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Bioetica

Prossima frontiera: neuroscienze

Nel ventennale del Comitato nazionale per la bioetica, parla Luca Marini il vice presidente che ha condotto il gruppo di lavoro sull’etica degli studi che si occupano di mente e cervello di Federico Tulli

È tempo di bilanci al Comitato nazionale per la bioetica. Salvo ulteriori colpi di scena non del tutto improbabili, il 27 agosto prossimo si chiuderà il mandato per il quadriennio 2006-2010 e proprio in questi giorni ricorre il ventennale della sua fondazione. Per l’occasione il presidente del Cnb, Francesco Paolo Casavola, ha convocato una conferenza stampa per illustrare il lavoro svolto dal “suo” comitato, che al momento di andare in stampa non si è ancora conclusa. La seduta in corso all’organo di consulenza della Presidenza del consiglio in materia di bioetica è probabilmente l’ultima prima dello “sciogliete le righe” del mese prossimo. Tra i pareri che rischiano di rimanere al palo e dunque di rimanere sconosciuti al pubblico c’è quello del gruppo di lavoro sulle neuroscienze, alla cui redazione hanno partecipato alcuni tra i principali scienziati italiani. Per conoscere la sorte di questo documento, pronto da circa un anno, e per fare un’analisi dello stato di salute della bioetica italiana, left ha rivolto alcune domande a Luca Marini, docente di Diritto internazionale alla Sapienza di Roma, vice presidente del Cnb e coordinatore del team che si è occupato dell’“Etica delle neuroscienze”.

Come è nato e perché il lavoro sulle neuroscienze?

Il nostro gruppo è stato costituito nel 2007 e, in conformità alla prassi del Cnb, il coordinamento dei relativi lavori è stato affidato a chi aveva proposto il tema all’attenzione del Comitato medesimo, e cioè al sottoscritto. Ricordo analoga esperienza nel 2002, quando richiamai l’attenzione del Cnb su un altro tema di rilevante problematicità, e cioè le nanotecnologie.

A quali conclusioni siete giunti?

Il documento sulle neuroscienze non è stato ancora licenziato dal Cnb e non posso anticipare le sue conclusioni. Posso dire che, in generale, il dibattito condotto intende stimolare un’ampia riflessione non solo sull’etica delle neuroscienze, cioè sul complesso delle implicazioni etiche e sociali del progresso delle scienze che studiano il cervello umano, ma anche sulle neuroscienze dell’etica, cioè su quei filoni di ricerca che mirano a scoprire i fondamenti neurologici della morale. Aggiungo che, nel campo delle neuroscienze, si sta coagulando l’attenzione di molti studiosi verso temi di bioetica veramente “di frontiera”, come lo human enhancement, il post human e la roboetica. Ho proposto che anche questi temi fossero esaminati nell’ambito del documento del Cnb dedicato alle neuroscienze.

Riguardo questo tema, all’estero, la bioetica che posizione ha preso? Ci sono esperienze simili alla nostra?

All’estero il tema è molto dibattuto, ovviamente anche in sede istituzionale, ma è possibile che il Cnb sia tra i primi comitati nazionali a pronunciarsi in materia. Come accaduto in passato per le nanotecnologie, ciò confermerebbe il primato che, su certi temi, la bioetica italiana ha saputo costruire, sia pure tra ovvie incertezze e tenendo anche conto, come nel caso delle neuroscienze, dell’assenza di competenze scientifiche interne al Comitato.

Dopo la scadenza del Cnb “targato” Casavola, quali scenari possono aprirsi per la bioetica italiana?

Per rispondere a questa domanda occorre anzitutto ricordare che la rilevanza del Cnb, anche sul piano mediatico, è emersa solo in anni recenti, in coincidenza con il dibattito sulla legge 40 sulla fecondazione assistita. Alla maggiore sensibilità verso la dimensione politica e mediatica delle problematiche bioetiche ha fatto seguito un atteggiamento strumentale di parte dei media, che, indipendentemente dal ruolo e dalle funzioni del Comitato, hanno attribuito una valenza “autorizzativa” ai pareri di tale organismo, per sua natura puramente consultivo. La tendenza alla bioetica prescrittiva ha creato, da ultimo, le condizioni favorevoli all’utilizzo dei pareri del Cnb non solo come supporto ma addirittura come fondamento di pretesi atti di indirizzo normativo: esempio emblematico è la lettera del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, del 16 dicembre 2008 in occasione della drammatica vicenda Englaro.

Si riferisce all’atto di indirizzo spedito alle Regioni che vietava la sospensione della nutrizione artificiale a tutti i pazienti in stato vegetativo?

Esattamente. In questo, come in altri casi, si è fornita al pubblico un’immagine distorta delle competenze e del ruolo del Cnb, che è e resta, almeno per il momento, di riflessione bioetica e non di legittimazione giuridico-normativa. Ho sempre ritenuto che la strategia di rafforzare le competenze del Comitato sul piano mediatico e a uso e consumo della contigenza biopolitica sia stata concepita per instillare, anche nell’opinione pubblica, l’esigenza di disporre, in materia di bioetica, di organismi più funzionali e incisivi: e ormai, tenuto anche conto della proliferazione normativa in materia, molti ritengono probabile che il Cnb sarà prima o poi sostituito da un organismo disegnato sul modello delle autorità amministrative indipendenti. Il mio timore, invece, è che sia lasciato sopravvivere, magari in condominio con una authority, per essere utilizzato quale strumento di legittimazione etico-morale di scelte biogiuridiche e biopolitiche decise in altra sede.

Da presidente del Centro di studi biogiuridici Ecsel, lei ha diretto il recente convengo dal titolo “La via italiana alla bioetica venti anni dopo (ovvero: Tutto quello che avreste voluto sapere…)”. Quali indicazioni ne ha tratto?

Ecsel è un centro di studi indipendente, che in pochi anni è riuscito a richiamare l’attenzione di molti studiosi sulle peculiarità, le anomalie e i paradossi del dibattito bioetico, biogiuridico e biopolitico italiano. Il nostro ultimo incontro ha esaminato criticamente proprio la “via italiana” alla bioetica e le conclusioni emergenti dai nostri lavori si stanno gradualmente imponendo, anche all’estero, quale nuovo paradigma di riflessione nella ridefinizione del rapporto scienza-società. Questo risultato costituisce motivo di grande soddisfazione per chi, come Ecsel, cerca di svolgere un compito di divulgazione scientifica obiettiva.

Il retroscena

Biologia… teoretica

Due mesi fa la scomunica di illustri pensatori cattolici all’annuncio della creazione di cellule artificiali da parte del team guidato da Craig Venter. «Lo scienziato non può giocare a fare dio», fu questa la reazione all’inserimento di un Dna artificiale dentro una cellula naturale. Oggi il Cnb italiano comincia a occuparsi di biologia sintetica. Secondo alcune indiscrezioni, il gruppo di lavoro sarà affidato a Roberto Colombo, straordinario di Biochimica e Biochimica clinica alla Cattolica di Roma. Per la precisione, padre Roberto Colombo.

left 28/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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