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Ricerca scientifica

«Il nostro peggior nemico è la disinformazione scientifica»

Carlo Alberto Redi

Quali scenari apre lo sviluppo della biologia sintetica? Il biologo dell’Università di Pavia, Carlo Alberto Redi, anticipa a left i temi del suo intervento a BergamoScienza di Federico Tulli

 

Mai come negli ultimi 200 anni lo sviluppo scientifico, crescendo in maniera esponenziale, ha segnato la storia dell’uomo. Dal secolo della chimica, il 1800, a quello della fisica, il 1900, fino al millennio delle scienze della vita, quello da poco iniziato, la biologia si è modificata da scienza storica e descrittiva in scienza “concreta”. Un deciso salto di paradigma, quest’ultimo, maturato lungo un ventennio a partire dalla mappatura del Dna, passando per lo studio delle cellule staminali (embrionali e adulte), per finire con gli ultimi esaltanti risultati nel campo della biologia sintetica, annunciati a fine primavera su Science dal J. Craig Venter institute (California, Usa). Obiettivo di questa disciplina, spiega a left Carlo Alberto Redi, accademico dei Lincei e docente di Biologia dello sviluppo all’Università degli studi di Pavia, è ricostruire artificialmente sistemi biologici, a partire dalla seguente riflessione: «Ogni sistema biologico può essere considerato una combinazione di elementi funzionali individuali, che possono essere ricombinati in nuove configurazioni capaci di modificarne le proprietà o di crearne di nuove». Come tutte le novità che segnano un punto a favore della conoscenza, le “cellule artificiali” di Venter sono subito state messe all’indice da pensatori e scienziati cattolici i quali, facendo riferimento ai rischi di natura etica che può comportare la creazione di forme di vita sintetiche, sono arrivati a proporre di bandirla del tutto. Un attacco alla libertà di ricerca avallato da quotate (e insospettabili) testate giornalistiche, tra cui l’Economist, che hanno accusato senza tanti giri di parole Venter e i suoi colleghi biologi di volersi sostituire a dio nella creazione di forme di vita. A quattro mesi dall’annuncio su Science facciamo il punto sulle ricerche in questo campo con Carlo Alberto Redi, anticipando alcuni dei temi che lo scienziato svilupperà il 4 ottobre a BergamoScienza nell’incontro dal titolo “L’unità della biologia: dal corpo alla sintesi del vivente”.
Professore, il dibattito pubblico si è arenato sulle implicazioni etiche, facendo perdere di vista le potenzialità delle cellule “di” Venter. Nei laboratori dove si studiano le cellule sintetiche cosa accade?
Le attuali ricerche della biologia sintetica interessano il settore industriale e sanitario, con la fabbricazione di strumenti biologici e la produzione di nuovi materiali nel campo delle nanotecnologie, e con la capacità di controllare il comportamento delle membrane cellulari e di rivelare e trattare alcune patologie.
Dopo il sequenziamento del genoma, in biologia c’è stato un repentino avanzamento delle conoscenze, accelerato in particolare negli ultimi 20 anni.
Oggi abbiamo a disposizione strumenti con cui possiamo operare una sorta di “taglia e cuci” delle caratteristiche della molecola di Dna, fino a ottenere la costituzione di un organismo vivente, diverso da quello originario nella parte artificiale.
I critici hanno definito questa operazione “creazione di vita”. Qual è il suo parere?
Chiariamo anzitutto i termini del discorso. Stiamo parlando di biologia sintetica, cioè di fare in laboratorio delle modifiche di un processo naturale. Realizzando un singolo mattone di queste molecole importanti, che può essere un aminoacido, una proteina, un vaccino, un batterio in grado di metabolizzare il petrolio, che magari esisterà in natura ma non l’abbiamo ancora trovato. Di contro, la vulgata a cui ha partecipato anche l’Economist non ha nulla a che fare con la realtà del fatto biologico. Nei nostri laboratori non viene inventata nessuna vita.
Ci spieghi meglio…
La vita, in ambito biologico, è un processo materio-energetico che è iniziato 3,5 mld di anni fa e che tuttora continua. Significa che è un processo basato su degli elementi chimico-fisici caratteristici dei fenomeni biologici e che noi essenzialmente riduciamo a: capacità di una entità biologica di mantenersi in relazione al proprio ambiente, e capacità di un organismo di riprodursi. Se questa è la definizione corretta di cosa è vita, è chiaro che laddove i biologi sono oggi in grado di alterare alcuni di questi passaggi, non c’è creazione di alcuna vita. C’è semmai una sua modificazione.
Ma questa c’è sempre stata, dall’invenzione dell’agricoltura in poi.
All’età della pietra, nel Medioevo o nell’800, la modifica di un organismo veniva compiuta dall’uomo con determinati strumenti. Oggi questi “arnesi” sono tecnologicamente più avanzati e decisamente più raffinati. Pertanto, mentre prima venivano cambiate le caratteristiche chimico-fisiche di un vegetale incrociandole con altre (ottenendo un organismo vivente con caratteristiche diverse dai due parentali), oggi si può intervenire a un altro livello, più “profondo”, che è quello del Dna. Un esempio concreto è quello di un batterio inserito nel genoma del mais che rende la pianta resistente ai parassiti. Questa abilità nel “modificare” molecole è stata raggiunta anche nel campo delle cellule staminali.
Dove potrà arrivare la biologia sintetica in medicina?
Sia chiaro che stiamo parlando di un orizzonte lontano. Non prima del 2020 avremo di sicuro vaccini e potremo definire trattamenti personalizzati di alcuni tumori tramite nanoparticelle di biologia sintetica. Queste potranno essere impiegate quindi per la somministrazione di farmaci, per ottenere risposte particolari sotto il profilo immunitario, per andare a colpire particolari cellule e non altre. In questo senso già sappiamo che la biologia sintetica avanzerà insieme con un’altra tecnologia avanzata, quella delle nanoscale. L’importante è che si investa, ma questo non può prescindere da una corretta informazione del pubblico. left 38/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
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