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Salute

Effetti indesiderati

Il bugiardino del Meropur, farmaco per l'infertilità

Il principio attivo dei farmaci “urinari” contiene i prioni, le proteine responsabili della variante umana del morbo della mucca pazza. Il rischio di infezione è solo teorico ma i pazienti infertili chiedono che l’avvertenza sia aggiunta anche al Meropur di Federico Tulli

Puntuale come un treno svizzero, in periodo di pianificazione della Finanziaria si presenta ogni anno il tema dell’eccessiva spesa sanitaria pubblica da contenere. è accaduto pure nel 2010. Una volta sono troppi gli ospedali, un’altra sono troppi i posti letto. C’è poi quel vizio molto italico di recarsi al pronto soccorso anche solo per farsi diagnosticare un fastidioso raffreddore. Perdendo tempo (e denaro) in attesa di essere visitati e facendone perdere al medico di turno che potrebbe invece dedicarsi ad altri casi più significativi. E qui ci fermiamo, per brevità, in attesa di vedere nei prossimi mesi che cosa uscirà fuori dal cilindro del ministro Tremonti (o chi per lui, visti i mala tempora che currunt in seno al centrodestra). Ma insomma, a torto o a ragione, sicuramente alcuni tagli saranno fatti. Perché allora non cominciare dal costo di farmaci che in seguito a un accurato controllo potrebbero risultare eccessivamente onerosi per il contribuente? Può essere questa l’occasione per risolvere anche l’annosa questione del Meropur, un farmaco utilizzato per trattare l’infertilità, oggetto di un’inchiesta su presunte tangenti pagate per ottenere il via libera a venderlo con un prezzo gonfiato (vedi box). Secondo la senatrice radicale eletta nelle liste del Pd, Donatella Poretti, il prezzo che la multinazionale (svizzera) Ferring, produttrice del medicinale, ha ottenuto dall’Agenzia italiana del farmaco per il Meropur è di 13,47 euro – compresi i 3 euro che i magistrati di Milano sospettano essere stati aggiunti in seguito all’“intervento” del senatore Cursi – a fronte dei 5,27 euro che si pagano per acquistare il Menogon, a esso equivalente. Il paradosso è che le vendite di quest’ultimo, molto meno costoso, sono in costante diminuzione, fa notare la Poretti in un’interrogazione parlamentare del 23 luglio scorso al ministro della Salute che fa il paio con quella di ottobre 2009 presentata dopo un’inchiesta di left. Meno paradossale è che entrambe le confezioni siano nel listino della Ferring: con prodotti simili l’azienda copre due fasce di clientela molto diverse tra loro. Accade anche nel mercato delle sigarette. Fatto sta che nei cinque anni da quando il Meropur è in vendita, il Servizio sanitario nazionale ha quasi triplicato le spese per dare ai pazienti infertili la stessa medicina. Quanti casi Meropur/Menogon ci sono sugli scaffali delle nostre farmacie?

Il medicinale in questione non è oggetto d’interesse solo della senatrice Poretti. Su queste pagine, sin dal 2006 abbiamo dato voce alle associazioni di pazienti infertili che chiedono alle autorità preposte (ministero della Salute, Aifa, Istituto superiore di sanità) di convincere la Ferring ad aggiungere al bugiardino un’importante avvertenza. Ma senza successo. Secondo acquisizioni scientifiche degli ultimi anni, per chi assume farmaci derivati da urine umane – come lo è il Meropur – c’è il rischio teorico di contrarre patologie virali. L’informazione è riportata in tutti i farmaci gonadotropine da urinari venduti in Italia. Tranne nel “nostro”. Una mancanza contestata dalle associazioni che rappresentano le coppie che ricorrono alla procreazione medicalmente assistita. Tanto più lo è dopo che nel 2009 uno studio pubblicato sul Journal of reproductive medicine, tra le più prestigiose riviste del settore, ha evidenziato la presenza di prioni, cioè le proteine responsabili della variante umana del morbo della mucca pazza (Creutzfeldt-Jakob), in preparati di gonadotropine menopausali umane (hMG). L’hMG è proprio la menotropina, principio attivo del Meropur. In Italia il rischio di contrarre il morbo della mucca pazza è prossimo allo zero, come dimostrano i soli due casi accertati dal 2000 (tra i due corre addirittura un periodo di 7 anni, essendo l’ultimo di poche settimane fa). Ma nel febbraio 2003 in una Gran Bretagna scossa da 160 decessi, le autorità sanitarie, a seguito del primo caso italiano della variante di Creutzfeldt-Jakob, sono state indotte a interrompere definitivamente per precauzione la vendita di un farmaco prodotto con urine di donne in menopausa provenienti dal nostro Paese. Va poi considerata anche l’indicazione dell’Organizzazione mondiale della sanità che nel 2010, ricorda Filomena Gallo, presidente dell’associazione di pazienti infertili Amica Cicogna, «ha aggiornato le linee guida sulla “distribuzione nei tessuti dell’infettività da encefalopatie spongiformi trasmissibili” (in cui rientra la “mucca pazza”), con il passaggio delle urine dalla categoria dei tessuti privi di infettività alla categoria dei tessuti a bassa infettività».

Infine un aspetto particolarmente inquietante. «Gli enti regolatori – sottolinea Gallo – non richiedono alcun controllo delle materie prime utilizzate (urine) né tanto meno delle donatrici. Inoltre nel momento in cui le urine vengono “lavorate” si perde ogni tracciabilità delle donatrici stesse. Questo è l’unico processo di produzione di proteine per uso terapeutico nell’uomo in cui non sia ancora richiesto un controllo approfondito di tutte le materie prime utilizzate. Tutto il contrario di quanto avviene nei prodotti emoderivati e in quelli di origine biotecnologica». «Preciso – conclude Gallo – che in ogni caso non mettiamo in dubbio la validità del farmaco, ma con le altre associazioni chiediamo da anni solo corretta informazione, alla luce del fatto che ci sono evidenze scientifiche della presenza di 39 elementi contaminanti nella menotropina». Cosa costa aggiungere questa avvertenza che peraltro è già presente in tutte le confezioni di Meropur vendute da Ferring, ad esempio, in Francia e in Gran Bretagna?

Il caso

La Ferring patteggia e risarcisce

Il gruppo biofarmaceutico svizzero Ferring, coinvolto nell’inchiesta della Procura di Milano su un presunto giro di tangenti che vede indagato anche l’ex sottosegretario alla Salute e senatore Pdl Cesare Cursi, ha patteggiato ai primi di luglio davanti al giudice per le indagini preliminari di Milano una pena pecuniaria, mettendo a disposizione, tra risarcimenti e somme confiscate, quasi 2 milioni di euro. Sulla base dell’accordo raggiunto dai legali della divisone italiana del gruppo con i pm, poi ratificato dal giudice, la società ha pagato 200mila euro di multa. Inoltre, ha risarcito il ministero della Sanità con altri 200mila euro e si è vista confiscare come prezzo e profitto del reato presupposto (la corruzione) oltre 1,5 milioni di euro. La società era indagata in base alla legge 231 del 2001 sulla responsabilità amministrativa degli enti. Secondo fonti d’agenzia, il senatore Cursi, indagato per corruzione, avrebbe preso nel 2005, insieme a un mediatore, una tangente da 100mila euro dalla Ferring (i vertici dell’epoca sono indagati) per far registrare il Meropur all’Agenzia italiana del farmaco a un prezzo maggiore. Oggetto delle indagini condotte dalla Guardia di finanza è anche un altro farmaco, un ormone della crescita, che circa 150 endocrinologi avrebbero prescritto dietro il pagamento di mazzette da parte della società farmaceutica per ogni nuovo cliente acquisito. Dopo il patteggiamento, il lavoro degli inquirenti si è concentrato sulla posizione delle persone fisiche indagate. Le indagini sono tuttora in corso.


left 31-32/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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