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Antirazzismo

Il Belpaese che nega i diritti umani

Il Rapporto 2010 di Amnesty denuncia: in Italia, respingimenti illegali e omissione di soccorso di richiedenti asilo e immigrati di Federico Tulli

Un anno di diritti umani calpestati, misconosciuti, cancellati. è quanto drammaticamente emerge dalle 650 pagine del volume. La situazione dei diritti umani nel mondo ovvero il Rapporto 2010 di Amnesty international che Fandango ora manda in libreria facendone un importante strumento di studio a disposizione di un più ampio pubblico di lettori, di enti, di biblioteche pubbliche e istituti di cultura. Già perché quello che balza agli occhi è un drammatico vuoto culturale e politico su questo tema. E non parliamo solo dei regimi autoritari e delle dittature del Terzo mondo o del Sudamerica. Parliamo anche di democrazie europee come l’Italia dove, come è ben noto, il governo di centrodestra guidato dal premier Berlusconi ha introdotto il reato di clandestinità ed è aumentata vertiginosamente la discriminazione. Basta dire, solo per fare un esempio, che «un equo accesso all’istruzione, all’alloggio, alle cure sanitarie e all’occupazione in Italia è negato ai rom», come si legge a pagina 425 del Rapporto 2010. Nell’ultimo anno, riporta l’indagine di Amesty international, «a causa di sgomberi forzati e illegali, i rom sono stati ancor più costretti a vivere in condizioni di povertà. E le conseguenze negative hanno colpito sia i rom di nazionalità italiana, sia quelli con cittadinanza di Paesi dell’Unione europea o di altri Paesi». A questo si aggiunge, come accennavamo, il gravissimo disconoscimento dei diritti dei migranti; diritti che ognuno di noi ha semplicemente in quanto essere umano. Stiamo parlando di cose basilari ed essenziali come potersi fare un’identità, avere rapporti con altre persone, poter fare una propria ricerca, poter svolgere un lavoro senza dover mettere a rischio la propria vita, poter aver accesso alle cure mediche se ci si ammala. Tutto questo in Italia è negato ai migranti, per legge. Dacché l’obbligo di aver uno straccio di contratto di lavoro per avere il permesso di soggiorno costringe gli immigrati a sottostare a condizioni da schiavi. E chi lavora a nero ed è irregolare può morire in un qualunque cantiere senza che nemmeno parta un’inchiesta. Senza contare che approdare in questa Italia del lavoro nero e dello sfruttamento non è per nulla facile. «Il gruppo di lavoro delle Nazioni unite sulla detenzione arbitraria ha criticato l’Italia per la prassi di detenere sistematicamente migranti e richiedenti asilo, minori inclusi, senza considerare caso per caso se la detenzione sia necessaria e spesso senza basi legali», si legge nell’indagine pubblicata da Fandango. Che non trascura di ricordare che «a dei richiedenti asilo è stato vietato di lasciare i centri di accoglienza in cui erano detenuti». Intanto in Italia è proseguita la pratica delle espulsioni forzate «senza tener conto delle esigenze di protezione individuale e delle circostanze». E via di questo passo, ripercorrendo fatti gravissimi come l’aver lasciato dei migranti in mare «per giorni senza acqua e cibo, mettendo a grave rischio le loro vite», e questo per un dissidio con Malta sui rispettivi obblighi di condurre operazioni di salvataggio. Ma le autorità italiane in questo ultimo anno nero dei diritti umani «hanno assunto anche la decisione senza precedenti di trasferire a Tripoli, in Libia, i migranti e i richiedenti asilo senza valutare le loro richieste». Davvero l’Italia può dirsi un Paese moderno e civile?

left 26/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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