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Vaticano

I cospiratori del silenzio

Esce in Italia la nuova inchiesta dell’analista politico cileno, Eric Frattini, sui segreti e le ambiguità delle gerarchie ecclesiastiche di Federico Tulli

Il suo ultimo romanzo, Il labirinto dell’acqua (pubblicato in Italia da Edizioni Nord), gli è valso una “scomunica” da Carlos Martín de la Hoz, direttore dell’ufficio per la causa dei santi dell’Opus dei. «Il processo, iniziato timidamente con L’ultimo Catone di Matilde Asensi e, più sfacciatamente, con Il Codice Da Vinci di Dan Brown, ha raggiunto l’apice con Eric Frattini», sentenziò nel marzo del 2009 il capo dell’Opera spagnola. «Quello che risulta davvero pretenzioso – ha aggiunto – è il voler rappresentare la Chiesa cattolica come una gran farsa, dominata da uomini crudeli assetati di potere e colmi di vanità». Da questo punto di vista, il suo prossimo lavoro di fantasia in uscita a settembre “promette” bene già dal titolo, L’oro di Mephisto, ma ancor di più dalla copertina. Eric Frattini ce la mostra, con orgoglio, in anteprima. Vi è il ritratto di un sacerdote che sul collarino bianco al posto della croce ha il simbolo delle Ss naziste. «È stato sorprendente – dice – scoprire come la reazione delle gerarchie a Il labirinto dell’acqua sia stata molto più violenta rispetto ai miei saggi sui segreti e crimini della Chiesa cattolica. Per loro – prosegue – è più pericoloso un libro che racconta una storia verosimile di uno che presenta dettagliatissime (e inconfutabili) fonti. Forse perché la narrativa raggiunge un più vasto pubblico. Resta il fatto che, per dire, James Bond non è mai esistito e le persone lo sanno». Inviato speciale, analista politico, saggista, romanziere e docente di Giornalismo all’università di Madrid, Eric Frattini è in Italia per l’anteprima di Tabularasa, il contest d’editoria di denuncia e d’inchiesta che si svolgerà dal 19 al 22 luglio prossimo a Reggio Calabria. left gli ha rivolto alcune domande in occasione dell’uscita del suo nuovo saggio I papi e il sesso pubblicato per Ponte alle grazie. Dopo L’entità (Fazi) e Le spie del papa (Ponte alle grazie) il giornalista, nato a Lima e spagnolo d’“adozione”, con il puntiglio dello storico compie un ulteriore passo nella sua indagine su ciò che il Vaticano «non dice». Dimostrando che «nonostante le condanne pontificie, le bolle papali e i santi decreti contro l’omosessualità, la pedofilia, la sodomia e i rapporti incestuosi, molti, moltissimi papi li hanno spudoratamente praticati». Dalle origini, «ovvero dalle sacre scritture, fino a oggi, i pontefici da un lato condannavano queste “pratiche” dall’altro vi si dedicavano senza pudore. Nel silenzio e nel segreto delle loro camere da letto».

Frattini, come è nato questo libro?

In Spagna, il papa più noto è Alessandro VI Borgia. E quando si parla di sesso nella Chiesa si nomina solo lui. Questa cosa mi ha incuriosito e ho cominciato a indagare sui comportamenti dei suoi successori con l’intenzione di concentrarmi solo sui papi del Medioevo. Rendendomi conto di quanto fosse radicato nella Chiesa il problema del sesso, ho voluto capire come abbia attecchito nella religione. E sono arrivato al presente. Ad esempio negli ultimi capitoli parlo di Joseph Ratzinger che quando era ancora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede ha punito un sacerdote che la domenica celebrava messa espressamente per un’organizzazione di gay cattolica. Lo stesso è capitato a una suora che prestava assistenza morale ad adolescenti che avevano abortito.

Lei descrive uno spaccato storico-sociale che attraversa duemila anni. Qual è il segreto della longevità del potere della Chiesa?

Stalin diceva che il potere del Vaticano non è nel Pil ma nel numero di “anime” che controlla. Il papa è un uomo che è ascoltato bene o male da 1,5 miliardi di persone. Esiste forse un’altra organizzazione che ha così tanto seguito quando parla il suo leader? Solo la Chiesa cattolica ha questo potere che esercita da sempre muovendosi come una sorta di dr. Jekyll e mr. Hyde. C’è il volto che il fedele cattolico vede a piazza S. Pietro. E c’è il potere politico che si cela dietro l’urbi et orbi della domenica. Penso che per un credente sia molto difficile fare la differenza tra ciò che è il papa come leader religioso e ciò che è come leader politico. Il Vaticano e i suoi capi di Stato hanno sempre voluto e saputo alimentare questa ambiguità confondendo il messaggio politico con quello spirituale. In questo senso dico che Giovanni Paolo II è stato il peggior papa della storia ma il miglior capo di Stato. Il suo papato è segnato dall’eliminazione di questa ambiguità. Con lui la Santa sede è divenuta uno Stato interventista. Già Benedetto XVI sembra essere tornato alla vecchia prassi.

In Italia le gerarchie ecclesiastiche influenzano ancora oggi le decisioni politiche in tema di negazione dei diritti civili.

Questo accade anche in Spagna e Portogallo. Ma, pensando a Giovanni Paolo II, quale altro capo di Stato si è mai permesso di alzare il dito contro un altro leader? Lui l’ha fatto con Bush quando ha invaso l’Iraq. E con Zapatero quando ha approvato i matrimoni gay.

È lo stesso papa che strinse la mano a Pinochet.

In Sudamerica la teologia della liberazione è completamente scomparsa. Per sradicarla quel papa si è servito dei rapporti con la Cia sulla base di un accordo con Reagan in cui si stabiliva che in cambio delle informazioni su quanto accadeva in Polonia (eravamo ai tempi di Solidarnosc), il Vaticano avrebbe avuto un concreto appoggio in America Latina. Ma Wojtyła non ha stretto la mano solo al dittatore cileno. Lo ha fatto con Gualtieri in Argentina, ha accettato anche la dittatura in Uruguay. E lo ha fatto a condizione che nelle scuole fosse introdotta come materia obbligatoria la religione cattolica.

Su 261 papi, lei conta 26 assassini, 17 pedofili, 8 violentatori. Poi ci sono altri crimini o situazioni non proprio in linea con il catechismo. Scandali dei secoli passati. Eppure mai come oggi, con la pedofilia, la Chiesa rischia il tracollo. Nel libro lei punta il dito contro «il triumvirato di Giovanni Paolo II, Ratzinger e Tarcisio Bertone»…

In realtà il primo a dare istruzioni ai suoi su come nascondere i casi di violenza sui bambini fu Giovanni XXIII. È lui il deus ex machina della “cospirazione del silenzio” quando nel 1962 firma il Crimen sollicitationis. Però mentre diceva ai preti che da quel momento dovevano celebrare messa rivolgendosi con il viso ai fedeli, nel contempo intimava loro di celare tutti gli abusi commessi nei loro confronti. Quindi il suo vero messaggio era di voltare le spalle al “gregge”. Con Paolo VI questa prassi si è consolidata. Ma è con Wojtila e il suo fido scudo, Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede durante tutto il suo pontificato, che si è radicalizzata. Non a caso porta la firma dell’attuale papa (e del segretario Bertone) il De delicti gravioribus del 2001 con cui si rinnova l’esortazione del Crimen al silenzio sui crimini pedofili commessi da preti e suore cattoliche. E oggi il Vaticano vorrebbe farci credere che Ratzinger e Benedetto XVI non sono la stessa persona, accusando i media di alimentare una campagna denigratoria nei suoi confronti.

left 26/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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