarire se le coppie non sposate siano da considerarsi anch’esse famiglie o se invece siano escluse dal codice etico della Tarzia e quindi dagli eventuali benefici di questa legge, qualora ve ne fossero. Con buona pace del sistema di diritti faticosamente costruito in Italia attraverso tante battaglie di civiltà. Per tutto ciò, sono oltremodo convinto che ci troviamo a dover combattere una difficile e pericolosa battaglia di civiltà nella quale non possiamo assolutamente lasciare soli i consiglieri regionali di centrosinistra, a cominciare da Tonino D’Annibale, vice presidente Pd della commissione Politiche sociali. Noi del Pd per primi, ma insieme a tutte le forze democratiche del centrosinistra, dobbiamo mobilitarci scendendo nelle piazze, fra la gente, entrando nella rete e nei luoghi di lavoro per far conoscere quali siano le reali intenzioni della Giunta Polverini e per informare i cittadini dei rischi che comporta la limitazione della libertà delle donne da parte di chi persegue l’atavico interesse di sovraintendere ai loro comportamenti. E dobbiamo muoverci tutti insieme per non precipitare nel più bieco oscurantismo che qualcuno di nuovo vorrebbe imporci.

left 39/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
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