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Società

Una fioca luce in fondo al tunnel

11 febbraio 2009, black out a Milano

In un saggio di Marzio Bellacci, cinquant’anni di mala politica energetica. Con prefazione di Margherita Hack di Federico Tulli

«Quando dico di non avere pregiudizi nei confronti del nucleare spesso mi chiedono che cosa farei se mi aprissero una centrale vicino casa, a Trieste. Non sanno che in pratica ci s’ha già. Quella slovena è a due passi dalla frontiera ed è pure vecchia!». Circa 400 anni fa «la paura antiscientifica» della Chiesa cattolica portò dinanzi al tribunale dell’Inquisizione il suo illustre collega, Galileo Galilei, forse è anche per questo che l’astrofisica Margherita Hack proprio non digerisce «l’atteggiamento ideologico e irrazionale» di chi impedisce qualsiasi possibilità di dibattito «serio e approfondito» su temi importanti e delicati come quelli che riguardano la produzione e l’approvvigionamento energetico nel nostro Paese. Un confronto, racconta a left la scienziata fiorentina, che da anni si riduce «a una contrapposizione sterile tra chi pensa che il nucleare sia di destra e le rinnovabili siano di sinistra». Col risultato che nel nostro Paese non v’è traccia di una politica energetica degna di questo nome. La storia di questo ennesimo pasticcio all’italiana è raccontata in maniera egregia, dettagliata e puntuale da Marzio Bellacci in Italia a lume di candela, dal 26 agosto in libreria per L’Asino d’oro edizioni. Un agile pamphlet, di cui la Hack ha firmato la prefazione, in cui l’autore, giornalista tra i massimi esperti nazionali nel campo, racconta in modo semplice ma efficace la cinquantennale storia della politica energetica italiana. Una storia che Bellacci definisce «folle», alla quale con una pianificazione finalmente organica sarebbe il caso una volta per tutte di porre fine. «L’inchiesta di Bellacci – prosegue Hack – è estremamente utile per chi non si accontenta di ciò che raccontano i politici e vuole capire quali siano gli effettivi vantaggi, o svantaggi, di ciascun tipo di tecnologia, i costi e la loro fattibilità». Di miti, leggende e favolette da smascherare ce ne sono parecchi. In Italia a lume di candela si scopre, ad esempio, che «ancora oggi l’elettricità prodotta e distribuita da centrali estere ci costa il 40 per cento in più della media europea, o che «la “favola del carbone” si è arenata per l’incapacità italiana di adeguare i carri ferroviari e i binari agli standard del resto del mondo». Ancora, tra le pagine del libro emerge che il metano «è la fonte meno inquinante, ma più costosa, senza contare il problema dei rigassificatori». Insomma, ciascuna tecnica ha i suoi pro e i suoi contro, com’è naturale che sia. Un po’ meno naturale è il modo in cui i nostri politici hanno sempre deciso di intervenire. «Un mordace commento, purtroppo giusto, dei nostri cugini francesi l’ha fatto lo scienziato George Vendryes», scrive Hack nell’introduzione. «Noi francesi e voi italiani – dice Vendryes – ci troviamo in condizioni energetiche molto simili per mancanza di risorse proprie. Ma c’è una differenza: il programma nucleare francese fu varato nel 1973 dal nostro governo di allora. Ma è stato considerato da tutti i governi successivi come il programma nucleare della Francia. Voi italiani, invece, ogni volta che avete cambiato ministro dell’Industria, vi siete dati un nuovo piano energetico». Un capitolo di Italia a lume di candela è dedicato poi alle energie rinnovabili e pulite, «in grado per il momento di contribuire in misura irrisoria alla produzione elettrica nazionale». Ma anche qui, osserva l’autore, «il sospetto è qui si stiano compiendo gli stessi errori del passato». In definitiva, secondo le previsioni, «le nostre potenzialità sono tali che saremo ancora costretti a importare energia nucleare da tutti Paesi confinanti, energia eolica da Germania e Danimarca e biocarburanti da vari paesi». Da qui, per Marzio Bellacci e Margherita Hack «l’urgenza della ricerca per sviluppare nuove tecnologie». Ma, precisa la scienziata, «prima di costruire centrali atomiche, bisogna diventare un Paese serio, altrimenti finisce che chi oggi ce lo vuole imporre a tutti i costi smaltirà le scorie dove capita…».


left 33/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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