//
you're reading...
Ricerca scientifica

Nessun dio nel Dna

 

James J. Collins

 

Rimodellare sistemi biologici esistenti in natura non significa affatto creare vita artificiale. A colloquio con James Collins, il bioingegnere che per primo costruì una cellula sintetica. E’ lui il vincitore del premio Lagrange 2010 di Federico Tulli

Considerato tra i padri della biologia sintetica e protagonista in alcuni dei settori più propulsivi della scienza contemporanea, James J. Collins è il vincitore della terza edizione del premio Lagrange – Fondazione CRT, il riconoscimento internazionale dedicato alla scienza della complessità. Il bioingegnere americano succede a W. Brian Arthur, Yakov G. Sinai e Philip Ball, premiati nel 2008, e a Giorgio Parisi e Mark Buchanan, vincitori l’anno scorso. Viene premiato «per i fondamentali contributi a molti aspetti della scienza dei sistemi complessi in ambito biologico». Nella motivazione, si ricordano «la dinamica controllata con rumore nel controllo dell’equilibrio umano e della funzione sensoriale, che ha posto le basi per un’intera nuova classe di dispositivi medicali» e «le reti genetiche biomolecolari costruite con metodi di ingegneria inversa nel contesto della biologia sintetica e della biologia di sistemi, che hanno permesso di decifrare come funzionino e possano avere un controllo efficiente e robusto le reti complesse genetiche». Professore alla Boston university (dove ha fondato il Collins Lab ed è co-direttore dei centri di Biodinamica e di Biotecnologia avanzata), collaboratore dell’Howard Hughes Medical institute e del WYSS Institute for biologically inspired engineering presso l’università di Harvard, Collins proviene da un percorso formativo piuttosto atipico: i primi studi in fisica, quindi il passaggio all’ingegneria medica (con il PhD ottenuto all’università di Oxford), infine l’approdo alla bioingegneria. Oggi il suo lavoro si concentra soprattutto in due discipline: la biologia dei sistemi, che studia le relazioni dinamiche tra gli elementi che compongono gli organismi viventi e la biologia di sintesi, area di ricerca in cui scienza e ingegneria si mescolano con il fine ultimo di rimodellare sistemi biologici presenti in natura o di fabbricarne di nuovi. Di questo settore, salito alla ribalta nelle settimane scorse per l’annuncio della creazione di una “cellula sintetica” da parte di Craig Venter, James Collins è riconosciuto come uno dei fondatori. La “nascita” della biologia sintetica viene infatti spesso identificata con un articolo pubblicato nel gennaio del 2000 su Nature e firmato assieme a Timothy Gardner e Charles Cantor. Al vincitore del premio Lagrange left ha ha rivolto alcune domande.

«Abbiamo progettato, sintetizzato e assemblato cellule capaci di autoreplicarsi». Così il 20 maggio scorso Craig Venter annunciava su Science la costruzione della prima cellula batterica artificiale. È giustificato l’entusiasmo generato da questa scoperta, professor Collins?

Trapiantando il Dna sintetico e caricandolo, come il programma di un computer, in una cellula batterica privata del suo Dna, è stato indubbiamente compiuto un importante passo in avanti nel campo della “ri-costruzione” di organismi. Ma la biologia è una scienza caotica e molto complessa, e spesso intralcia la strada a progetti ingegnosi. La ricerca in questo campo è attualmente concentrata su progettazione e costruzione di circuiti biologici da proteine, geni e altri pezzi di Dna, usando tali circuiti per riprodurre e riprogrammare organismi. Tuttavia i circuiti sono in scala molto piccola, composti da due massimo dieci geni; il che non può essere paragonato ai cento o mille geni che compongono una cellula vivente. Peraltro è ancora molto difficile persino progettare una rete di due soli geni per ottenere il risultato desiderato.

Quali conseguenze può avere la strada intrapresa da Venter?

Immaginate che dei bioingegneri siano in grado di elaborare geni e cellule fino a farne un cuore che batte. Immaginate inoltre che quel cuore artificiale sia usato per salvare un malato che necessita di trapianto. Una volta guarito, quel paziente non sarebbe considerato un organismo di sintesi o una forma di vita artificiale. Al contrario, lui o lei sarebbero ritenuti una persona fortunata con un cuore “sintetico”. Il microrganismo creato da Venter è come quel paziente guarito, un organismo naturale “controllato” da un Dna assemblato al di fuori di lui e poi trapiantato.

Dopo l’articolo su Science, illustri pensatori cattolici hanno detto che lo scienziato non può giocare a fare dio.

I servizi giornalistici che hanno enfatizzato questa ricerca, descrivendola come un significativo e preoccupante passo verso la creazione di forme artificiali di vita, vanno ridimensionati. Il microrganismo ottenuto dal team di Venter è sintetico nel senso che è completamente controllato da un Dna artificiale. Ma la cellula in sé è naturale, pertanto non si può parlare di una nuova forma di vita creata da zero. Il suo genoma è la copia del Dna di un organismo esistente in natura, con alcune piccole modifiche appositamente inserite qua e là. Questo lavoro mostra importanti passi in avanti nella biologia di sintesi, ampliando la nostra capacità di riprogrammare organismi. Tuttavia, non significa che si sia creata una forma di vita artificiale. In verità, non ne sappiamo abbastanza di biologia per poter creare o sintetizzare forme di vita.

Fin dove può arrivare la biologia sintetica?

Nonostante lo Human genome project (la mappatura del genoma umano completata nel 2000, ndr) abbia ampliato la conoscenza degli elementi che formano la cellula, non abbiamo ancora messo a punto il manuale di istruzioni per assemblare quelle parti e poter creare una cellula vivente. È come se tentassimo di costruire un Jumbo 747 in grado di volare avendo a disposizione l’elenco delle sue parti. Impossibile. Sebbene alcuni di noi impegnati nella biologia di sintesi nutrano sogni di grandezza, i nostri obiettivi sono molto più modesti.

A cosa sta lavorando in questo momento?

Attualmente impieghiamo la biologia di sintesi e i sistemi biologici per studiare come i batteri rispondono agli antibiotici, in modo da sviluppare terapie antibatteriche più efficaci e combattere l’emergenza rappresentata dalla resistenza di un organismo umano agli antibiotici.

left 25/2010

Annunci

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

Aggiornamenti Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: