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Salute

Legge 40, ancora nei guai

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Il divieto di fecondazione eterologa è incostituzionale. Lo ha affermato il tribunale di Firenze che ha girato il rilieco all’Alta Corte dopo aver accolto il ricorso di una coppia sterile che non può accedere alle cure in Italia di Federico Tulli

Per la seconda volta in sei anni di vita la legge 40 sulla Procreazione medicalmente assistita (Pma) finisce sotto la lente della Corte costituzionale. La prima sezione del Tribunale civile di Firenze ha sollevato ieri il dubbio di costituzionalità sull’articolo con il quale si vieta alle coppie sterili di accedere alla fecondazione eterologa, con ovuli o seme donati da persone esterne alla coppia. Il giudice del capoluogo toscano ha così accolto il ricorso di una coppia assistita dagli avvocati Filomena Gallo e Gianni Baldini sospendendo il processo e rimettendo gli atti alla Corte. L’uomo soffre di mancanza di spermatozoi causata da terapie fatte in adolescenza e con la compagna, dopo essere stati in Svizzera e in altri centri stranieri, senza alcun risultato, si sono rivolti all’Associazione Luca Coscioni. Il loro obiettivo è quello di poter effettuare le cure in Italia.

È la prima volta che un tribunale ordinario ritiene costituzionalmente illegittimo il divieto di procreazione assistita di tipo eterologo. Un’eventuale accoglimento del ricorso da parte dell’Alta corte potrebbe porre fine al fenomeno tutto italiano della cosiddetta “fecondazione esterologa”, costosi ricoveri in Paesi stranieri dove le ideologiche imposizioni che caratterizzano la legge 40 sono scomparse dal pensare comune sin dal Medioevo. Il giovane che ha preso una violenta pallonata ai testicoli, la donna che va in menopausa precoce, l’uomo che ha avuto un tumore, chi nei primi anni di vita ha sconfitto il cancro sottoponendosi a chemioterapia sono tutte persone che in Italia, essendo sterili, sono costrette per legge a rinunciare ad avere un bambino. L’unica possibilità è infatti il ricorso alla fecondazione eterologa. Già nel 2008 lo stesso tribunale fiorentino si era rivolto all’Alta corte che poi ha accolto il rilievo giudicando la legge 40 parzialmente incostituzionale per violazione dell’articolo 32 della Carta, quello che garantisce il diritto alla salute.

A tutela della donna che si sottopone a un trattamento per l’infertilità, con la sentenza 151/09 sono stati pertanto eliminati l’obbligo di produzione di soli tre embrioni in ogni ciclo di fecondazione, l’obbligo del loro contemporaneo impianto, e anche il divieto di congelamento degli embrioni in sovrannumero. Con la nuova decisione del tribunale di Firenze un altro dei punti nodali del testo originario (oggetto di uno dei 4 quesiti del referendum abrogativo nel 2005) può essere definitivamente scardinato, rivelando ancora una volta, semmai ce ne fosse stato bisogno l’estremo e gratuito sadismo di chi pensò questa norma. «Ci auguriamo che la Consulta elimini il divieto della fecondazione eterologa, consentendo così alla legge 40 di diventare sempre più comunitaria», commenta a Terra l’avvocato Filomena Gallo che è anche presidente dell’associazione Amica cicogna.

«Il tribunale di Firenze – prosegue – ha riconosciuto che è irragionevole e discriminatorio non consentire a chi è totalmente sterile di conseguire il fine procreativo di coppia, utilizzando le tecniche disponibili. Ed è per questo che, se il giudice italiano non ritiene di poter procedere a un’interpretazione della legge nazionale in contrasto con la normativa comunitaria, deve sollevare la questione di costituzionalità sottolineando un conflitto netto tra la norma e i diritti dell’Uomo». Ad aprire la breccia al ricorso è stata infatti ad aprile scorso una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha bocciato un divieto simile contenuto nella legge austriaca rea di violazione del principio di uguaglianza e della norma che vieta alle autorità di intromettersi nelle scelte di vita familiare (princìpi regolati dagli articoli 8 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo).

Come aveva spiegato in quell’occasione al nostro giornale l’avvocato Gallo «la sentenza di Strasburgo ha valore solo per l’Austria però, in base all’articolo 117 della nostra Costituzione diventa parte del nostro ordinamento, perché l’Italia ha sottoscritto la Convenzione cui la sentenza fa riferimento». Gli Stati non hanno l’obbligo di regolamentare la materia, però nel momento in cui lo fanno e consentono alle coppie di accedere alla fecondazione assistita non possono regolare situazioni simili in maniera dissimile. Strasburgo ha indicato la rotta, ora il timone passa all’Alta corte italiana. Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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