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Bioetica

Dove va la bioetica italiana

Un bilancio sui primi venti anni di questa disciplina nell’incontro organizzato a Roma dal Centro di studi biogiuridici Ecsel di Federico Tulli

L’“impresa etica” delle cellule staminali, il rapporto tra bioetica e diritto penale, la continua “emergenza mediatica” delle problematiche bioetiche e la “torre di Babele” costituita dai diversi approcci alla bioetica da parte dei Paesi europei. Nel ventesimo anniversario della bioetica italiana (l’undicesimo dell’entrata in vigore della Convenzione di Oviedo sulla biomedicina), il Centro di studi biogiuridici Ecsel (European centre for science, ethics and law) e la Cattedra Jean Monnet “Ad personam” di biodiritto della Commissione europea, in collaborazione con MolecularLab.it, celebrano le due importanti ricorrenze con il convegno “La via italiana alla bioetica venti anni dopo (ovvero: Tutto quello che avreste voluto sapere…)”. A inaugurare la kermesse, il presidente di Ecsel e vicepresidente del Comitato nazionale per la bioetica, Luca Marini, con una lettura magistrale dal titolo significativo “La via italiana alla bioetica e l’etica del nuovo”. «L’espressione “etica del nuovo” – spiega Marini – fa riferimento a quei temi, come le nanotecnologie, le neuroscienze, le converging technologies e la biologia sintetica, che sono al centro del dibattito bioetico internazionale ma che in Italia sono sottovalutati dai circuiti ufficiali della bioetica, che sembrano prediligere temi (quale il “fine-vita”) ad alta spendibilità emozionale e politica. Basti ricordare che il documento sull’etica delle neuroscienze, dopo oltre tre anni di lavoro, non è stato ancora approvato dal Cnb e che il tema della biologia sintetica inizia a richiamare l’attenzione del Comitato solo ora, nella fase finale della sua attività». «Devo ancora capire quale sia la via italiana alla bioetica ma forse questo è lo spirito dell’incontro: scoprire se ne esiste una. Come se anche in questo il nostro Paese sia “speciale”», commenta a left Elena Cattaneo, direttrice del Centro di ricerca sulle cellule staminali dell’università degli studi di Milano e tra i relatori del convegno. «Mi viene in mente – prosegue la scienziata che insieme a Marini nel 2007 fu vittima di un surreale defenestramento dalla carica di vice presidente del Cnb e che con lui fu reintegrata dopo il ricorso al Tar vinto da Marini (lei si era nel frattempo dimessa) – quando al tempo del referendum sulla legge 40 e in diversi momenti successivi ci veniva propinato lo slogan della “via italiana alle staminali” (i cui fautori volevano solo un tipo di ricerca sulle cellule staminali, quella sulle adulte, ed escludevano le embrionali). Risultato? A distanza di 5 anni siamo qui tutti, anche noi italiani, a usare eccome le scoperte di coloro che negli anni, per fortuna del mondo, hanno usato quelle cellule che “la via italiana alle staminali” non voleva». Il Convegno di Roma offrirà per la prima volta nel nostro Paese un confronto online tra i relatori e il pubblico, in adesione a quanto previsto dalla Convenzione di Oviedo sulla biomedicina. La storia di questo documento è singolare ma coerente con il controverso rapporto della nostra politica con i temi attinenti alla bioetica. La Convenzione, che per esteso è detta “per la protezione dei diritti umani e la dignità dell’essere umano con riguardo all’applicazione della biologia e della medicina” è talmente importante da essere citata esplicitamente nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Ma in Italia non è mai stata applicata nonostante la ratifica del 2001 con la legge n. 145. Un primo passo lungo una via italiana alla bioetica senza incognite potrebbe essere “lasciarla” entrare in vigore.

left 26/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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