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Politiche sanitarie

Ultimi spasmi di una legge zombie

L'avvocato Filomena Gallo

Parecchie ombre, poche luci. La Relazione annuale sullo stato della fecondazione assistita in Italia commentata da Filomena Gallo, l’avvocato che ha portato la 40/2004 in tribunale di Federico Tulli

A marzo, la Corte europea dei Diritti dell’uomo nel condannare l’Austria per il divieto di fecondazione eterologa contenuto nella sua legislazione ha assestato, di riflesso, un duro colpo a una delle peggiori norme emanate nel nostro Paese durante l’era Berlusconi. Lo stesso divieto è infatti contenuto nella legge 40/2004 sulla Procreazione medicalmente assistita (Pma) e contrasta con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, «perché produce delle discriminazioni». Questa sentenza potrebbe diventare parte del nostro ordinamento se un giudice sollevasse l’eccezione, visto che anche l’Italia ha sottoscritto quella Convenzione. Sarebbe l’ennesima bocciatura per una legge che in sei anni di vita ha fatto notizia soprattutto per le sue disavventure giudiziarie. In occasione della Relazione annuale presentata al Parlamento dal ministero della Salute, left ha rivolto alcune domande a Filomena Gallo, avvocato e presidente dell’associazione di pazienti infertili Amica Cicogna.

Lo studio si riferisce alla situazione del 2008. Rispetto al 2007, aumentano i figli della provetta, che per la prima volta superano la soglia dei 10.000, e l’Italia conquista il record dei parti trigemini in Europa. Aumentano anche i cicli di stimolazione cui sono sottoposte le donne, che affrontano la fecondazione artificiale a un’età sempre più avanzata. Come vanno letti questi dati?

L’ulteriore incremento dell’età delle donne che si rivolgono alla Procreazione medicalmente assistita segnala la necessità di politiche migliori e concrete nell’ambito del welfare e del lavoro. E’ noto che dopo i 30 anni ci sono più difficoltà a concepire, ma la ricerca di una stabilità lavorativa in un Paese dove il welfare “femminile” è inesistente obbliga a spostare sempre più in là la decisione di fare un figlio. In presenza di parto “normale” questo già comporta dei rischi per la salute della donna e del nascituro. Figuriamoci cosa vuol dire qui da noi dove si è verificato un aumento del 2,6 per cento dei parti gemellari e il record europeo di gravidanze plurime. Peraltro i dati relativi al 2009-2010 segnaleranno sicuramente un calo delle gravidanze a rischio, grazie all’eliminazione dell’obbligo di impianto contestuale dei tre embrioni sancito dalla Corte Costituzionale a maggio 2009.

C’è qualcosa da salvare della legge 40?

Un dato positivo è che con l’articolo 11 ha istituito il Registro nazionale che effettua una copertura di raccolta dati su tutto il territorio nazionale. Acquisendo informazioni sui cicli di trattamento, sui protocolli terapeutici utilizzati e sui risultati e gli esiti in termini di gravidanze ed eventuali complicanze. Nonché effettuando un censimento di tutti gli embrioni prodotti e crioconservati in Italia. Sulla base di questi dati, è quindi possibile valutare le caratteristiche dei centri, la qualità delle prestazioni e l’efficacia e la sicurezza delle tecniche utilizzate.

Lei ha difeso i diritti di molte coppie infertili, negati da alcuni articoli della legge 40. Un anno fa, l’Alta corte ha evidenziato come l’obbligo di impianto contemporaneo di tre embrioni violasse il diritto alla salute della donna. Stessa sorte per il divieto di crioconservazione degli embrioni. Successivamente il tribunale di Salerno ha ammesso anche la diagnosi preimpianto (e quindi il trasferimento in utero di soli embrioni sani). Come procede la battaglia giudiziaria?

Siamo in attesa delle decisioni di alcuni tribunali sul divieto di applicazione di tecniche eterologhe e sul divieto di utilizzo per la ricerca degli embrioni non idonei per una gravidanza. Resta poi l’incognita embrioni abbandonati (quelli non utilizzati per l’impianto, ndr). Il nostro Governo non sa cosa farne, preferisce non decidere. Oggi possiamo sicuramente affermare che in Italia abbiamo una nuova legge sulla Pma, perché dopo la sentenza del 2009, se il caso concreto lo richiede, si possono ottenere più embrioni e crioconservarli. C’è poi, come detto, l’eliminazione del contemporaneo impianto di tutti gli embrioni prodotti ed è oramai applicabile l’indagine clinica diagnostica sull’embrione a seguito di richiesta delle coppie. Ma la legge 40 crea ancora discrimine in base alla patologia. Chi è sterile o infertile può accedere alla Pma e fare anche la diagnosi preimpianto, mentre chi è fertile ma portatore di patologia genetica non può. Nonostante alcune decisioni positive, l’ultima è del Tribunale di Salerno, per far nascere un figlio sano queste coppie saranno costrette a passare di fronte a un giudice. Almeno fino a quando non vi sarà una sentenza con portata generale.

Gli esperti

Esilio procreativo

L’Italia è il paese in Europa che registra il più alto numero di coppie che vanno all’estero per sottoporsi a tecniche di fecondazione assistita. è uno dei dati emersi dal 26esimo convegno della Società europea di riproduzione umana ed embriologia (Eshre) che quest’anno si è tenuto a Roma. A causa degli assurdi divieti imposti nel nostro Paese dalla legge 40, quello che il ginecologo Carlo Flamigni stigmatizza come un «vistoso fenomeno di esilio procreativo» ha toccato da noi vette record. A presentare lo studio alla comunità scientifica internazionale è stata la ginecologa Anna Pia Ferraretti del Sismer di Bologna. «Per questo studio – racconta – abbiamo distribuito questionari in 44 centri europei situati nei sei Paesi più frequentati per la fecondazione assistita all’estero, ovvero Danimarca, Spagna, Svizzera, Belgio, Slovenia, Repubblica Ceca. Qui – prosegue – si concentra la metà dei centri che accolgono pazienti stranieri». Al questionario hanno risposto 1.230 coppie e i più obbligati a spostarsi per poter ricevere moderne e adeguate cure mediche sono risultati gli italiani, con 391 coppie, pari al 32% degli intervistati, che hanno lasciato il Belpaese per cercare la cicogna all’estero. Seguono Germania, Olanda, Francia, Norvegia, Inghilterra e Svezia». Per quanto la legge 40/04 sia stata in parte smantellata da sentenze stimolate da coppie di cittadini che hanno deciso di ricorrere al giudice per far valere il proprio diritto alla salute, «alcuni divieti restano ancora in piedi e sono i più crudeli – dice a left il presidente dell’Eshre Luca Gianaroli -. In particolare il divieto di ricorrere alla donazione dei gameti per fecondazione eterologa. Oggi ci sono migliaia i giovani che a causa di neoplasie devono sottoporsi a cure chemioterapiche. Sopravvivere a un tumore giovanile oggi è possibile, mantenendo anche un’alta qualità della vita – continua il ginecologo- ma fra gli effetti negativi delle cure anticancro c’è il fatto di rimanere infertili. Ecco con la legge 40 si proibisce a queste persone anche la possibilità di avere dei figli». E la sottosegretaria alla Salute Eugenia Roccella, in una nota, parla di campagna di delegittimazione della legge, per cui sarebbero le coppie male informate a scegliere in autonomia di andare all’estero, anche per i trattamenti che invece si possono fare in Italia. Senza essere medico, disdegnando di prendere in considerazione la letteratura scientifica, registriamo che una volta di più il sottosegretario si fa portavoce della propaganda ideologica e vaticana sui temi della bioetica. Simona Maggiorelli


left 29/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
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