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Vaticano

Pedofilia, 20 anni di carcere al sacerdote «sadico»

John S. Denham, condannato a 20 anni per abusi e violenze su 39 ragazzini

AUSTRALIA. Per decenni, dal 1968 al 1986, la curia del Nuovo Galles aveva fatto finta di niente. Colpevole di aver violentato 39 ragazzini, John Sidney Denham è stato condannato dopo una breve indagine della polizia di Federico Tulli

Un «sadico criminale che ha contribuito a una cultura di paura e depravazione». Ci sono voluti 24 anni per vedere condannato (a quasi 20 anni di carcere) John S. Denham, reo confesso di aver violentato 39 scolari tra il 1968 e il 1986 in diverse scuole e parrocchie a Sydney e in altri centri del Nuovo Galles del sud in Australia. L’uomo, che all’epoca dei crimini era un sacerdote cattolico, è stato giudicato colpevole ieri dal tribunale di Sidney. La maggior parte delle sue vittime frequentava la scuola media St Pius X a Newcastle, dove Denham era responsabile delle punizioni disciplinari. Le lamentele sul comportamento del sacerdote, come oramai siamo abituati a verificare per questioni analoghe, erano rimaste inascoltate dalla curia per tutto il periodo in cui l’uomo ha indossato l’abito talare, e molti ragazzi avevano lasciato la scuola per evitare le sue attenzioni.

Ma è stata sufficiente un’indagine di quattro mesi della speciale task force della polizia del Nuovo Galles del Sud per arrestarlo (ad agosto 2008) e portarlo davanti a un giudice. Questi, in meno di due anni ha considerato fondate le accuse delle 39 vittime, tutte minorenni all’epoca dei fatti. In tribunale Denham (che oggi ha 67 anni) ha ammesso di aver compiuto una «grave violazione di fiducia», e di essersi «eccitato per il dolore» degli alunni a cui infliggeva punizioni corporali. L’ex prete ha poi detto che allora era convinto di essere «irresistibile» e che i ragazzi accettavano le sue avance. Quasi tutte le vittime hanno intentato un’azione collettiva per ottenere un risarcimento milionario contro la diocesi di Newcastle, che ora – come è già accaduto a decine di altre nel mondo per analoghi scandali di pedofilia – rischia la bancarotta.

La Chiesa cattolica d’Australia è da anni nell’occhio del ciclone per «un malinteso orgoglio istituzionale che ha impedito a molti di denunciare» i crimini pedofili. Così, lo scorso 24 maggio, denunciava in una lettera pastorale l’arcivescovo di Canberra e Goulburn, Mark Coleridge, nel lanciare un appello alle gerarchie ecclesiastiche affinché facessero «il possibile per fermare gli abusi sessuali, riconoscendo che molti degli scandali possono essere ricondotti a una cultura presente nella Chiesa».

L’allarme di Coleridge seguiva di pochi giorni prima la notizia di un’indagine a carico dell’arcivescovo di Adelaide, Philip Wilson, presidente della Conferenza episcopale australiana. Il presule è accusato di aver ignorato diversi casi di abusi commessi da sacerdoti negli anni ‘70 e ‘80. «Gli abusi su minori sono crimini – scriveva ancora Coleridge -, e la Chiesa sta penando per trovare il punto di convergenza fra peccato e perdono da una parte, e tra crimine e punizione dall’altra. È chiaro che non vi sia una rapida soluzione e che sarà un lungo viaggio» da condurre «sempre con attenzione rivolta primariamente alle vittime che non abbiamo visto e alle voci che non abbiamo udito».

Uno dei pochi casi in cui tra le gerarchie ecclesiastiche, almeno a parole, l’interesse per le vittime sembra prevalere sulla “ragion di Stato”. O meglio, per usare parole di papa Wojtyla, sul «buon nome della Chiesa». Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
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