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Salute

«La doppia etica dei cattolici»

Il ginecologo Carlo Flamigni

Breve colloquio con il padre italiano della fecondazione in vitro, il ginecologo Carlo Flamigni, in occasione dell’assegnazione del premio Nobel per la Medicina 2010 a Robert Edwards di Federico Tulli

Professor Flamigni, qual è il grande merito di Edwards?
Risolvendo il problema della sterilità, lui ha saputo realizzare quello che è stato un grande desiderio degli scienziati negli ultimi due secoli. Inoltre la sua scoperta ha posto le basi per il filone di ricerca che a partire dalla selezione degli embrioni si occupa della possibilità di far nascere solo bambini non condannati, non condizionati da malattie ereditarie. Siamo oggi di fronte a esperimenti che non si sa quando sfoceranno in applicazioni cliniche ma che fanno sperare a tutti noi di poter un giorno trattare con le cellule staminali patologie che per il momento non trovano soluzione.

E’ tipico delle scoperte geniali stimolare intuizioni in più ambiti della conoscenza.

Avendo conosciuto di persona Edwards, posso dire che non si è limitato a valutare le implicazioni “tecniche” strettamente legate alla sua scoperta. Da uomo di grande fantasia e cultura, ha sempre affrontato anche i problemi etici. De resto è presente in prima persona nella ricerca scientifica degli ultimi 50 anni. Se non merita il Nobel lui, chi altri?

Tramite la Pontificia accademia per la vita, il Vaticano ha definito «fuori luogo» il Nobel a Edwards. Monsignor Roberto Colombo, biochimico e, come lei, componente del Comitato nazionale per la bioetica (Cnb), ha detto che «la fecondazione in vitro suscita gravi interrogativi morali». Questo, a fronte di 4,5 milioni di bambini nati grazie alla “provetta”.
C’è chi parla senza avere alcuna competenza scientifica nel campo della fecondazione assistita. Bisogna cominciare stabilire i criteri da rispettare per avere il diritto di giudicare pubblicamente l’azione di uno scienziato. Io comunque sono molto perplesso. Stiamo parlando di sette religiose: alcune sono dignitose, altre no. E non so fino a che punto per la Chiesa cattolica sia conveniente distogliere in questo modo l’attenzione dell’opinione pubblica dai suoi misfatti. Che diritto hanno di sindacare sulla morale uomini che appartengono a una setta che è tristemente nota per il grande numero di pedofili che coltiva e protegge ponendosi al di sopra della legge dello Stato?

La Chiesa alza i toni man mano che la scienza definisce sempre più il confine tra vita biologica e vita umana e tra vita umana e morte. Gli stessi strali sono stati scagliati contro le “cellule sintetiche” di Craig Venter e contro quelle istituzioni pubbliche che non mettono i bastoni tra le ruote alla ricerca sulle staminali embrionali. La biomedicina progredisce nonostante gli anatemi?
Certamente. Il problema è che le prediche del Vaticano si ascoltano solo in Italia. Altrove certi interventi sono derisi. La religione meriterebbe rispetto se rimanesse un fatto privato. Purtroppo il nostro è un Paese ricattabile, dalla doppia, tripla morale. Uomini delle istituzioni che la sera organizzano festini nei loro palazzi, la mattina esaltano la santità del matrimonio.

L’agenda bioetica stilata dal governo e benedetta dal Cnb fa rabbrividire. Temi come la contraccezione d’emergenza e l’aborto trattati con piglio inquisitorio.
Non sono molto spaventato, purché si sappia che i pareri del Comitato non valgono nulla. Un Cnb che decide per maggioranza (come è accaduto per l’insegnamento della bioetica nelle scuole) ha in mente l’idea cattolica che esistono principi morali buoni, i propri, e principi morali cattivi, quelli degli altri.

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Le associazioni: Un Nobel alla laicità

«Senza alcuna motivazione scientifica, la legge 40/2004 sulla Procreazione medicalmente assistita vieta di utilizzare in Italia tutte le possibilità introdotte da Robert Edwards». Così l’avvocato Filomena Gallo, presidente dell’associazione di pazienti infertili Amica Cicogna e vice segretario dell’associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, commenta l’assegnazione del Nobel 2010 al “padre” della fecondazione in vitro. «Si tratta – prosegue Gallo – di un riconoscimento alla scienza senza i pregiudizi ideologici. Pregiudizi che nel nostro Paese invece entrano in modo arrogante nella vita di quei cittadini che per un avere un figlio hanno bisogno dell’aiuto della medicina». Solo gli interventi dei tribunali italiani e della Corte costituzionale consentono alle coppie di pazienti infertili di ottenere garanzie per la propria salute e rispetto dei diritti civili individuali. Ma è ancora vietato ricorrere alla fecondazione eterologa. «Per fortuna – conclude Filomena Gallo – Edwards non ha mai vissuto in Italia, poiché senza la sperimentazione», osteggiata in tutti modi dalle istituzioni pur non essendo illegale, «non avrebbe mai raggiunto questi risultati».
Anche la Consulta di bioetica ha salutato con grande entusiasmo il conferimento del premio Nobel per la Medicina 2010 a Robert Edwards. «Il prestigioso riconoscimento allo scienziato di Cambridge – spiegano Maurizio Mori e Alberto Giubilini, rispettivamente presidente e segretario – certifica non solo l’alto valore scientifico del suo lavoro ma anche l’alto valore etico delle sue scoperte, che rendendo possibile il trattamento dei problemi della sterilità hanno ampliato la libertà di scelta delle persone in materia riproduttiva. Il valore simbolico del riconoscimento è ancora più grande se si pensa a quanto ancora oggi, soprattutto nel nostro Paese, sulle tecniche di fecondazione assistita pendano le condanne morali degli ambienti legati a visioni tradizionaliste della vita e della riproduzione. Oggi chi cerca attraverso la scienza di ampliare il benessere e la libertà delle persone è guardato da questi ambienti con sospetto anziché con gli onori che gli spettano».                                          f.t.

left 39/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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